Indizi – Racconto 4 – Tic

Cherry Blossom
immagine appartenente al rispettivo autore


Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Ilaria, con le parole: “Giapponese, Microfono, Vocabolario”

Tic

Bernando Umiretti non si poteva descrivere facilmente. Già il suo nome era qualcosa di originale, allo stesso tempo unico ma non memorizzabile. Non era raro vedere gente che fermava Bernardo e gli diceva “Ehi ciao” per poi cadere in un silenzio plateale, quasi imbarazzante.
Il momento della verità, dal suo punto di vista, era sempre e solo quando pronunciavano il suo nome. Se ci riuscivano, beh, allora sicuramente avevano un forte legame affettivo o un grande interesse.
Riuscire a definirsi una strada da quel punto in poi fu piuttosto naturale per lui. Nonostante la difficile adolescenza che formò il suo carattere in maniera bizzarra, quasi isterica si potrebbe dire, a venticinque anni sapeva distinguere con perfezione e senza problemi le persone che erano interessate a lui, quelle che gli volevano bene, quelle che volevano qualcosa da lui e quelle che lo ignoravano.
Qualcuno potrebbe argomentare: Sai che roba.
Ma in fondo la capacità, sicura e con altissime percentuali, di distinguere tutto ciò era tutt’altro che scontata. Anzi. Bernardo riusciva a fregare chiunque.
Madre natura gli aveva certo voluto bene. Fisico prestante, snello e ben formato. Con poca palestra riusciva a definire i muscoli quel tanto che bastava per essere attraente senza sembrare fanatico. Un bel viso condito da una cesta di capelli modello Pantene che ti veniva l’istinto di passarci la mano sopra all’istanti.
Occhi marroni, ma d’altronde non si poteva aver tutto.
Visto da questo punto di vista il punto dove era adesso era la conclusione naturale di un percorso iniziato anni addietro, in maniera forse involontaria o forse guidata ciecamente da un destino che non voleva rivelarsi.

Camicia bianca, giacca nera, pantaloni eleganti sempre neri. Il colletto della camicia era slacciato per dare un certo effetto, scarpe lucide, cintura imponente. Bernardo camminava per strada, cellulare alla mano
“Direi che questa mossa è perfetta. L‘azienda dovrebbe essere felice dei risultati e noi uscirne senza grosse grane. Ottima idea Michele! Direi di andare avanti su questa strada senza esitazioni”.
In quel momento era nell’ingresso della propria villa, un giardino fatto di un’erba tagliata in maniera perfetta con al centro un viottolo delineato da tante pietre che ricordavano la naturale progressione di massi che si troverebbe di fronte ad un attraversamento del fiume.
Bernardo camminava in maniera disordinata come suo solito, centrando però perfettamente ogni sasso, e mantenendo un equilibrio miracoloso tra il cellulare nella mano destra e la borsa da lavoro.
Mentre il cellulare finiva nella tasca della giacca sentì due voci distinte. La prima è Bobby, simpatico cane che ormai faceva parte della loro famiglia, la seconda era di Teresa, sua figlia.
“Papa! Finalmente sei tornato”
Gli occhi azzurri di Teresa splendevano nel sole primaverile in maniera impressionante. La tuta che metteva per portare in giardino Bobby era tenerissima, e rendeva la loro immagine quanto di più dolce potesse venire in mente a Bernardo.
Una porta a scorrimento si aprì velocemente, Bernardo scorse le scarpe spuntare dall’ingresso a vetro della casa. Mentre ancora Teresa gli stava strattonando il braccio che teneva la borsa, scuotendolo con forza, Ilaria gli appare di fronte senza timori o incertezze.
“Fatto tardi anche oggi. Lo sai vero?”
“Lo so. Ma sembrano tutti incapaci in quell’azienda. Non riesco a capire. Non riesco a capire”
La ripetizione è voluta, e mentre lo fece si grattò il capo, nella stessa buffa maniera di sempre.
Ilaria accennò un sorriso.
In fondo era certa che amava quelle stranezze.
Mentre ancora era impegnato a grattarsi gli indicò la tavola, visibile perfettamente da quel punto. Sopra c’era una piccola torta.
“E quella?” disse Bernardo
“Beh, io e Teresa oggi siamo andate un attimo a fare compere” rispose la moglie
Anche i suoi occhi erano azzurri, ma la tettoia che riparava l’ingresso li nascondeva al sole, Solo una ciocca dei suoi capelli biondi splendeva come un anello di matrimonio tra quei raggi.
Il suo corpo fino, la sua maglietta nera con una modesta felpa erano sufficienti a renderla bella.
“E abbiamo preso una torta grande grande, con le fragole” Teresa strattonò la giacca
Bernardo le guardò entrambe, sorrise.
“Grazie” disse.

