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Conosci L’infinito Potere delle Tue Affermazioni?

Speechless
foto appartenente al rispettivo autore (Raymond Larose, su Flickr)

Arrivi ad un parcheggio e dici “Non troverò mai posto”, oppure prima di un esame ti dici tra te e te “Andrà malissimo”.

In entrambe le situazioni quello che dici ha un peso per te, ma sai fin dove può arrivare?

Dare fiato a tutti i pensieri non fa sempre bene

Siamo stati tirati su con cantilene come “devi sempre dire quello che pensi”.
Il che, in via teorica, è vero ma c’è un risvolto… Continua a leggere ->

Quanto importerà tutto questo, tra 10 anni? (Assumere con moderazione)

365.042 - AAARRRGGGHHH!
(immagine appartenente al rispettivo autore CrazySphinx, su Flickr)

Riflettiamo per cinque minuti su un semplice punto: Le incazzature e le intolleranze.
Su come ci coinvolgano, ci stravolgano.

Ci annoino fino al vomito.

Incazzarsi è una cosa comune. Ci si può arrabbiare per qualunque cosa: Dalla tazza del cesso ad una singola parola, passando per tutti gli intercalari necessari quali
Cose non dette, cose già dette, lavoro, etc etc etc.
Elencate pure quelle che vi vengono in mente.

Ma poi, razionalmente, non vi passa mai per la testa il: Ma che senso ha?

L’intolleranza, la rabbia, davvero vi servono?
Suona molto ZEN, lo so. Ma non è questo quello che voglio dire.

Quello che voglio dire è:

Tra 10 anni, cosa vi rimarrà di questo?

Cosa vi resterà della tazza del cesso non messa come volevate.
Delle volte in cui avete reagito male o malinterpretato.
Delle volte in cui vi siete sentiti attaccati.
Etc etc etc (fino a sfinimento).

Nulla. Non ricorderete probabilmente nessuno di questi eventi. Solo i “grandi botti”.
Ma per il resto nisba, nada, ZIT!

Quindi, quando vi trovate in queste condizioni, beh, riflettete: Cosa importerà di questo tra 10 anni? Che segno vi sta lasciando nella vita.

E datevi una risposta.
Forse non vi sbollirete, ma almeno avrete un’idea più ampia di quello che vi succede.

Andrea (sdl)

PS: Questa è una perla di saggezza.
Assumere con moderazione.
L’autore non si prende la responsabilità delle conseguenze di seguire questi consigli.
Ma potete comunque provarci. 

Non aver paura di saltare

Aster d'automne...!!!
immagine appartenente al rispettivo autore (Denis Collette…!!!, su Flickr)

Dedicato agli innamorati, a chi si guarda negli occhi e vede un futuro.
Ai tramonti, quelli visti dalla punta di una collina col sole che scivola dietro, quasi in una picchiata involontaria.
Dedicato a chi sogna, a chi ride, a chi scherza. A chi guardando gli altri trova quello sguardo chiaro, inequivocabile, di gioia.
A chi vede il futuro con occhi diversi.
A chi sa che il mondo non è fatto solo di bianchi e neri.
Dedicato a loro che hanno ancora un punto dove arrivare, o che ancora non lo conoscono. A quelli che non l’hanno mai avuto, a quelli che l’hanno perduto.
Dedicato a quelli che il punto non se lo sono proprio posti come problema.
Dedicato a chi sa stringersi la mano, con calore, con affetto, con sincerità.
Dedicato agli abbracci, ai calici di vino, ai sorrisi mai scordati, alle notti insonni, alle parole messe bianco su nero, alle spiagge, ai fulmini d’estate con le coperte, al respiro caldo, al dormire senza pensare ad altro.
Dedicato ai piumini delle notti d’inverno, a chi vuole abbracciarsi non per il freddo, alle candele accese al buio per illuminare quanto basta i corpi.
Dedicato a chi ha il coraggio di saltare dalla scogliera, per finire nell’acqua più blu di tutte, a chi non ha paura di questa vita e non si preoccupa di viverla, a chi pensa a riempirsi il cuore di quanto trova e la pancia di quanto c’è.
Dedicato a chi il salto l’ha fatto.
Nell’acqua, nel buio, ovunque.
Perché il punto del salto non è quanto in alto o quanto in lungo lo farai, ma dove potrai atterrare.

