Indizi – Racconto 3 – L’enigma

sigurd lewerentz, florist, 1969
immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Hugh Hefner (soprannome.), con la frase: “Devo cercare di dividere il sogno dalla realtà altrimenti non risolverò l’enigma…”

L’enigma

Buio. Nero fottuto buio. Di nuovo.
Buio. Fottuto. L’avevo detto? Maledetto. Di sicuro maledetto.
Questo è quello che sto vedendo, nient’altro. 360° di buio 100%. Qualità svizzera.
Dove cazzo è finita la luce? Tasto intorno, sento qualcosa di morbido. Coperte? Non dovrebbero essercene. A meno che… No. Non può essere. La mia mano è lì, sul muro ruvido, ne sento tutte le piccole frammentature, ed ecco finalmente quello che voglio: L’interruttore.
Che fatica però, lo premo. La luce è forte. Troppo. Da quanto sono nel buio? Giorni? Ore?
“Giulia? Ci sei? GIULIA? DOVE CAZZO SEI GIULIA? TI HO DETTO CHE NON TE NE DEVI MAI ANDARE. LO CAPISCI O NO? LO RIESCI A CAPIRE QUESTO?”
Giulia non risponde. Vai a capire dove è andata a finire quella puttana. Sarà a scoparsi il primo che capita nel solito bar pieno di merda. Ecco cosa succede ad essere me. Cammini nella merda, ma non ci finisci mai. Bel modo di vivere.
“GIULIA? SE MI SENTI MUOVI QUEL TUO CULONE, CAPITO?”
Trentanove.
Che diavolo mi viene in mente? Un numero? Trentanove.
Deve significare qualcosa.
Solo ora mi rendo conto della stanza. C’è qualcosa di anomalo. La prima cosa è che: dovrei davvero essere qui io? La seconda è che la finestra è una finestra di legno, di quelle che si aprono e cigolano. Legno colorato verde. Adesso è chiusa, e visto il resto o è murata, o è notte.Libreria. Libreria di vetro. Questo dovrebbe aiutarmi? Intelaiatura in metallo, piani di vetro. Quanti piani? Vediamo… Sedici in tutto. No. Trentanove non è quello.
Trentanove. Trentanove, trentanove.
No. Non ce la faccio. Che altro vedo? Una porta. L’ingresso, la porta del bagno, socchiusa, luce spenta ed un asciugamano che fa capolino in maniera copiosa. Dalla posizione assomiglierebbe, con un pò di fantasia, ad un cadavere di una persona.
Altro? Libri. Libri caduti a terra dalla libreria. Ce ne sono tre, uno ha la copertina rossa e le scritte dorate.
“Come trovare te stesso”
Un vaffanculo allo psicologo. Grazie.
I restanti due sono una coppia, probabilmente appartenente allo stesso autore. Costola e copertina morbida sono neri. Un’edizione economica.
“Lo zibaldone”
Leopardi, io lo so che non c’entri nulla, ma un vaffanculo pure a te. Grazie.
Il resto sono solo libri. Colori di vario genere. Qualche giallo, qualche blu. Sembrano tanti bastoncini di shangai, solo più spessi.
Trentanove.
Deve significare qualcosa.
Mi sono ripetuto? Temo di si.
“GIULIA? SE QUESTO E’ UNO SCHERZO E’ DI CATTIVO GUSTO. DAVVERO DI CATTIVO GUSTO. DOVE CAZZO SEI?”
Sento DI NUOVO di essermi ripetuto. Sto invecchiando. Molto. E non ho trentanove anni. Sarebbe stato meglio.
Vasi. Quattro vasi, due sulla libreria, uno sulla scrivania nell’angolo a destra ed uno per metterci gli ombrelli, subito fuori dalla porta.
Ehi, la scrivania. Cosa c’è sopra?
Mi alzo. Forse è meglio.
Gambe indolenzite. Brutto segno. Però tutte e due reggono il colpo. Buon segno. Un vaffanculo all’indolinzimento. Grazie.
La scrivania ha dei fogli sopra.
“Egregio Dottore Hugh Edwige”
Mi hanno sempre fatto schifo le lettere ai dottori. Perchè mai uno deve scrivere una lettera ad un dottore? Fatti visitare no?! Maledetti malati.
“Le scrivo per un “ un che? si legge di merda.
Ci sono solo cinque righe, tutte cancellate da una penna isterica. Spesse righe nere che vanno a nascondere cosa c’era scritto.
90 parole.
Non so perchè lo so, ma so che sono novanta parole. Le conto.
Mi ci vuole un pò per identificarle. Ma sono indeciso se sono 88 o 90. E sono indeciso su due.
Novanta.
Trentanove.
Un vaffanculo ai numeri, grazie.
Continua a non tornare nulla qui. Deve esserci qualcosa.
