Indizi – Racconto 12 – L’ultima luce prima del tramonto

Family twilight dusk sunset
immagine appartenente al rispettivo autore (B℮n, su Flickr)

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog. (maggiori info)
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Silvia con le parole: “specchio, ombra, spirito”

Vuoi sapere come è nato il racconto? Leggi fino alla fine …

L’ultima luce prima del tramonto

“Purificami, con il tuo sangue, con il tuo corpo.
Bagnami del tempo che è scorso, dell’odio delle battaglie che l’uomo ha combattuto.
Illuminami nella notte, perchè mai più sia buia, e sii la mia luce eterna.
Per sempre.”
“Per sempre”
Akila si sentiva sempre intimorita nel recitare quelle frasi.
La chiesa sulla scogliera poi non era mai stata così tenebrosa come quella sera. Mancavano pochi minuti prima del buio completo e già in tutta la chiesa la luce faticava a filtrare.
Le prime file in legno erano già divenute un’ombra nella punta della cattedrale.
Il rumore del mare era quasi impercettibile.

Come tutte le volte, quando recitava la preghiera sentiva qualcosa.
Un suono, un rumore.
Qualcosa di storto dentro di se.
Si toccava sotto le vesti bianche sfiorando la pelle chiara per capire se era tutto ok.
Sentiva il sudore freddo a contatto con le sue dita.
E poi si tranquillizzava: “E’ solo una preghiera”, diceva.
Due minuti al tramonto.
E poi divenne buio, buio di tenebra.

Akila poggiò la mano sulla panca in legno di fronte a lei, quella della penultima fila.
Sentiva il contatto con il legno laccato corroso dalla salsedine.
Stette un paio di secondi in silenzio senza neanche respirare, cercando di captare ogni possibile suono o presenza intorno a lei, poi continuò:
“Nel buio prendimi, infiammami.
Trasforma il mio corpo nella tua lanterna, contagiami del tuo volere.
Inquinami.
Per sempre”
“Per sempre”
Un soffio di vento caldo le passò sopra il collo, Akila tentò di rimanere assolutamente immobile mentre tra le sue dita ancora stringeva il foglio con su scritte le parole.
“Io a te mi concedo. 
A te mi abbandono.
A te lascio il mio corpo, il mio grembo, il mio presente ed il mio futuro.
Salva solo il mio passato, perchè io possa viverlo per sempre.”
“Per sempre”
Quello che prima sembrava un soffio di vento caldo ora le appariva distintamente come il respiro caldo di qualcuno.
Esattamente dietro di lei percepiva qualcosa, come una presenza, uno spirito.

Akila rimase immobile, il sudore freddo su ogni zona della pelle le appiccicava il vestito di raso addosso.
Quando finalmente sentì qualcosa toccarle il collo non ebbe esitazioni…

…schiacciò la zanzara.

Mentre aveva la mano ancora ferma sul collo prese fiato un secondo.
Si dette il tempo di riflettere. Di scrutare quel buio così impenetrabile.
Di cercare dei rumori che potessero darle un segno.

“Ed anche stasera me la sono quasi fatta sotto per del venticello” Esclamò.
Staccò le mani dalla panca e finalmente raggiunse lo zaino, lasciato ai piedi.
Akila accese la torcia solo per vedere che tutto era dove l’aveva lasciato.
Compreso lo specchio.

— —

Nella stanza di Akila c’erano tante cose, molte delle quali inutili.
Akila collezionava, teneva una memoria di tutto, per non dimenticare.
Teneva ancora la prima lettera d’amore del suo ragazzo, o il biglietto che suo padre le comprò per andare al luna park.
Conservava anche i biglietti del treno, gli abbonamenti di quando andava a scuola.
E lei aveva una scatola per ogni memoria, ognuna con un suo colore.

Non era facile essere lei, ma in qualche modo dava ordine alla sua piccola follia.
Ogni memoria aveva un posto, come nei computer.
Nella stanza di Akila c’era anche una foto vecchia ed ingiallita. Una foto d’altri tempi.
Sopra c’era scritto: 1991.
E quella foto incorniciata era l’unica cosa nella stanza che Akila non spolverava.
“La polvere fa invecchiare le cose insieme a te”, diceva.

Akila aveva ormai 32 anni, la pelle sempre chiara e mai abbronzata. Portava addosso vestiti larghi e teneva in una zona dell’armadio un vestito bianco di raso.
Leggero, perfetto per quelle sere al tramonto dove andava nella chiesa a pregare.
Akila aveva gli occhi del vento, grigi come il cielo di Milano, ed i capelli rossi come una gatta.

Da cinque anni a questa parte Akila andava ogni sera alla chiesa, a pregare.
La preghiera le fu data da un cartomante. Un uomo dal vestito blu pomposo.
Lo incontrò di notte in una via di Barcellona, mentre tutta la gente ubriaca tornava dalla festa del sabato sera.

Lui le disse soltanto: “So che non vuoi vivere in questo presente”.
E per lei era stato sufficiente.
In qualche modo quell’uomo sapeva della scomparsa.