Questo poteva essere il punto dove la storia della sua vita si poteva tranquillamente fermare. C’era però un problema.
Bernardo non era felice.
Se fosse mai esistito un vocabolario delle cose, beh, Bernardo non sapeva cosa volesse dire essere felice, e nel migliore dei casi non poteva ricordarlo. Pertanto il punto naturale di arrivo per quella sua carriera fu proprio quello. Una torta alle fragole. Il sole di primavera, l’albero in fiore nel giardino, che nascondeva con le proprie ombre i sassi dell’ingresso. Sua figlia, il cane Bobby, e sua moglie, pronte ad aspettarlo.
Tutta quelle cose e neanche un briciolo, un’idea, un assaggio di quella che per molti altri si poteva sintetizzare come felicità.
Bernardo era seduto alla tavola in vetro trasparente, sabbiata nella parte inferiore con un tema floreale assolutamente unico. La brocca in cristallo era ripiena di succo d’arancia, la torta sul tavolo era tagliata in otto pezzi. Teresa e Ilaria sorridevano, anche loro, sedute di fronte a lui.
“Vado in Giappone”
Silenzio.
Il coltello era appoggiato sotto una fetta di torta, pronto per toglierla e poggiarla sul piatto. La mano di Bernardo lo stava sfiorando.
Silenzio.
“Dove è il Giappone papà?”
“E’ lontano. Un pò lontano da qui.”
Silenzio.
Come l’intera natura si ferma di fronte ad un’eclissi adesso l’intero mondo conosciuto da lui si era fermato. Zittito.
Bernardo si grattava la testa, sempre di più.
“Beh? Non dici niente?” la sua domanda era rivolta ad Ilaria, aveva bisogno della sua approvazione. Per quanto assurdo fosse tutto quello che stava facendo.
Lei lo guardò, non intensamente, ma nemmeno ignorandolo.
“Ti serve davvero?”
Aveva già capito che non era una questione di lavoro ma di vita. E diavolo se odiava sapere che lei lo amava così tanto. In altri mondi sarebbe stato più semplice, o forse più complicato.
“Si. Mi serve. Mi serve” la sua mano volò nuovamente tra i capelli ed a lei venne voglia di toccarli quindi avvicinò la mano destra alle sue ciocche, e le sfiorò.
C’era un filo di tristezza in tutto quello.
Bernardo mangiò la torta. Teresa chiese quante più cose c’erano da sapere sul Giappone.
Bobby stette in silenzio. Nessuno seppe perchè.
Ilaria invece, lo guardo tutto il tempo, quasi come se fosse possibile trasformare una persona in un quadro solo guardandola, per non perderla mai.

“Volo 1068 per Atene è pronto al gate 15. Ripeto. Volo 1068 per Atene è pronto al gate 15.”
La voce femminile che usciva dagli speaker ancora non annunciava niente di buono. Bernardo era seduto nelle sedie scomode dell’aereoporto, tra le mani una rivista qualunque.
Non aveva bagagli. Era l’unico a fare un volo intercontinentale senza nulla che non fossero i suoi tic.
Che erano una compagnia piuttosto originale.
Bernardo era triste. Lasciare la sua famiglia così non era stato certo semplice. E non sapeva neanche lui cosa lo aveva reso necessario. Ma era così.
Di fronte a lui c’era una ragazza. I capelli rossi erano disordinati come dopo una notte di sesso sfrenato. Portava dei calzoncini corti aderenti, una maglietta ed un giubbotto di pelle.
I suoi occhi erano azzurri, ma il suo viso lo stupì. Nessun piercing. Nulla di nulla. Vista tutta quella trasgressione gli parve semplicemente normale averli, ed invece fu in parte deluso.
Poco importava però.
La ragazza lo notò, inclinò leggermente la testa come per salutarlo, e torno a guardarsi intorno. Lui ricambiò quel che era possibile, e si rimise a leggere.
Notò solo allora che accanto alla ragazza c’era un piccolo zaino, piuttosto modesto, di colore rossastro e le cui sfumature si notavano poco per l’usura.

“Che combina? Importuna le giovani ragazze?”
Bernardo per poco non saltò in piedi. Non si era per nulla accorto che lei sedeva accanto a lui, nella fila business. Di sicuro la ragazza era ricca. O qualcuno se la voleva tenere lontana.
“Ehi, non si preoccupi. Stavo scherzando” aggiunse “ solo che abbiamo avuto i posti vicini, vorrà dire che era destino”.
L’aereo era pronto a decollare. I due si allacciarono le cinture di sicurezza poco dopo la lapidaria risposta di lui, e poi, finalmente, furono in volo.