Un bicchiere. Sulla scrivania. Quindici penne. Perchè diavolo dovrei sapere che sono quindici? Lo so e basta. Fanculo. Non voglio contarle. Non vi darò questa soddisfazione. Chiunque voi siate.
Un bicchiere, dicevo. Ma dicevo a chi poi. Non ci sono segni di rossetto. Non che sia sufficiente ad escludere il movente “Donna vendicativa” ma diciamo che mi rassicura. Poco, lo ammetto.
Avere le domande e non avere le risposte è una cosa frustrante. Più frustrante di qualunque orgasmo interrotto da tua madre che ti dice “Ehi, è pronto da mangiare”
Porca puttana mamma, non avevi davvero nient’altro da fare quel giorno? “Ehiii, muoviti. E’ pronto da mangiare” e la campanella che risuona e ti ricorda che si, tu, brutto povero pivello non hai nient’altro da fare nella tua vita se non tenerti l’uccello in mano e mangiare la roba che ti cucina tua mamma.
Una grande, pessima, aspettativa di vita.
Che non augurerei a nessuno.
E che non mi sarei certo augurato.
Il quadro! Ecco cosa può darmi qualche indizio. Il quadro!
E difatti eccolo qua.
Un bellissimo quadro.
Un vaffanculo ai quadri con la tela vuota. Se questo è neorealismo andatevene tutti a quel paese. Ed auguro al padrone di quest’appartamento di averlo ricevuto come regalo. Altrimenti si, sei proprio stronzo.
Comunque neanche il quadro mi aiuta.
Direi che è inutile stare a girarci intorno, meglio aprire la finestra e lasciar passare un pò d’aria.
La maniglia della finestra è rigida, e soprattutto il meccanismo sembra essere fatto per aprirsi verso l’interno. Questo genere di ante in legno si apre sempre all’esterno.
Sempre.
Vabbè. Non facciamoci domande. Apro la finestra, e lo splendido paesaggio di centinaia di mattoni di cemento si apre ai miei occhi.
Murata.
Ed io non ho intenzione nè di impazzire nè di morire qui.
“CAZZO GIULIA. DOVE SEI?”
A dirla tutta lo vorrei sapere sul serio. Anche se non ho capito perchè l’ho detto.
Istinto.
Trentanove.
Novanta.
Aria.
Aria. Bell’indizio. Qua non si fa che migliorare devo dire. Mi avvicino alla porta, maniglia in ottone dorato, circolare, di quelle che le impugni tutte e le senti girare assieme al tuo polso.
Porta rossa. Rosso fuoco. Addio appartamento dei miei sogni. Addio Leopardi, addio libro per trovare voi stessi.
E benvenuta muratura. Conoscevi anche tu la vicina della finestra?
Sono murato dentro un appartamento.
Se è un addio al celibato sono curioso di sapere che bella compagnia di amici ho.
Se non lo è allora è un sogno. Non c’è modo.
Trentanove.
Novanta.
Aria.
Letto.
Io.
Io? Ed io che c’entro? Ed il letto?
Devo cercare di dividere il sogno dalla realtà altrimenti non risolverò questo enigma.
Ma che c’entra tutto questo? Rifacciamo un attimo un esame.
Letto… letto…
Ora che ci penso mi sono svegliato su qualcosa di morbido. Cos’era?
Svegliato sarebbe poi il termine giusto?
Dove mi sono alzato per la prima volta? Guardo a terra, ricordo che ero a terra. In terra non c’è niente di niente. Semplice parquet di legno. Rosso.
Beh, oddio, rosso non è un gran colore per un parquet. Un pò isterico secondo me.
Un vaffanculo agli arredatori, grazie.
Ed ecco che inizio a vedere. La cosa morbida su cui mi sono svegliato. Il mio cervello la sta nascondendo. Io so di essermi svegliato lì. E lo sto sentendo che di fronte a me c’è qualcosa. Anzi qualcuno. Però da quando mi sono svegliato non mi sono mai e poi mai domandato che cosa fosse.
Eccoti, povera piccola Giulia.
Fanculo a me ed alla mia pazzia. Che diavolo ho fatto?
Trentanove, i tuoi anni. Novanta sono stati i secondi della lotta tra me e te, ma per cosa, per cosa abbiamo combattuto? So solo che le mie mani erano sul tuo collo, e ti ho riempita di colpi. So solo che ho dovuto toglierti l’aria, non farti respirare, e quella cosa su cui io mi sono svegliato non era il letto, eri tu.
Indizi maledetti.
Allucinazioni maledette.
Io non volevo, ve lo giuro, non volevo. Giuro su qualunque cosa che non ne avevo alcuna colpa. Vi prego. Vi prego!

