Indizi – Racconto 7 – Nessuno

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immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è hysteria, con le parole: “Fenice, metropolitana, lego”

Nessuno

Un giorno come molti altri nella grande città. La pioggia cade, precipita giù senza alcun segno di temere la caduta. Si paracaduta e BUM.
Schianto a terra per poi sciogliere residui di marcio presenti ai bordi delle strade, colorarsi di un marrone sporco e scivolare via, ai lati metallici di una fognatura qualunque.
Qui le cose non hanno un nome, c’è della gente che sta camminando sull’altro lato della strada. Ci sono due tizi che litigano all’incrocio di fronte al semaforo. Ci sono alcune macchine ferme in attesa che quei due “Fottuti cretini”, a detta del tassista.
Ma niente ferma la pioggia che ancora scende e rimbalza su una pozzanghera a sua volta frantumata da una scarpa con un’intelaiatura in plastica che la metà basterebbe. I rimbalzi di gocce figlie, nate da quel sesso precoce, si disperdono nell’aria per poi scomparire anch’esse a terra, o sul fondo dei pantaloni di un qualsiasi altro passante.
Non ci sono nomi degni di nota in questa città.
Neanche il mio.

La metropolitana scassa, rompe, brontola come un uragano pronto ad esplodere. Fa le sue elettriche avvisaglie con lampi luminescenti nella caverna da cui esce urlante.
Ed urla, quanto urla. Le luci intermittenti al suo interno denotano la totale mancanza di manutenzione di questa fottuta città.
Tasse, se qualcuno vi paga, sappiate che vi sopravvalutano.
La metro si ferma. Come rame invecchiato è il metallo che la circonda,i un verde malato che mostra la corrosione del tempo, la ruggine negli angoli di giuntura, i vetri leggermente fratturati che nell’inverno ed alle alte velocità fanno suonare quelle fessure come urla di fantasmi in lontananza.
Le porte della metro si allontanano, lanciandosi l’un l’altra contro i rispettivi punti di fessura. Si nascondono timide per non farsi vedere. Centinaia di persone escono, corrono, sbraitano, parlano al telefono di che cosa faranno stasera, ehi ma allora con tua moglie cosa vuoi fare?, io esigo un aumento non penserai davvero che io possa lavorare così, e perchè dovremmo continuare allora? Spiegamelo, io non sono la tua puttana, ho solo bisogno di qualche soldo.
Tra di loro qualcuno sta zitto. Forse sono muti, forse non hanno mai avuto qualcosa da dire. Scarpe di plastica contro porcellana scadente. La metropolitana è un cesso vestito male, con vestiti da puttana, e nessuno se ne è accorto. Loro ci camminano. Le luci intermittenti fanno l’occhiolino alla schiena dei viaggianti. Un piccolo clac e le porte tornano ad amarsi.

Finito il viavai tutto perde colore, rimangono solo echi di rumori lontani, provenienti dalle stazioni della metro più vicine. Sembrano voci di persone intrappolate che provengono dal tunnel. Un tunnel buio ed infinito. Non c’è nulla in fondo se non un’abisso di terrore. E’ questo che rappresenta per me il tunnel della metro. Un posto dove puoi solo voler morire, ma paradossalmente qualcuno sceglie di viverci.
Un’ora al giorno, sola andata. E se poi andiamo a contare il ritorno il tempo aumenta, lievita come una torta scaduta il cui sapore potresti indovinare dopo cinque minuti di cottura.
E loro di che vita vivono? Di che morte moriranno? Vivere in una metro fa schifo. Ve lo dico per esperienza.

