Monologhi (Parte 5 – Bed of roses)

the tunnel
immagine appartenente al rispettivo autore

Questa è la quinta ed ultima parte del “mini-racconto” Monologhi. Cinque improvvisazioni di cinque anonimi protagonisti. Nessuno di loro ha un nome. Nessuno di loro l’avrà mai.

Parte 5: Bed of roses


Bed of roses

Voi non siete qui. Io non sono qui. Il tavolo che state vedendo è la proiezione tridimensionale di qualcosa che, di certo, non è qui.
Il vostro cuore non è qui, e non c’è mai stato. La vostra mente non è qui. Vaga altrove. Tra le gambe di una donna, sulle labbra di una persona, mano nella mano, nei fogli del lavoro. La vostra mente è solo un mezzo.
Il mondo, signori miei, si è spostato. E’ andato avanti lasciando tutti voi indietro. Questa è la verità.
Io vi guardo. Voi mi guardate.
Ed in fondo tutti noi sappiamo che è vero. Pubblico pagante e non.
Potrei tentare di convincervi del contrario, ma perchè sprecarsi?
Siamo decisionalmente daltonici. Incapaci di distinguere il giusto dallo sbagliato. Tutto si confonde in un colore indefinito che per noi è semplicemente da fare, ma non capiamo mai quale sia la direzione da seguire.
E’ questo il nostro millennio. Il nuovo secolo. Siamo entrati in una nuova era che fa schifo.
E siamo i protagonisti. Noi. Solo noi. E possiamo stare qui a discuterne o cercare di raccattare i pezzi di quest’inutile baracca e costruirci qualcosa di migliore. Un parco, un giardino, una casa in campagna, un riassunto. Andrebbe tutto sicuramente meglio di questa schifezza in cui stiamo affogando.
Merda. Direbbero alcuni. Ed in fondo mi trovo a dover dar loro ragione. Questa è merda. Che piove dal cielo, che ci seppellisce e ci fa dimenticare chi siamo. Qual’era il nostro nome di battesimo, il punto di partenza della nostra vita.
Ci sarebbe bastato questo ma sappiamo che così non sarà. Il mondo sa essere crudele.
Io vi guardo e vorrei darvi una speranza. Ma guardatemi invece. Ho i capelli bianchi. Si, i capelli bianchi. La vecchiaia, i presagi di morte. Questo sono. Un biglietto di sola andata per un mondo migliore. E poi? Cosa ho indosso? Vestiti. Da povero. Non ho orologi d’oro non ho un suv come auto. Sono indebitato come voi in questa vita che continua a chiedermi il conto.
Ed io che neanche ero al dolce.
Ed in fondo faceva pure schifo il cibo.
Era sciocco.
Una volta un uomo entrò in una stanza, di fronte a tanti alunni. Loro erano il potenziale del futuro. La speranza di un paese. Erano i semi. Lui era il frutto.
Lui li osservò tutti. Avrebbe voluto farli germogliare. Disse loro: Prendete queste parole. Scriveteci qualcosa.
Erano una trentina di parole. Comuni. Come mela, pane, attraversare la luna in un’incerta transizione che di certo portava all’america, ma in fondo nessun paese è l’america. Qualcosa del genere. Erano tante parole a leggerle, ma poche quando uno doveva scriverle.
Il vero problema, però, era unirle tutte in un discorso.
L’uomo disse che avevano dieci minuti. E disse che pure lui avrebbe scritto qualcosa.
Il tempo passò. Le persone cercavano conferme, spaesate com’erano da quella richiesta. Molti cercarono di copiare, ma non avrebbe fatto la differenza.
Alla fine del tempo l’uomo fece leggere a turno le storie ai ragazzi. Erano povere, ma le ascoltò comunque. Ed infine disse la sua.
Non ricordo di cosa parlasse. Ricordo che nel sentirla capii che dalle parole si poteva costruire davvero un mondo intero, e lui c’era riuscito. Era la nostra prova vivente che con una trentina di parole si può trasformare un’aula di ragazzi. Per noi era incredibile. Per lui sarà stato probabilmente normale.
Quell’intreccio, quel mescolio di parole, fu la perfetta rappresentazione di ciò che ogni uomo desidera raggiungere prima o poi. Il giusto mix, la buona minestra, il risultato perfetto degli addendi.
Io voi, i miei vestiti schifosi, il mio fare impacciato. Prima o poi mi auguro che tutto questo si chiuda come un cerchio perfetto, e dia un senso alla confusione.
E magari, giusto per condire il piatto, facciamo che non capiti troppo tardi.


Andrea (sdl)

Rispondi