Così la guidò, attraverso la tela di strade del centro, fin dentro una casa piccola piccola, poco oltre la periferia, vicino al mare.
La porta scricchiolava, il pavimento pure.
“Siediti” disse indicando la sedia di fronte al tavolo.
Lui andò a sedersi dall’altro lato, cercando un libro nella piccola libreria alle spalle.

Prese il libro rosso con su scritto: “Incantesimi” e poi le iniziò a spiegare.

— —

Akila parcheggiò la bicicletta fuori dalla chiesa e prese dallo zaino il solito foglio di carta con su scritto l’incantesimo.

L’ultima luce prima del tramonto, il momento in cui tutto finisce dove il mondo si ricongiunge a noi.
Il momento dove ogni ombra diventa anima, dove ogni spirito diventa volto.
Akila contemplò la chiesa: E’ malandata, pensò.
Vide le mura incerte, i pezzi crollati. Guardò al lato dell’ingresso della chiesa per riconoscere un piccolo cortile abbandonato e non più curato.
“Domani, se verrà giorno, lo curerò” pensò tra se e se.

Entrò nella chiesa spostando con forza la porta d’ingresso.
Lo specchio era ancora lì, fermo immobile, poggiato accanto alla fila sinistra di panche, poco in ombra.
Nello specchio c’era solo lei che stringeva quel pezzo di carta. Nessuno spirito dietro o ombra.
Ma nel mentre che si guardava spostò la mano mano destra verso le labbra, ed iniziò a bagnare lentamente le dita.
Una ad una le inumidiva con il passare della lingua.
Poi, con l’indice ancora bagnato si avvicinò allo specchio e segnò una x nel punto dove c’era il suo seno sinistro.
Con la stessa mano si appoggiò allo specchio senza far ricadere tutto il suo peso su di lui.
Poi con un filo di voce pronunciò: “Nel buio prendimi, infiammami.”

Sentì distintamente lo scricchiolare della porta d’ingresso ed il vento che la richiudeva, nonostante il peso.
Senti il vento nonostante non vi fossero fessure, passarle attorno.
Era praticamente buio dove si trovava. Riusciva a vedere alcune forme della chiesa ma non aveva il coraggio di girarsi.
Tutto quello che poteva fare era specchiarsi per vedere cosa ci fosse dietro di lei.
E lei osservava il dentro della chiesa, le vetrate che pian piano perdevano quel poco di luce.
In quel momento senti qualcosa che le spostava la gonna del vestito di raso.
Qualcosa che sembrava fatto di vento e che le avvolgeva tutte le gambe, fino a risalire al suo inguine.
Cercò invana di controllare un piccolo gemito, ma poi il vento si spostò di nuovo e risalì tutto il suo corpo fino ad arrivare alla mano che poggiava sullo specchio.

“Salva solo il mio passato, perchè io possa viverlo per sempre.”
Era una voce che non le apparteneva. Una voce maschile.
“Salva solo il mio passato, perchè io possa viverlo per sempre.”
Come un coro in tutta la chiesa, come se in quel momento l’intera chiesa fosse gremita di persone lei ascoltava incollata allo specchio questa cantilena.

“Per sempre” dissero tutti in coro, e sopra ogni panca di legno apparvero piccole fiamme di un blu oltremare quasi impercettibile.
“Per sempre” disse il vento alle sue spalle.

Il sole scese sotto il mare, e come tutto iniziò tutto parve finire.
La porta scricchiolò nuovamente e lasciò entrare l’odore di mare.
Akila staccò la mano dallo specchio e la guardava come se fosse un qualcosa di nuovo, di sconosciuto.

Prese il foglio di carta con su scritto l’incantesimo e lo girò per leggere l’ultima riga:
“Che io possa restare nel tuo cuore come l’ultima luce prima del tramonto.
Quella che tutto rischiara e nulla nasconde” sussurrò.

Akila baciò lo specchio e poi, dopo cinque anni, disse:
Addio.

Come è nato il racconto (by Andrea)

Onestamente a volte mi chiedo come possano tre parole guidare un intero racconto.

La verità è che le parole di questa volta erano davvero molto introspettive e personali (specchio, ombra), pertanto ho voluto fare un racconto che avesse pochissimi personaggi di contorno (solo uno, difatti), e si concentrasse molto su una spiritualità al limite del carnale, qualcosa di vivo e pieno di passione.

Inoltre parole come ombra e spirito per me sono molto malinconiche, questo mi ha dato molta chiarezza nel scegliere il tema mentre lo scrivevo.
L’hanno guidato verso un tema triste (ma non depresso), che si risolve nell’intrigo d’apertura.
Ed alla fine penso che ne sia uscito un racconto molto bello e semplice, che lascia qualche domanda aperta nella mente del lettore, come è giusto che sia.

Chissà che anche questo non meriti un seguito o forse… un prequel.
PS: Se il racconto ti piace: Commentalo e condividilo!

Andrea (sdl)

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