Il Sogno Più Profondo – Racconto 14 – Indizi

Perfection
immagine appartenente al rispettivo autore (~jjjohn~, su Flickr)

Questo racconto fa parte di una serie di racconti creati da “indizi” dei commentatori del blog. (vuoi saperne di più?)
L’indizio è di Michele con le parole: “Sono solo tre parole”

In fondo spiego come è nato il racconto e di come l’ho creato partendo dal ‘dividere’ la frase.
Leggi fino alla fine per leggerlo.

Il Sogno Più Profondo

— 1 —

Sono le cinque del pomeriggio di un fottuto natale mentre due persone si muovono nei dintorni di una porta d’ingresso in legno laccato.
Le spalle basse e le orecchie sintonizzate su ogni possibile rumore emerga dalle vicinanze.
Se qualcuno potesse vederli in quel momento noterebbe le seguenti cose:

  1. Entrambi indossano vestiti neri piuttosto aderenti
  2. Hanno freddo, ma il motivo per cui tremano è ben diverso (beh, forse questo non lo noterebbero)
  3. Stanno facendo qualcosa di losco

E’ soprattutto la terza opzione che salterebbe immediatamente all’occhio di un passante, le altre due invece sarebbero una naturale conseguenza.
Sono buffamente loschi, si potrebbe dire.

Sara allunga la mano nelle tasche del giubbotto nero di pelle comprato da Zara due giorni prima per prendere un paio di chiavi.
Paolo la guarda portando l’indice della mano destra sulle sue labbra come a dire “Fà Silenzio”.
Lei annuisce prende le chiavi e le mette nella serratura.
Clack, la porta si apre senza inceppi.
Sara e Paolo rimangono sull’attenti, in attesa di un allarme che suoni, ma la periferia di Bologna rimane fredda ad osservarli nel silenzio natalizio.

Non un rumore, neanche un auto, non un Jingle Bell cantato a porte chiuse.
Nulla.

Sara apre la porta con ogni nervo del corpo teso come fosse una corda di violino, sempre più convinta che in questo fottuto natale qualcosa debba capitare.
Una volta spalancata quello che si trovano davanti è un ingresso arredato in maniera piuttosto scarna.
L’ingresso è lungo circa 4 metri e largo due. Sul lato destro Sara nota subito una mensola con su poggiato un telefono rosso che lampeggia.
15 Messaggi in Segreteria recita la scritta sul display.
Per terra solo un tappeto scadente, comprato forse al cinese vicino.

In fondo al corridoio vede delle luci che lampeggiano provenire dalla stanza adiacente.
Luci gialle, rosse e blu: L’albero di natale.

Cosa sei disposta a sacrificare per realizzare il tuo più profondo sogno?

— 2 —

Anni fa avrebbe detto
“Questa cosa non fa per me”
Ma fin dove si misura la forza d’animo di una persona?
Riccardo, suo padre, sapeva bene come metterla alla prova.
“Non puoi accontentarti Sara. Sei un’inetta” le ripeteva.

E cosa può fare una ragazza di fronte a tutta questa aspettativa se non provare?
Fin da quando aveva 12 anni Sara provava.
Aveva provato a cantare, ma non ci era riuscita. Aveva provato a suonare, e non ci era riuscita.
Sport? Niente.

Sara, insomma, era una poco di buono per il 90% delle persone.
Riccardo non faceva che ripeterle
“Devi costruirti un sogno tutto tuo. Un mondo dove vinci soltanto te.
E poi su quel mondo devi farci le fondamenta della tua realtà, plasmarla.
Guarda me: Pensi che io sia diventato ricco in quattro anni per gioia divina?
No.
Quello che ho fatto è stato sacrificarmi. Perdere tua madre, farmi odiare dal vicinato.
Ma sai cosa ti dico? Che si fottano.”

