Nessuna Zona D’Ombra – Racconto 13 – Indizi

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immagine appartenente al rispettivo autore (aluedt, su Flickr)

Questo racconto fa parte di una serie di racconti creati da “indizi” dei commentatori del blog. (vuoi saperne di più?)
L’indizio è di Feny con le parole: “Inizio, Nuovo, Quasi”

In fondo spiego come è nato il racconto, anche se questa volta era davvero dura.
Leggi fino alla fine per scoprirlo.

Nessuna zona d’ombra

Sapeva che tutto sarebbe finito in pochi millesimi di secondo.
E’ quello il tempo necessario a terminare ogni cosa, riazzerarla, annullare il pregresso e finalmente ricominciare.

Sandro lo sapeva benissimo.
Era tutta una questione di nervi saldi e concentrazione. Non c’entrava nulla la paura, non c’entrava l’adrenalina.
Quelle erano le tecniche che usavano i bambini e gli adolescenti per passare gli esami.
La paura che avevi prima dell’esame ti teneva sveglio, ma è solo quando riuscivi ad essere freddo e vigile che le cose cambiavano davvero.

La freccia appoggiata al muro era di legno intarsiato. Sul gambo aveva deciso di incidere distintamente le iniziali:
“M.A.”
L‘aveva fatto con un taglierino da scuola. Di quelli che si inceppano sempre, solo che quella volta mentre lo teneva stretto tra le dita non si inceppò.
Nemmeno un pò.

Forse era destino.

La punta era fatta in titanio e alluminio ed era la composizione di due punte: la prima, la più esterna, in alluminio, e la seconda, quella interna, in titanio.
In questo modo la freccia si manteneva leggerissima.
Restavano legate come due amanti grazie a della speciale colla a raggi ultravioletti.
Guardando la freccia Sandro non poteva fare a meno di pensare a come quella freccia rappresentasse per lui un’opera d’arte.
Quasi certamente l’unica della sua vita.

Guardò un’ultima volta dalla finestra nel palazzo di fronte:
Lui era lì.

Dall’altro lato della palazzina Antonio stava sorseggiando lentamente una limonata.
Era rilassato a tal punto che il movimento per bere era lentissimo, quasi al rallentatore.
Disteso sul divano con le gambe appoggiate alla sedia di fronte, erano ormai giorni che continuava ad oziare.
“Sempre lì su quel divano. Inizio a pensare che questa condizione di pigrizia sia diventata cronica”
Era Melissa, 18 anni: Troppi per quelle parole, troppo pochi per lui.
“E smettila Mel. Ho lavorato vent’anni come un ciuco. Ora mi voglio godere del meritato riposo.
E poi tu che hai da ribattere? Non avevi proprio oggi un colloquio di lavoro?”
“Appunto” rispose lei “ non mi sarebbe dispiaciuto venire consolata da te. Ma preferirei farmi stuprare da uno sconosciuto piuttosto che flirtare con un vecchiaccio pigro”
“Pigro lo puoi dire a qualcun’altro” disse Antonio ammiccando
Melissa sorrise leggermente, il vestito corto mostrò le sue gambe fresche e lui non potè fare a meno di sentire un calore nascere nel suo corpo.
“Facciamo così” disse lui “Per quando torni ti prometto che mi vedrai in piedi. Ok?”
“Aggiudicato, ma se non lo sarai per me la nostra storia clandestina finisce qui, inteso?”
Lei si girò, aprì la porta e gli fece occhiolino.
Antonio ebbe solo il tempo di vedere l’ultimo pezzo della sua gonna che scompariva dietro il portone.
Poi null’altro.

Tra i due palazzi c’era una strada larga circa 20 metri.
Era una strada piuttosto trafficata di solito ma si da il caso che quel giorno fosse un giorno speciale.
C’erano dei lavori e la strada era interamente chiusa al traffico.
Non passavano macchine, solo pedoni.
Esattamente sopra alla linea di mezzadria della strada, svariati piani sotto Sandro e Antonio, c’era Klaus.

