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Vogliamo parlare di Burnout o preferiamo fare finta di nulla?

Linkedin è un posto bellissimo dove poter elencare i propri successi ma non passa giorno dove almeno io non veda una grande lacuna: Parliamo del lato oscuro del lavoro, del burnout.

Cos’è il burnout e perchè non basta semplicemente sapere che c’è?

Anzitutto il burnout entra in gioco dopo lo stress.
Quando lo stress, che usualmente è temporaneo, perdura nel tempo e non è seguito dal rilassamento.

Quando lo stress fisico (fatica), mentale (impegno al lavoro) o sociale/ambientale (obblighi e richieste) non si riducono/risolvono.

Il burnout è tante cose, è stanchezza, arrendevolezza, sfiancamento.
Ma più di ogni altra cosa è solitudine


Soprattutto in una società di overachievers, di eroi, di eccezionalità, il burnout è qualcosa che non abbiamo il coraggio di mostrare, di raccontare.
Ma soprattutto, di riconoscere negli altri.

Sottilizziamo, “è un momento”, “passerà”. 
Sia dentro di noi che quando veniamo a conoscenza della difficoltà nella vita di una persona, quando la vediamo troppo spesso spossata.

La verità è che il burnout non passa nel modo in cui ci aspettiamo. 
Ci segna, rimane una cicatrice se lo superiamo, o ci affonda se non lo superiamo mai davvero.

Ed è un’occasione persa per tutti, dall’HR che può sfruttare l’occasione per far crescere ed emancipare i dipendenti, ai colleghi di lavoro per instaurare un rapporto più empatico, fino alla persona stessa, per iniziare a parlare delle proprie difficoltà e prendere confidenza con la tecnica tanto antica quanto sottovalutata del “chiedere aiuto quando sto affogando” e di iniziare a riconoscere i segnali.

Perché di segnali parliamo. 

Indicazioni spesso flebili e riconducibili ad altri temi.
Questo lo rende difficile da identificare, perché spesso si pensa ad altro, altri problemi, magari della vita privata, o propri difetti.
Ma non è così. e non possiamo fare finta che si possa continuare. 

Possiamo parlare di KPI, OKR, risultati di fine trimestre, compensazioni, soldi, ma se ci dimentichiamo costantemente del valore umano, della persona e delle sue fatiche, la stessa persona che sta dietro al lavoro, allora perdiamo il punto focale.
Senza le persone non esiste KPI che tenga.


E servono persone sane, entusiaste nel loro lavoro, energizzate non dalla semplice competizione ma dall’ambiente creativo e accrescitivo, un ambiente che sappia riconoscere i segnali del burnout perchè non venga sottovalutato. 
Un ambiente che dia spazio e respiro alle persone che alzano la mano per chiedere aiuto o per dire la loro. 

Che apra il dibattito non solo per pubblicità e riconoscimento ma per sincero interesse al mettersi in discussione.

Il problema focale di una parte delle cause del burnout è che riguarda il nostro sguardo interno e la dissonanza che ha con il mondo.

Mi spiego: 
Una delle cause dello stress è causato dal fatto che ci viene dato un compito che “riteniamo non possiamo portare a termine”.

Questo divario a volte è uno dei primi elementi che ci scavano dentro.
Perché magari siamo perfettamente capaci di farcela, ma se pensiamo non sia possibile -ma dobbiamo farlo- questo ci causa dello stress.

Detta così sembra ovvio concludere:
Come è possibile che ci sia questa differenza? una cosa da fare è chiaramente fattibile o no, non c’è tanto da interpretare.

Facile a dirsi, meno a farsi.

Perchè se parliamo di cose banali, come spostare un tavolo leggero, risulta scontata la risposta, è meno scontata se parliamo di attività più generiche che possono avere un’area di lavoro più grande e imprevedibile.

Come la risoluzione di un bug software in un tempo preciso, come raggiungere un numero di kpi senza aver avuto prima conferma di esserne capaci, come una specifica funzionale generica che nella mente di chi ti ha dato il compito è un semplice bottone e per te è un’astronave.

Serve comunicazione.
Comunicazione chiara, onesta, e approfondita, per evitare che il divario interiore aumenti.

Questo è un lavoro che impatta tutti gli attori.
Ho iniziato a parlarne dicendo che è qualcosa di introspettivo ma la verità è che conta anche per chi ha la responsabilità di assegnare compiti.

Devono essere chiari.
Deve essere possibile discuterne la fattibilità ed ascoltare i dubbi della persona, e si deve essere aperti al confronto.

Il burnout lavora su tanti livelli, per questo la sua mitigazione deve arrivare da più fronti.