“Insomma, cosa la porta in Giappone?” dice lei
Bernardo si gratta la testa
“Penso sia complicato. Non saprei come spiegarle” mentre lo disse la sua mano sinistra continuava a grattargli il capo in maniera pensierosa.
“Vedo che è sposato” notò lei “problemi in casa?”
“Oh beh. No, non direi. Non proprio almeno.”
Lei rise un pò. Una risatina trattenuta che non mancò di farlo intenerire. Il volto di lei non era del tutto snello, ma un qualcosa di morbido che sembrava quasi da mordere. I rigonfiamenti delle guance, soprattutto, gli parevano una fonte inesauribile di dolcezza.
“Lo sa che con questa risposta mi ha detto praticamente di si?”
“Ehm. Mi scusi”
“E di che si dovrebbe scusare ora? Ah si. Lo so io di cosa si deve scusare. Di darmi del tu”.
“Allora” disse Bernardo “esigo che la cosa sia reciproca.”
“Affare fatto.”
I due si strinsero la mano fissandosi negli occhi. La mano di lui era gelida, quella di lei calda ed accogliente. Come l’abbraccio di una madre.
“E quindi, che cosa ti porta in Giappone? Avremo molte ore per parlarne”
“Non so. E’ strano. Non so neanche io perchè sono qui. Ma non è per problemi di matrimonio. Direi più…” la pausa era lunga e i suoi occhi vagavano come per cercare una parola
“Direi più per problemi miei. Sono un tipo strano sai?”
“Lo vedo” disse lei, indicandogli la mano sinistra.
“Ah si. Il tic. Cel’ho da quando ero piccolo”
“Brutta cosa i tic. C’era mia nonna che aveva una teoria tutta sua, una roba particolare sai?”
“Davvero?” Disse Bernardo interessato.
“Ti giuro. Lei diceva che i tic erano il modo del nostro corpo di ribellarsi. Della nostra mente di farci capire che dovevamo agire, che non andava bene. Che c’era qualcosa di noi che non andava. Mi raccontava sempre di quando conobbe il suo primo ragazzo e le comparve questo tic strano, ovvero si doveva carezzare le mani. Ma proprio carezzare! Forse anche tu hai questo problema.”
“A dirla tutta? Ci potrebbe stare sai? E tu perchè vai in Giappone?”
Lei indicò su con l’indice
“Ahhh, sei fedele! Di quale religione?”
La ragazza scoppio in una fragorosa risata che tenne a freno solo tramite la mano.
“Ma che hai capito. Parlavo dello zaino”
“Lo zaino?”
“Si. E’ tutta colpa di quello. Dentro ci sono tutti i regali del mio ragazzo. Un microfono, dei bracciali, ed altre cose stupide”
“Un microfono? Sei una cantante?”
“Qualcosa del genere. Mi piacerebbe esserlo ma non penso di essere troppo brava.”
“Si, ma non ho capito” dice tornandosi a grattare “che c’entra il Giappone?”
“Beh, visto che ci siamo lasciati ho pensato che potevo portare la sua roba nel posto più lontano, perchè non lo volevo di mezzo.”
“Cioè, tu vuoi dirmi che stai andando in Giappone per poi tornare indietro?”
“Esatto.”
“In classe business?”
“Esatto”
Stavolta fu Bernardo a ridere di gusto, tanto che smise di grattarsi per contenere l’intera risata.
“Certo che sei strana, come ti è venuto in mente?”
“Leggendo Stephen King.” rispose “in On Writing lui scrisse che per un libro, mi pare l’ombra dello scorpione, ebbe il blocco dello scrittore, e per andare avanti dovette decimare mezzi personaggi tramite una bomba. Scelse un’azione estrema che risultò in qualcosa di molto semplice, e in quel momento io capii che dovevo farlo. Dovevo allontanarmi da lui, se mai fosse stato possibile. Perchè sennò non sarei mai uscita dal mio di blocco.”
“Tutti abbiamo un blocco dello scrittore nella nostra vita” continuò dopo una piccola pausa “tutti prima o poi ci troviamo di fronte ad un punto dove non sappiamo andare avanti, ad un bivio dove non sappiamo scegliere. E tutti, prima o poi, rimaniamo lì fermi imbambolati ad aspettare che chissà quale musa arrivi. Ma sai qual’è la verita?”
per dirlo gli sfiorò le mani
“Quale?”
“In questo mondo ci siamo solo noi. E dobbiamo essere noi a salvarci. Non il destino. Non c’è niente di scritto. Per questo mia nonna credeva che i tic fossero un segnale. Perchè si potevano risolvere sempre. In fondo bastava saper parlare con se stessi.”
E fu in quel momento che Bernardo capì cosa stesse cercando. Non era l’amore o chissà quale forma di sentimento.Non era l’apprezzamento, ma ciò che cercava era la forma più intima di se stesso, quello che gli avrebbe permesso di distaccarsi da ciò che gli altri immaginavano di lui. Si rese conto, in un secondo, che alla fine ha sempre parlato con gli altri e mai con se stesso, con quella parte che, in modi più o meno evidenti, aveva sempre cercato di farsi viva.
“Sai, mi sa che hai ragione.” Disse Bernardo, e la baciò sulla fronte. Un bacio paterno, senza secondi fini.
Lei arrossì teneramente.
“Ti ringrazio.” Disse lui
“E di che? Giuro che un giorno scriverò una canzone su questo discorso assurdo.” rispose lei.
Poi parlarono per un bel pò. Lei gli raccontò dei suoi genitori facoltosi, della sua voglia di fuggire da quella società ricca. E lui disse quel poco che sapeva di se stesso.
I controllori di volo dissero che era tempo di dormire, le luci dell’aereo si fecero soffuse, e da fuori il buio della notte non lasciava trapelare nessun indizio di dove fossero.
Bernardo si coprì gli occhi, e si addormentò.
Al risveglio lei non era lì. Inizialmente pensò che fosse andata in bagno, ma non tornò mai.
Quando arrivò in Giappone aspettò ai bagagli, sperando invano che avesse anche un bagaglio da recuperare, ma fu inutile.
Restò solo qualche giorno a Tokyo, per tornare subito visto che anche quella era una metropoli come tante altre. Quando tornò sapeva che cosa doveva cambiare della sua vita: l’apparenza. Doveva divenire trasparente e non seguire più le strade degli altri. La sua vita continuò in modo splendido e raggiunse il culmine quando, qualche anno dopo, sentendo passare una canzone alla radio, ripensò a quella misteriosa ragazza dai capelli rossi, ai suoi tic oramai scomparsi, a quel viaggio così fugace in Giappone.
La canzone che girava era Strange World, dei Ke ed iniziava con questa frase:Is this our last chance to say all that we have to say, hiding here inside ourselves we live our lives afraid.
Ecco. In quel momento, dopo tutta quella fatica lo poteva davvero dire: era felice. Malinconico forse, ma di sicuro felice.