Accanto a me c’è un bambino. Blu rosso e giallo. Non sono i colori del bimbo, ma dell’attrezzo che sta cercando di comporre con le sue mani.
E’ un barbone. E per un barbone tentare di costruire qualcosa equivale ad avere davanti un architetto di grande fama. Compone i pezzi del lego come meglio crede, poi mi guarda, in cerca di una conferma, un confronto.
Abbasso lo sguardo per vedere cosa ha fatto: La costruzione in se e per se fa piuttosto schifo ma tutto sommato si capisce che è una panchina. Brutta, epilettica, ma pur sempre panchina.
Indico la panchina su cui siamo seduti facendo cenno con il capo, lui ricambia. Se non altro non ho fatto una grandissima figura di merda.
I barboni sono fatti così. Cercano sempre qualcosa di speciale nel nulla. Un briciolo di normalità. Per questo un bimbo senza tetto come questo può cercare di stupire uno come me.
A questo punto il bimbo mi sorride, prende la panchina tra le sue mani e me la consegna.
Come dire: Ehi, tu stai peggio di me, ti faccio un regalo.
Accetto, come per dire: Grandissimo pezzo di…
Ma dentro di me un pò sorrido.

Nella grande città i giorni passano senza lasciare traccia. Ti alzi, ti addormenti. E nel mezzo non ci sono le solite ventiquattr’ore ma c’è un istante della tua vita. Il tempo è compresso, per farti sembrare meno misero tutto il resto. Attendere la metro, entrarne, uscirne. Andare a lavorare in giganteschi palazzi di vetro dove tu divieni un numero.
Perchè nessuno ricorderà mai il tuo nome.
E’ questo quello che succede. Ti alzi, ti addormenti. Il resto è aria fritta che riempie le strade, i banchini di hot dog che dispensano sporco sui pantaloni di chi li acquista ed il ketchup che copioso si distende lungo i pantaloni grigi da lavoro.
Il tizio voleva un pranzo in fretta, ed ora avrà un frettoloso licenziamento. Perchè gli standard sono alti e la concorrenza agguerrita. Sopra di loro, sopra il banchino di hot dog nella strada c’è un grande cartello con una donna che sorride. Assicurazioni per la vita.
Il fumo delle fogne arriva fin lì, l’odore per fortuna no. La città fa schifo anche senza questi neon postatomici a colorare le insegne, anche senza le auto di vecchia annata a girare per le strade, anche senza l’intero manto stradale costituito da mattoni incastonati male che si scontrano tra di loro al passaggio di una macchina.
SI vive in un tempo strano, pieno di indecisioni.
La pioggia cade, ma da quanto sta piovendo ormai?

Il meteo dice che domani ci sarà il sole. E’ quasi sera ma nessuno di noi riesce più a distinguerla dal resto del tempo. Sarà la cappa nera, sarà la pioggia, l’odore di fumo che si concentra in alcune ore del giorno, ma qui sembra di essere ingabbiati.
Nella tasca del mio eskimo c’è ancora la panchina. I colori sono saturazione pura a confronto del grigio che c’è intorno.
Mentre la tiro fuori dalla tasca nella mia menta qualcosa va deviandosi. Tutta la città è deviata, perchè non potrei esserlo io? Le auto d’epoca sfrecciano sull’asfalto romano, le persone camminano con scarpe di plastica inerme, l’acqua ci sta uccidendo goccia dopo goccia e noi dobbiamo fare qualcosa.
Dall’altro lato della strada un vigile vestito di nero mi vede, il cappello con la stella messa sulla sinistra mi fa ancora paura dopo quella volta, ma ce la posso fare.
Tiro fuori la panchina di lego dalla mano, mentre lo faccio il poliziotto si allarma visibilmente ed inizia a protrarsi per correre verso di me.
Ma il mio movimento è più veloce, nell’istante in cui lui mi vede la mia mano è già alta nell’aria, pioggia nera che bagna e decolora la plastica montata della panchina, pioggia nera che cade già morta, senza mai essere nata.
Scarico tutta la forza che ho nel mio braccio destro, e la panchina vola perfetta al centro della strada in mattoni per poi distruggersi al centro.
I pochi pezzi di lego paiono fratture spaziali colorate, si vedono universi attraverso di loro.
Il poliziotto mi ha raggiunto e mi sta ammanettando.
Dice cose, parla di persone.
Io so di essere immortale. So che come una fenice potrò risorgere. Voi non potrete mai condannarmi per un motivo semplice che nessuno di voi ha mai capito.
Niente in questa città ha un nome.
Neanche io.

Andrea (sdl)

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