Andrea (sdl)

Quante cose si possono dire sulla luce

I'm bokeh, you're bokeh, pure bokeh, okay? (Fireworkskeh and Boatlightkeh for HBWE!)
immagine appartenente al rispettivo autore (kevin dooley, su Flickr)

Luce. Che la notte fa buio prima ma riesci a vedere le cose.
Luce, ancora una volta, che rischiara il mattino e la brezza dell’inverno fa freddo fuori, ma non dentro.
Luce di candela, col caldo di quando avvicini la mano, ed il profumo di quel secco bruciato quando scompare e torna l’oscurità.
E il mattino, la prima alba, il sole timido che prova a confermare la sua presenza.
E la luna, piena come un bimbo troppo affamato e troppo poco controllato che si mangia ogni raggio del sole per rimandarlo da noi e la notte sembra meno buia del solito.
Luce, come i sorrisi dei bambini. Come gli abbracci delle ragazze, e delle donne.
Come i baci che non capisci.
Come l’erba in una sera d’estate e quel fresco che sembra bagnato ma non lo è e sentire sotto di te la morbidezza del mondo intero che ti abbraccia solo per rassicurarti.
Luce in fondo al tunnel, che un’uscita c’è sempre e occhi accecati perché troppo abituati al buio, e paesaggio sconfinato, col mare che divide il cielo ed un po’ si consuma in esso.
E poi? E poi ancora muri, muri sconfitti dal bisogno di luce, finestre di case che la mostrano e mostrano le ombre di persone che si muovono si toccano, si sfiorano.
Ombre che esistono solo perché qualcosa dietro di loro le definisce.
Luce d’estate luce d’inverno. Luce di una carezza sottile come un filo d’erba, come il rumore di una foglia d’autunno che cade, come il sussurro segreto di un pensiero.
Raggi, che appaiono come lance fiammeggianti attraverso la polvere e scoprono parti che non conosci, dettagli che ignori.
Luce di riflesso, come quando una finestra s’apre.
Luce come cantare nel mezzo della notte, o in pieno giorno.
O come la nebbia, che non sai quando finirà ma il mondo ti sembra infinito comunque. E non vedi le strade ma le senti.

O come il sentire, sentire dentro. Il percepire un fuoco intorno ma niente che brucia. Come l’anima quando si rincuora, come il sorriso di un vecchio che ti ha visto crescere.
Luce come chi ti guarda e sa chi sei perché l’ha capito, come la scrittura a mano che fa trasparire cosa sei, come la carta che tocchi pagina per pagina.
Come le pagelle con i voti alti.
Luce come i segreti dell’infanzia, quelli innocenti.
O quelli dell’adolescenza, forse più complicati.
Luce che complicata non è e risulta sempre semplice, immediata, lineare.
Come una strada che sai dove parte e sai dove arriva, come l’attimo prima del bacio dove senti il respiro, come il soffio di qualcuno sulla pelle, come il contatto, fuori ed attraverso, come sentirsi nudi, come non sapere ed imparare, come lasciar le cose al loro corso senza alcuna paura, come un fiume freddo e le stalattiti di ghiaccio che si spezzano quando le prendi per le mani, luce come l’inverno ed un camino, luce come il suono della voce di tua madre che ti racconta una fiaba, o come l’odore di un bosco.
Luce pura, come l’aria di montagna come la prima intenzione e la prima cosa bella, come tutte le prime volte dove non sapevi ed eri passibile d’ingenuità.
Luce come ingenuità ed innocenza, trasparenza, vetro senza incertezze, metallo perfetto, anima e corpo, come acqua di un fiume corroborante, come rugiada del mattino che la riflette.
Luce e ancora luce.
Che sembra ci si possa nuotare e non finisce mai.

Andrea (sdl)

Essere

16-07-10 The Best Way To Make It Through
immagine appartenente al rispettivo autore (Bethan su flickr)