10 anni dopo Sara ripeteva isterica nella stanza dell’università di Bologna
“Che si fottano”.
Fottuto mondo, fottuti amici, fottuto ragazzo.
Forse appena nata la prima parola che le era passata in testa era “Fottuto”, o forse no.
Quel volgare mantra iniziò ad entrarle nella testa come un virus e dopo l’università qualcosa, finalmente, cambiò.
Successe una notte d’estate nei giardini del quartiere.
A causa di alcuni lavori in corso l’intero giardino era al buio quasi totale.
Rischiarava solo una luna che da poco aveva iniziato ad esser calante, così potevi vedere le ombre di chiunque.

Sara stava tornando dalla palestra quando sentì delle urla provenire da una delle piazzole dove gli innamorati spesso si rintanavano.
“Smettila! Ti ho detto di smetterla”
Era la voce di una donna.
Sara corse verso la voce, solo per distinguere due figure, una più alta ma comunque gracile ed una più bassa, forse la donna.
“Smettila! Aiuto, qualcuno mi aiuti!” le urla della ragazza divennero più forti
“Zitta o altrimenti faccio peggio”
Distinse l’uomo dalla donna, vide che lui allungò le mani verso il collo della ragazza che iniziò a soffocare lentamente lasciando morire le parole in bocca.
Sara corse, arrivò dietro all’uomo e con un sasso grosso lo colpì alla testa.

Era buio quella notte.
Così buio che lei non sapeva distinguere chi fossero i due che aveva davanti.
Vivevano in quella periferia quindi quasi certamente sapeva chi fossero.
Luisa e Giovanni? Paolo e Caterina? Carlo e Natasha? Non sapeva dirlo.
La ragazza era in stato di shock, rantolava a terra con dei tremiti anomali.

Cosa sei disposta a sacrificare per realizzare il tuo più profondo sogno?

Il giorno dopo sul giornale locale c’era un trafiletto che parlava di una morte avvenuta nel parco.
Recitava più o meno così:
 Trovata morta Caterina Bontempi.

Nient’altro.

— 3 —

“Tre sono le cose che non devi dimenticare.

  1. Mai dichiararsi
  2. Mai svelare le proprie intenzioni
  3. Nascondere la verità, sempre.”

“Altrimenti “ continuò Roberto “ in amore non l’avrai mai vinta”
“Ti ringrazio Roberto. Me lo terrò a mente.”
“Perfetto Sara, la nostra piccola lezione di gestione dell’amore per oggi è conclusa.
So perfettamente che i miei metodi possono apparire un pò troppo alternativi, ma ti prometto che vedrai i primi risultati entro massimo 2 mesi.
Ovviamente ti consiglio di essere costante e presentarti qui almeno una volta a settimana.
Pensi di potercela fare?”
Sara stava vagando col pensiero, poi come chi si rende conto di essere osservato rispose
“Si, penso…” ancora un po’ di distrazione “ di si.”
“Perfetto allora. Rimaniamo che ci vediamo mercoledì prossimo, stammi bene”
“Anche tu”

Paolo era giù ad attenderla da almeno 10 minuti. Quando uscì le chiese
“Allora? Com’è andata?”
“Un altro ciarlatano temo. Non penso di poter recuperare il rapporto grazie a lui”
“Se ti può consolare sappi che non ho mai visto una donna avere un rapporto sano con il padre”
“Parli delle donne che strangoli?”
“Anche di quelle, ma gradirei non tornare sull’argomento. Se ripenso a come ti ho conosciuta mi viene sempre un mal di testa tremendo”
“Ed una paura dei sassi… scommetto”
“Già. Ora però dobbiamo andare, il natale è vicino e tuo padre deve aspettarsi un regalo da te.”
“Che si fotta” esclamò Sara “Che si fotta lui e tutta la famiglia. L’anno scorso mi ha umiliata davanti a tutti.”
“A TUTTI” ripeté a voce alta, facendo girare qualche passante.
“Giuro che quest’anno gliela farò pagare tutta. Dalla prima all’ultima volta”

Ma si sa, la vita spesso dispone le pedine in modo che si ritrovino a fare la cosa più piacevole per loro nel meno piacevole dei modi.

