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Per tutte le sue lacrime

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Per ogni lacrima che è caduta e mai sembrava la stessa. Ogni volta era diversa, ogni volta il mondo si accartocciava intorno a te, diveniva un piccolo rotolo di carta stagnola.
Rumoroso, rotto, frantumabile.
Non vedevi la luce passare e tutto rimaneva sospeso nel terrore, nella paura, nel profondo dolore che quelle lacrime producevano quando cadevano stroncate a terra.
Per tutte le sue lacrime. E le centomila volte che sono dovute cadere.
Non ne esiste una sola, mai. Per ogni suo pianto c’era una melodia diversa, una tristezza differente che come una cicatrice si imprimeva da qualche parte. Nella roccia, tra l’asfalto, nel cuore.
Una scheggia che nessun chirurgo poteva operare.

Quando diceva che tutto era finito, e scaraventava vetri ovunque. Era il suo modo di dire che tutto quello valeva. Che buttarsi giù da un palazzo sarebbe stato più semplice, che avevamo bruciato quella fottuta occasione e quello che diceva la gente erano semplici puttanate.
Quando piangeva di speranza, perché tutto poteva ancora cambiare. E quelle lacrime sapevano di sale, si, ma alla fine era un sollievo, un modo come un altro per dire che ci sarebbe stato un futuro.
Illusione temporanea o no, c’avrei creduto.

Per le volte dove “No, non possiamo” e sentivi che c’era qualcosa di sbagliato. E la luna si accendeva come una torcia di seconda mano, e c’era sempre una qualche musica, io ed il mio maledetto senso del tragico, c’era sempre qualcosa di condimento.
E non potevi far altro che stringerti. Il momento sarebbe scomparso prima o poi, le luci soffuse spente, l’attimo morto, dimenticato nelle scartoffie della memoria.
In quel momento c’eravamo solo noi due. Ci provavamo, ecco, a viverla a modo nostro.
Forse non era quello il metodo, forse invece era proprio così che doveva essere. Ma col senno di poi e con la vita degli altri è facile tirar giudizi.

Per ogni lacrima che chiedeva una spiegazione. Perché il mondo era così incasinato, costruito male?  Perché dovevamo essere proprio noi, perché non altri, perché non in un altro momento.
E facevamo l’amore per dimenticare, per annebbiare la vista al nostro cervello, per ricordarci che c’era ancora qualcosa da salvare lì.

Di tutte le lacrime alla fine di ogni storia, non rimane traccia.
Non sul pavimento. Rimane pulito, splendido. Non ci sono tracce, nulla. Le mattonelle non ricordano il dolore.
E le pareti? Neanche. I suoni, siano gemiti o urla sguaiate, siano sussurri o singhiozzi, non si imprimono sulle mura.
Anche loro, come tutto ciò che abbiamo intorno, sono solo il paesaggio distante di una finestra che qualcuno apre sulla nostra vita.
Una volta richiusa, ogni suono rimane confinato altrove, in luoghi inaccessibili.
Non esiste traccia di questo dolore. Fugge via e senza condanna alcuna e viene ricordato solo per i suoi eccessi.
Ciascuno ha il suo modo di piangere e di ricordarsi perché l’ha fatto. A volte cerchiamo una soluzione, a volte vogliamo fuggire. Il pianto è solo una delle nostre armi, per amare, per difenderci, per odiare. 
Piangere, come amare, non è mai semplice. Per certi versi può somigliare all’accettazione di una sconfitta, del fatto che noi siamo deboli, profondamente.

Alcune volte ci sono nei volti delle persone delle ombre, che forse pochi vedono (o che magari non esistono affatto). In chi “si è innamorato davvero solo una volta sola” o in chi “ancora è alla ricerca di qualcosa”.
Quando guardi in viso queste bellissime donne sai, in qualche modo, che c’è stato nel loro passato un pianto. Non uno qualunque, no. Qualcosa di disperato, di violento.
Che magari non è mai riuscito ad uscire fuori. Perché potrebbe darsi che il suo raziocinio sia più forte, ma nonostante tutto nei loro sorrisi vedi, lontana, quell’ombra.
“C’è stato un momento in cui ho creduto di essere felice, però mi sbagliavo”
E’ quello il senso. E c’è chi, tra loro, vive in cerca del vero grande amore, o chi si lascia gongolare in piccoli tragitti, un autostop dei sentimenti, dove ogni passaggio è goduto e mai concesso.

Cosa rimane alla fine non è possibile saperlo. Possiamo solo giudicare gli sguardi, le cicatrici.
Forse le lacrime non si attaccano al pavimento, e i suoni non rimangono sulle mura. Forse tutto il dolore e la felicità che può stare in un pianto finiscono da altre parti, che neanche immaginiamo.
Parti di noi che non ammetteremo mai di avere, luoghi nascosti nella notte che riappaiono solo quando è troppo buio per guardare gli altri e non ci rimane altro che guardare dentro di noi.

Per tutte le sue lacrime, per ogni suo pianto, rimangono ricordi.
Per ogni ricordo ci siamo noi, quelli di adesso, e non possiamo far altro che andare avanti, ma senza dimenticare. La prossima stazione non è stata annunciata, ma da questo treno ancora non dobbiamo scendere.
Alle vostre ombre sui volti dico solo: Non abbiate paura. Non c’è ferita che non sia valsa la pena di esser vissuta. E se anche qualcosa finisce, voi, dentro, avete appena iniziato un nuovo viaggio.

Andrea (sdl)

Di Andrea Grassi

Scrittore, programmatore di siti web. Appassionato da sempre di ogni forma di scrittura (copywriting, marketing, romanzi). Vivo a Montevarchi e non me ne pento.

5 risposte su “Per tutte le sue lacrime”

molto intenso….che dire alla fine c'e' sempre una perla di saggezza nei tuoi piccoli racconti,o perlomeno io la intravedo quasi sempre…
cmq bravo,siamo in attesa di un libro mr.God…
sarebbe davvero interessante!
un saluto
M

M, dubito sinceramente che riuscirò nel breve a pubblicare un qualsivoglia libro 😀 sono ancora inesperto, non so scrivere come vorrei: insomma, siamo ben lontani da un traguardo.
Però questo piccolo pezzo sulle lacrime ieri ha sentito il dovere di venir fuori, e più ci ripenso più mi vengono in mente volti di persone o momenti che avrei voluto aggiungere.
Ma quando un racconto è finito, è finito.

😉

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