Andrea (sdl)

4 pensieri su “Indizi – Racconto 4 – Tic

  1. 大好きです!!!

    Chiunque sia andato a scuola sa scrivere. In molti, tantissimi, scrivono bene. Se si guarda al solo "significante", il mondo è pieno di scrittori. Ma, se si va al "significato", il cerchio si riduce… Miriadi di giornalisti, addetti stampa, cronachisti, narratori… Poi c'è chi riesce ad essere osservatore e a descrivere con delicatezza i sentimenti.
    Tu ne sei capace.
    Ci possono essere errori, storie "poco ispirate" come dici tu, o trame meno avvincenti di altre, ma di fondo c'è una grande abilità nel saper raccontare l'uomo attraverso i personaggi che crei.

    Bello, Bernardo, perché è l'uomo di oggi, che ha tutto e non ha niente. O quella sfigata d'Ilaria (cazzo, sono proprio io, ignorata dall'amore!) o la ragazza dai capelli rossi, due femminili che hai descritto molto bene… non è cosa facile per voi "maschi", per quanto siano proprio due uomini i miei scrittori preferiti (Carofiglio e Ammaniti)!

    Due grandi citazioni, poi! On Writing è lì che troneggia nella mia libreria e i Ke… Bè, what a great song! La stiamo riascoltando io e la mi' sorella proprio ora!

    Insomma, bravo, bravo!

  2. Urka! Sono sorpreso! Felicissimo di averti potuto regalare così tanto 🙂 Grazie grazie grazie (con inchino! 😉 )

    Sono contento che ti piaccia ciò che scrivo. Come al solito spero di migliorare, di raggiungere una qualità differente. Ma al di là di ciò sono momenti come questo che mi fanno capire che devo resistere, e non devo arrendermi. Grazie ancora!

    PS: Io il giapponese non lo so! 😀 che hai scritto?

    Andrea (sdl)

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