Il primo fronte è esterno.
Ovvero sensibilità ed empatia.

Tendiamo a sminuire, a dire “ce la farai”. 
Non per una reale fiducia quanto, a volte, per evitare di vedere il dolore.
Il dolore spaventa.
C’è chi non viaggia nei paesi poveri per evitarlo.

Il dolore di fronte a noi spaventa perchè ci obbligherebbe a reagire, diversamente dal dolore televisivo dove possiamo essere spettatori assetati, qua è richiesta la nostra partecipazione e nel momento in cui lo accettiamo non possiamo più ignorarlo.

Quindi coraggio, il dolore è qualcosa che fa già parte della nostra vita, non dobbiamo dire sempre andrà tutto bene ma responsabilizzarci di fronte alle persone in difficoltà e confrontarci con il loro dolore.

Perché se lo ignoriamo le avvicineremo al baratro.

Il secondo è introspettivo.
A volte il burnout nasce come semplice affaticamento e quindi si tende a sottovalutarlo, oppure nasce e ci sentiamo timorosi a chiedere aiuto.

Dobbiamo capire che essere in burnout non è un peccato.
Capita e per affrontarlo l’unico modo è accettare che sta occupando uno spazio nella nostra vita e capire quanto ci sta impattando e come.

Il terzo è nuovamente esterno.
Dare l’esempio e creare l’ambiente.

Nessuno avrà il coraggio di chiedere aiuto se non sa che verrà aiutato.
Nessuno avrà il coraggio di parlare se non verrà creato un ambiente dove la condivisione è preziosa.
Nessuno aprirà mai bocca se ammettere una difficoltà è un modo per deriderlo, sminuirlo, umiliarlo.

Solo i coraggiosi, i temerari potrebbero, ma stiamo parlando di una situazione che ci rende più fragili e per cui è -necessario- creare un ambiente comunitario che permetta non solo a chi è in una posizione forte di poter condividere le difficoltà senza timore di perdere punti (e comunque manco questo succede)

Il quarto è l’attenzione all’ascolto.
Ok creare l’ambiente, ok aiutare le persone ad esprimersi, ma se non le ascoltiamo non stiamo facendo nulla.
Bisogna dare respiro, non avere timore delle pause vuote nei discorsi, aspettare e dare tempo, ma soprattutto mettersi nell’ottica di voler davvero ascoltare e interpretare i messaggi che ci arrivano dalle persone attorno a noi.

Il paradosso è che a volte basta questo punto.
A volte il saperci ascoltati ci fa sentire meno soli e ci fa sentire più forti.
Ma ascoltare non significa lasciare parlare gli altri, altrimenti si direbbe “Lasciare parlare gli altri”.
Ascoltare è un’azione -attiva- non -passiva-. Bisogna impegnarsi ad entrare in empatia, capire le sfumature, i dettagli, le parole dietro le parole.

Il nostro dovere, su tutta la catena, sopra e sotto, è di lavorare per creare un’ambiente dove si può alzare la mano senza sentirsi in colpa. 

Dove per primi diamo l’esempio che chiedere aiuto è contemplato e che verremo accolti, dove vengono mostrati sani esempi di vulnerabilità e condivisione, dove l’imperfezione viene accolta assieme agli alti e bassi della vita.
Dove valorizzare chi porta avanti questo pensiero comune di benessere.

Solo così potremo dare almeno la possibilità alle persone in difficoltà di chiedere aiuto ed evitare che vengano affossate dai problemi.

In ultima analisi:
Queste sono secondo me le responsabilità di ogni individuo in azienda.
Rimane però un ma.
Non tutto si può risolvere velocemente, è importante accettare anche il fatto che magari serve un aiuto esterno a volte, per uscire da una situazione.

Ogni burnout è differente, e se oggi sono a scrivere questo lungo articolo è perché nel mio piccolo l’ho vissuto e l’ho visto negli altri.

Ho vissuto quella solitudine, ho visto le persone spegnersi nel tempo ed ho cercato di fare del mio meglio per dare degli spazi.

A volte ci sono riuscito, a volte no.

Ma più ci ripenso e più penso che dobbiamo parlarne, perché non possiamo ignorare ciò che ci influenza e dobbiamo uscire dal fatto che il burnout è solo una cosa individuale.
No, l’ambiente e le persone possono fare la differenza.

Possono -e devono- aiutare.

Di Andrea Grassi

Scrittore, programmatore di siti web. Appassionato da sempre di ogni forma di scrittura (copywriting, marketing, romanzi). Vivo a Montevarchi e non me ne pento.

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