— 4 —

“Sono solo tre parole. Non avevo mai chiesto tanto.
Mi sarebbero bastate tre parole per essere felice.
Cosa vuole una donna da un padre? Amore, comprensione, e speranza.
Tu, tu dovevi essere il mio faro e sei stato il mio muro.
Dovevi aiutarmi a crescere, sorreggermi quando io fossi caduta e invece cosa ne è stato di me?
Io ho ucciso una ragazza, lo capisci? Ed ho salvato l’uomo che la stava strangolando.
Ti pare normale questo? Ti pare sano?
E di chi credi sia la colpa se non tua?
Tua, soltanto tua.

Per tutte le volte che mi hai fatta soffrire, per quella volta quando eravamo dalla zia Marisa e tu mi dicesti che ero una poco di buono, che non sapevo neanche cucinare il pranzo.
Ricordi? Feci il miglior pranzo che potevo fare al tempo e tu MI DERIDESTI.

Quella sera strappai ogni pupazzo che avevo in camera e ti graffiai tutti i mobili.
Te lo ricordi questo?
Fottiti padre. Fottiti davvero.

E la cosa peggiore di tutte è stato venire qui, dopo mesi che non ti vedevo, solo per scoprire che stai morendo.”

Riccardo è disteso sul letto, il respiratore attaccato ed acceso.
I suoi occhi sono dilatati, aperti verso un mondo lontano, verso un tunnel di luce che porta nell’oltredove.
Un luogo che nessuno ha mai raccontato.
Sara è al suo capezzale, al piano di sopra della casa.
Sotto aveva trovato un albero di natale spoglio, il presepe con il bambin gesù caduto dalla culla e nessun regalo.
Aveva guardato nel frigo solo per scoprire che non c’era cibo.

In sostanza: Suo padre aspettava la morte.

Paolo era rimasto giù “Sono un cretino, ma non certo un insensibile. Questa è una cosa che devi far da sola”.
L’aveva capito prima di lei che qualcosa non andava. Che non c’era nessun tesoro da proteggere, nessun boss dell’ultimo livello da sconfiggere.
Solo un uomo che finiva i suoi anni nell’eterna solitudine.

“Ma perché non mel’hai detto che stavi male?” gli disse, spinta dall’ultima luce che si ritrovava nel cuore
Riccardo raccolse tutte le sue ultime forze e disse
“Non … volevo… fart…soffrire”
Le parole erano confuse, piene d’aria e di tosse, ma era sicura: Non volevo farti soffrire.

Un pò come quando scopri che babbo natale non esiste. Ti viene solo detto che non c’è.
Non si parla di morte.
La morte è un concetto di Dio, non dell’uomo, l’uomo ne abusa solo per giustificare la sua impotenza di fronte agli eventi.
E’ Dio a decidere quando, come e perché.

Riccardo le prese la mano, e con l’aria di chi non ha nulla da perdere disse
“Uccidimi”.
Quello che avrei voluto fare da una vita, me lo chiedi ora? Pensò Sara.

Così Dio decide quando, come e perché.
Gli uomini sono solo piccole pedine che di tanto in tanto possono scegliere chi ascoltare.
Se il padre o il figlio, se il proprio cuore o la propria mente.
Quando Sara spense il respiratore ed iniettò il liquido nelle vene di Riccardo non era avida di morte, ma di affetto.
Con quel gesto omicida voleva solo aiutare suo padre un’ultima volta.
Provare, un’ultima volta.

Lui allungò la sua mano e la strinse intorno al polso di lei.
“Grazie” disse
“Ti voglio bene” e con quelle tre parole esalò il suo ultimo respiro.