“Si è svegliato?”


“No. Ancora è bloccato. Non capisco cosa diavolo stia succedendo purtroppo. Il suo cervello sembra ancora attivo. Prima si è alzato, sembrava fosse finalmente sveglio sa?”
L’infermiera Giulia si gira verso la madre, negli occhi, se ci guardi, ci leggi un filo di paura mista a compassione. Che strani sentimenti da provare.
“E cosa ha fatto?”
Ad interromperle è un dottore che entra di soppalto nella stanza.
“Oh, finalmente vi ho trovato. Stanza novanta, giusto? Paziente in stato comatoso per prolungata assenza di ossigeno al cervello?”
L’infermiera si gira.
“Certo Dottor Edwige”
La madre lo guarda. E’ un dottore piuttosto comune, ma nel suo modo di muoversi ha un che di strampalato, di caotico.
Il dottore apre la cartella clinica e poi inizia a rigurgitare nomi medici che la madre non capisce.
Poi se ne esce.
“Le faremo sapere appena possibile.” dice. E sembrava una frase da colloquio di lavoro.
La madre guarda l’infermiera.
“Eravamo rimaste? Mi aveva detto che mio figlio si era svegliato ed aveva parlato. Cosa aveva fatto?”
“Poco o nulla a dirla tutta.” risponde “Farfugliato qualche numero strano. Qualcosa come trentanove, mi è parso di capire.”
“Trentanove?” Si.
Entrambe si girano verso l’uomo disteso sul letto d’ospedale.
La madre lo guarda intensamente e gli passa la mano tra i capelli. Il volto immobile di lui non lascia trapelare niente, nemmeno un’idea di sentimento.
“Che strano” sussurra lei
“Che strano” ripete


Andrea (sdl)

4 pensieri su “Indizi – Racconto 3 – L’enigma

  1. Adorabile prova di monologo interiore. Very well my dear… ho 2 appunti, ma se vorrai in separata sede. La prima parte è magnifica, si sente che non eri in vena stasera solo nella seconda.

  2. mmm, ciao Eva. Se con "non eri in vena stasesare" intendevi far riferimento al tweet che ho fatto, sappi che il racconto era un altro 🙂 per gli appunti appena ci si becca li ascolto più che volentieri 😉 (e dopotutto non mi aspetto di scrivere solo cose fatte bene ma anche cose brutte e noiose! Con grande tristezza di questo blog che perderà visitatori )

    Andrea (sdl)

  3. Ok, ho fatto una gaffe… comunque non è nè brutto nè noioso, anzi!!!!!!!!!!!!! Leggi anche le cose positive fava!!! "Adorabile prova di monologo interiore…"

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