“Ragazzo, mi può aiutare?”
Klaus rimase immobile con lo sguardo fisso verso il cielo.
“Ragazzo? Non sarà mica sordo vero? Mi può aiutare con la spesa, la prego”
Finalmente Klaus degnò l’anziana signora di uno sguardo.
“Sono piuttosto impegnato adesso. Può aspettare? Le garantisco che a breve sarà tutto finito. “
La signora, ammutolita, decise che forse non era il caso di dare ulteriori attenzioni ai folli e se ne andò
“Ah, i giovani d’oggi” disse mentre si allontanava trascinando una busta della spesa.

Nella mano destra Klaus teneva una busta di carta piuttosto pesante.
Sapeva che sarebbe stata una questione di secondi.
Tra poco tutto avrebbe avuto inizio.

Cos’è il giusto, cosa lo sbagliato?
Facce della stessa medaglia per raccontare solo frammenti di una storia.
Ecco cos’è.
Oggi si fa qualcosa di più dell’Italia qui.
Oggi si crea un nuovo mondo, si riparte da zero.

Il pensiero di Sandro era fisso, come i suoi occhi, come ognuno dei muscoli tirati del braccio.
Nella mano sinistra teneva forte l’arco, l’impugnatura perfetta di chi da anni si è allenato senza perdere una lezione.
Nella destra la freccia.
Unica, perfetta come un diamante raccolto ed impreziosito dal lavoro umano.
Un pezzo di carbone reso maestoso dalla manodopera.
Sandro era cosciente che di qui si vinceva o si perdeva. Non esistevano vie di mezzo o zone d’ombra.

La realtà era fatta di vincitori e di ignoti e lui voleva appartenere ai primi.

Klaus dal fondo della strada fece quello che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere là.
E mentre lo faceva pensò agli anni di allenamento olimpionico che l’avevano portato lì.
A tutta la fatica per cercare di essere primo al mondo.
Tutti credono che per essere alle olimpiadi basti l’impegno ma la verità è che serve fortuna, impegno e tanto, tanto, sudore.
Talmente tanto da scoraggiare il più bravo degli atleti.

Serve tenacia oltre ogni tuo limite. Perché sarai sempre inferiore a qualcuno.
Esisterà sempre qualcuno migliore di te.
Ecco la verità.
Klaus ripensò a tutte le volte dove le sue braccia gli dolevano dopo gli allenamenti.
Ai momenti dove non poteva abbracciare la sua donna.
Pensò a quell’estate dove per un soffio, solo un soffio, sfiorò quasi il bronzo.

Ma in casa sua non erano appese medaglie.
Per cui questa era la sua unica chance.
Tirò fuori il piatto di ceramica dalla borsa di carta e tese il braccio destro mentre lo impugnava tenendolo sotto il polso con la mano.
Portò il braccio dietro il suo corpo, tirato come una corda di violino, e poi fece 4 passi, roteando ad una velocità incredibile con il braccio aperto verso l’esterno.
Nell’ultimo passo il braccio era diretto verso quel cielo che prima fissava e la sua mano liberò il piatto lasciandolo volare in alto tra i palazzi.