Sono fatto di ogni odore che ho respirato, di tutto il sudore d’altre persone che in un modo o nell’altro è finito su di me. Sono fatto della saliva di chi ho baciato, dei profumi di chi ho toccato, dei pensieri di chi ho conosciuto.
Sono fatto di vestiti che ho scelto, di persone che mi hanno scelto per qualcosa di più importante, di elementari equazioni che soluzione spesso non hanno.
Sono fatto di caldo, di sale e delle lacrime che ho visto cadere, che ho baciato, che ho leccato via sotto ogni loro buio, delle luci soffuse, delle candele spente con un soffio e via, sono fatto dei suoni della casa in cui vivo, dei passi che sento, dei pensieri che ho.
Sono fatto dei batticuore che ho ascoltato, cercando una sinfonia perfetta, delle parole che ho indovinato senza che nessuno le proferisse, sono fatto degli sguardi che volevo congelare, come i momenti che vivevo, sono fatto di mani che si stringono per non lasciarsi mai ma che poi si sono separate sempre.
Sono fatto del profumo di shampoo sui capelli, della voce che non sempre usciva ed a volte era rotta e spezzata. Sono fatto di morsi, segni sulla pelle, sulla schiena, dentro il cuore, di cicatrici che col tempo non andranno mai via e non voglio alcuna chirurgia estetica che nasconda ciò che ero.
Sono stato il mio passato, ma non lo sono più, e nel mio futuro non c’è qualcosa che sono o che io possa sapere di essere.
Sono fatto di rabbia, urli, vetri rotti e spaccati, di vasi che si riempiono fino a strabordare, di piante che muoiono per mancanza d’amore, di quadri dipinti, centinaia di foto per immortalare la perfezione, centinaia di momenti perfetti immortalati e poi morti altrove.
Sono fatto di luce, della speranza che vorrei ognuno avesse nel cuore, della gentilezza di chi vuole comprendere, del cinismo di chi non sa capire.
Sono di passaggio, ma ho una strada da seguire, ho desideri da realizzare, ed un corpo da muovere.
Sono fatto degli abbracci, quelli buoni, quelli finti, quelli cattivi, quelli che avresti voluto durassero di più, quelli che sarebbe stato l’ultimo e quindi facciamolo durare, quelli che non sai cosa dirai appena ti stacchi, quelli che dovrà andare così, quelli che ci rivediamo presto, quelli che vorrei davvero poter trasmettere qualcosa.

Siamo fatti di tante cose. Anzi, siamo formati da tante cose. Ci siamo formati su di esse, ma ciò che siamo sfugge. A noi come agli altri.
Siamo il prodotto di tutto ciò che ci è passato addosso, ma più di ogni altra cosa siamo qualcosa che non è rappresentato da nulla di tutto questo.
Non siamo il nostro passato.
Non siamo il sudore d’altri, nè i loro batticuore.
Non siamo neanche i nostri batticuore come non siamo le lacrime che abbiamo dato o visto.
Siamo qualcosa di diverso. Qualcosa che grazie a tutto questo ora esiste, ma che in verità non lo rappresenta.
Per dirla semplice: siamo noi.

Andrea (sdl)

Dove andremo?

Controcorrente (Far East Film Festival 10 - 2008)
immagine appartenente al rispettivo autore (pierofix su Flickr)

Soundtrack: Gregory Alan Isakov – If I go, I’m going

 

E se dovrò andare, lo voglio fare con un sorriso. Se dovrò andare via da questa casa, prima o poi, vorrò che sia per mia scelta, voglio che sia io l’ultima persona a chiudere la porta, dare l’ultima mandata, togliere un pò di polvere dalla maniglia.
Voltarmi prima di uscire e guardare la stanza vuota, con le pareti strappate di ogni mobile, con le sagome disegnate dallo sporco su pareti bianche.

Se dovremo prima o poi dirci addio, salutare questo sipario dove ogni tanto ci siamo divertiti, vorrei fosse con un bacio.
Non per desiderio, non perché ne voglio un altro, ma perché è qualcosa di intimo. Qualcosa che non farei con leggerezza.
Come a dire che per me vale.
Come a dire che se proprio devo dire addio preferisco dirlo con la cosa più preziosa che ho: il mio cuore.

E se poi ci dovessimo rincontrare, non temere, sarà da vagoni diversi di treni che corrono via.
Sarò un volto che scorre di lato, una mano che a malapena si muove e due parole sussurrate.

Vorrei non aver detto così tanti addii in vita mia, ma non sono cose che puoi evitare. Vorrei aver solo detto ciao qualche volta di più. Anche quando a dire addio era la vita e non io.
Avrei voluto solo dire che eravamo su strade diverse e che prima o poi come tutti ci saremmo reincontrati.
Forse per strada, forse al capolinea.
Avrei voluto dirlo, a tutte le persone che ho amato e che amo, che ogni volta che sventolo la mano non sarà l’ultima.
Che farò di tutto perché ce ne sia un’altra.