— 5 —

Siamo pedine.
Pedine del mondo, del tempo, di Dio.
Chiedetemi: Lo rifarei?
La mia risposta sarebbe si.
Sbaglierei ogni secondo, perché possiamo ascoltare il nostro Dio quanto volete ma quando chiudiamo gli occhi nel letto noi rimaniamo soli.
Che si fottano quelli che pensano sia diverso.

Quando voi guardate le mura di camera, quando contate i riflessi delle auto che si stampano sulle pareti, chi è con voi?
Non il vostro Dio, ma solo la vostra coscienza.
E quindi si, anche se ho sbagliato lo rifarei, perché in quel momento ci ho creduto.
Ho creduto nel Dio che avevo dentro di me.
Era malvagio, era sbagliato, ma in fondo mi ha fatto amare mio padre.
E’ stato lui che mi ha fatto crescere con tutti i miei errori e non posso ignorarlo e più di ogni non posso dimenticare come mi abbia insegnato a domandarmi:
Cosa sei disposta a sacrificare per realizzare il tuo più profondo sogno?

Queste furono le parole di Sara, poco prima di essere rinchiusa in prigione.
Per sempre.

– Come è nato il racconto (by Andrea) –

Creare questo racconto è stato più semplice del previsto anche perché mi ero ripromesso fin da subito di dividerlo in almeno 4 parti.
L’idea iniziale era di cominciare ogni parte con una delle parole del titolo quindi

  • Sono
  • Solo
  • Tre
  • Parole

La verità è che ho barato, infatti non c’è la parte che inizia con parole, ma direttamente la quarta parte, quella dove si usa l’intero “Sono solo tre parole” come a riepilogare il tutto.

Quando ho iniziato il racconto non avevo idea di chi fossero Sara e Paolo.
Sapevo che facevano qualcosa di losco a qualcuno che era ricco ma non lo voleva mostrare.
Andando avanti è uscita l’indole malata di Sara (l’omicidio, il salvataggio di Paolo).

Inoltre dentro di me volevo che le 3 parole fossero: Ti voglio bene.
Lo avevo deciso da tempo ed onestamente penso abbiano servito la trama perfettamente.
Penso siano parole bellissime che dovremmo dire più spesso.

L’argomento padre figlia poi mi ha sempre affascinato.
I rapporti con i genitori sono uno degli elementi più controversi dell’uomo.
Ci condizionano, ci rendono a volte migliori a volte peggiori, ma inevitabilmente ci segnano.

Penso che sia difficile avere un rapporto con i genitori semplice, ma che in fondo siamo sempre grati a loro di averci accompagnato.
Ammetto di averlo espresso in modo un pò contorto nel racconto ma l’idea di fondo è quella e spero ti sia piaciuto.

E tu? In che modo ti hanno segnato i tuoi genitori?
Commenta sotto, sono curioso di ogni parere sull’argomento o sul racconto

Andrea Grassi

2 pensieri su “Il Sogno Più Profondo – Racconto 14 – Indizi

  1. Il rapporto con i genitori è sempre difficile e a volta ci segna a vita. Questo perché siamo divisi dai nostri avi da un gap che non può essere colmato. Però poi la sofferenza e la morte possono ri-avvicinarci come nella storia di sara.
    Sei sicuro che questa storia non sia un po’ autobiografica.. Non è raro avere un rapporto complicato con i tuoi. Il ripetersi delle parole fottuto, fottersi credo che mostri una elevata dose di risentimento. Oppure hai tanta immaginazione 🙂

    1. Ciao Marco e grazie del commento 🙂
      Non saprei dirti se è autobiografico, di sicuro mentre scrivevo non pensavo alla mia vita ma immaginavo solo una situazione.
      Penso, come ho anche detto alla fine, che il rapporto con i genitori sia sempre complesso e anche nei migliori casi ci siano spigoli da spuntare, punti da ammorbidire. Ho sicuramente avuto le mie questioni familiari ma per fortuna non a questi estremi 😀

      Spero il racconto ti sia piaciuto 😉

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