Sandro vide passare il piatto oltre la sua finestra.
Lo seguì con l’arco fissando la punta della freccia nel centro del piatto e poi concentrò ogni momento della sua vita nel liberare tutta quella tensione.
Lasciò che la storia con Elena volasse via con la freccia.
Nella freccia impresse ogni sentimento che aveva avuto, dalla prima volta che si trovò ad intagliare una piccola freccia nel bosco assieme ai boy scout fino a quando provò a dichiarare il proprio amore scoccandone una, come fosse cupido.
Ma l’ultimo pensiero che vide partire era dell’università:
Sandro era seduto sui banchi fuori dall’aula con due o tre libri di elettronica ed un quaderno scarabocchiato di fronte a se.
Klaus entrò dal nulla e disse:
“Ho deciso. Voglio diventare un campione di Lancio del disco”
“Really?” disse Sandro in un inglese maccheronico “ma se a malapena hai il fisico di un bambino, lancerai il disco a meno di mezzo metro “
“Tu fidati Sandro, prima o poi mi vedrai in televisione. Anzi, ti dirò di più: Perché non punti in alto anche te?”
“Con l’arco intendi? Ah ah ah. Mi piacciono le sfide. Vediamo: Tu tenti di diventare un olimpionico ed io un arciere professionista ok?”
“Ok”
Ci fu un silenzio e poi entrambi scoppiarono a ridere, ma dentro di loro sapevano quali erano i loro sogni.
“Ehi, combriccola di mezze seghe” disse una voce da dietro la porta d’ingresso
“Ecco, ci mancavi tu Antonio con le tue delicatezze” rispose Sandro
“Non ci posso fare niente. Siete mezze seghe! Ancora non siete laureati e vi fate tante di quelle pippe che mi parete due ragazze in bagno.
Però in fondo sono un tremendo romantico. Quindi vi sfido:
Se per i miei 50 Anni non sfondate del tutto, voglio un regalo, ok?
Fatto dai due membri onorari del gruppo
delle Mezze Aste, ovvero voi.
Che ne dite?”

Mentre il piatto andava in frantumi e la freccia si perdeva conficcandosi nel cemento del palazzo Antonio non potè evitare di pensare:
Che splendido branco di idioti.

– Come è nato il racconto (by Andrea) –

Questo racconto non era per niente facile, devo dirlo.
Il motivo? Le parole erano DAVVERO GENERICHE.

Nuovo, inizio, quasi.
Non sapevo cosa tirarci fuori. Ci sono parole che dentro di se hanno una storia dentro.
Un esempio? Metropolitana è una parola bellissima, perchè è chiara, dà indicazioni e vite.
Ci potrei scrivere 10 racconti diversi su quella parola.

Ma queste 3, diavolo, erano davvero bastarde.
Così inizialmente ero partito dall’idea del legno, ho immaginato questo Sandro come un uomo che da sempre ha lavorato il legno.

Però mi faceva schifo. (non so perché).

Così ho deciso di aggiungerci del pepe, tenendo però l’idea del legno, e qui è nata la storia della freccia, punto di partenza del racconto.
Da lì poi ho deciso che tutto doveva ruotare attorno al rapporto tra 3 protagonisti, il resto poi è venuto a seguire.

Spero che ti abbia fatto passare un buon quarto d’ora.

Tra parentesi:
Che ne pensi del racconto?
Sono realmente curioso di sapere la tua.
Scrivimi pure qua sotto.

E non dimenticare
Se ti piace devi condividerlo.

Andrea Grassi

2 thoughts on “Nessuna Zona D’Ombra – Racconto 13 – Indizi

  1. Endriu!!! ahah innanzitutto ti ringrazio per avermi fatto ‘leggere’ – nel vero senso della parola – dopo non so nemmeno quanto tempo!
    che dire…sapevo che mi avresti ‘schockato’…nel senso che la storia che hai tirato fuori era davvero inaspettata e chissà come quelle 3 parole ti hanno fatto pensare ad archi e legno e dischi..?? Out-of-common.
    In più direi….che la vera protagonista………è la freccia!!! ed è uno dei miei disegni/segni preferiti 😀
    P.S. sono contenta che le 3 paroline siano state difficili!! ahahahahaha
    P.P.S. Grazie del racconto 🙂

    1. Beh che dire… Sono contento sia stato gradito.
      D’Altronde una sfida è una sfida no?
      Ehehe

      Se conosci altri impavidi sfidatori mandali pure da me. Accetto sfidanti!

      🙂
      Ps: la freccia è stata un caso fortuito, pensa te!

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