Possiamo passare la vita intera a salutare, ma solo dopo gli addii ci domandiamo cosa avremmo dovuto o voluto dire.

Andrea (sdl)

La vita d’altri

llibreria - bookstore - Amsterdam - HDR
foto appartenente al rispettivo autore (MorBCN su flickr)

Per una volta ho voluto immaginare la vita d’altri. Sono tre scatti, tre foto viste, tre scatti istantanei. Tre pensieri che mi hanno lasciato persone quasi sconosciute. Capita sempre così. E’ una folata di vento quella che ti sorprende.

Foto 1

E c’erano persone. Persone ovunque. E rumori, scoppi, lampi e luci. Il sapore fumogeno dei fuochi d’artificio che come stelle cadenti si disperdevano nel cielo, tra le nubi artificiose del fumo.
E c’era la gente, troppa gente per poterla raccontare, ed una piazza di sconosciuti coperti da un colore giallo salmastro che non dava un nome a nessuno di loro.
Ma tutti loro sapevano di essere lì per una ragione e quindi, STAP, ed il sughero volava come un proiettile di piombo nel nulla, tra la folla indefinita. Colpendo in testa sconosciuti e FLASH qualcuno diceva sorridi. E loro nel mezzo, numeri tra i numeri, volti tra i volti.
Non avevano nome, ma sapevano come trovarsi.

Foto 2

Lei disse “Baciami”, e lui si sentì quasi incerto, colto impreparato da una richiesta così adolescenziale. Pare che gli adulti vedano il bacio come un antipasto, e non come una delle portate. Nessuno potrà confermarvi questa cosa, ma lo dicono.
Baciami lei ripetè, avvicinò le labbra e come per sigillare qualcosa che sarebbe potuto volare via schioccò un bacio lì, dove le labbra s’incontrano come nessuna retta parallela farebbe mai.
Ed il bacio fu morbido, non secco, umido delle labbra di lei coperte da quel tanto che bastava di rossetto.
I capelli di lei si strofinarono sul suo naso o forse li scostò prima, non ricordava.
La luce asettica non rendeva giustizia a quel bacio che forse nessuno avrebbe mai ricordato se non per uno scatto, una foto quasi mossa, con cui si voleva salvarlo, da qualche parte.
Per non dimenticarlo.

Foto 3

Come la racconti la primavera in una foto d’inverno? Come la metti su carta se non con dei capelli biondi ed un sorriso? Come la trasformi in parole se non con un tramonto?
La primavera è uno stato d’essere, non solo una stagione, è un modo di respirare l’aria che hai intorno, di vivere il sole che muore modesto all’orizzonte come una cosa sempre nuova e diversa.
Primavera è la malinconia dell’autunno mischiata alla solarità dell’estate. Questa è.
E così si può tentare di salvarsi un pezzo di cuore, in attesa che il treno passi o si fermi da qualche parte. Che prima o poi succederà.
Si può tentare di immortalare un tramonto, senza un sole, un colore arancione sullo sfondo ed un’idea di primavera, anche d’inverno.
Nonostante le giacche pesanti, i cappelli o gli stivali, si può tentare di immaginarla una primavera così.
In un sorriso, in un pensiero.

Andrea (sdl)

Lo spirito del natale (racconto)

Questo è un piccolo racconto. Scritto di getto, senza pensarci troppo. Volevo mandare un messaggio molto semplice ma significativo. Ci saranno errori nel mezzo e forse non sarà un gran che, ma è il mio tentativo di fare un regalo.

“Sei uno sciocco” dice Mary senza cattiveria “ancora ti aspetti dei regali? Il natale è molto di più di questo. Un regalo è come pretendere ancora che si possa credere, nel duemiladieci, che Babbo Natale esista: infantile!”
Mary sa la sua in fatto natalizio, e lo si vede dalle sue buste scarne di regali dell’ultimo minuto, buste bianche piene di pacchetti sgargianti. Macchie sulla neve.
“Si lo so” le dico “ma è fin da bambino che l’idea di scartare i regali di natale mi fa sognare. Non è tanto il credere in qualcosa, è come un rito. Forse è il mio modo di credere in Dio”
Sorride. La mia è una cavolata detta su due piedi, ma forse c’è anche un fondo di verità. Dopotutto chi può dire cosa sia realmente la fede? Continua a leggere ->