Indizi – Racconto 1 – Il temporale

Highway to hell
immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Eva (Le Cirque de la mode), con la frase: “Quando ho capito cosa desideravo veramente, ho cominciato ad avere paura. Avrei potuto restare senza niente.”


Il temporale

La mano di Eva poggia nell’incavo della cornice di legno che componeva la vecchia finestra del rudere. Legno pieno di schegge che potevano conficcarsi nella sua mano, così perfetta, da un momento ad un altro.
Il vetro appena appannato dal suo respiro incerto, lei guarda fuori, la radura, i campi, la distesa che fin da piccola l’ha accompagnata.
Una luce assente. Ecco quello che lei vede. Il temporale è vicino, fin troppo. Non ci sono schiarite, non ci sono ponti sotto i quali ripararsi, solo un tetto, e speriamo che basti.
“Non ci salveremo da quello, dovresti saperlo.” dice.
E lo dice non come un desidero, non come una condanna. Non lo dice neanche come un condannato a morte che ha perso le speranze.
E’ un sussurro, docile, gentile, soffice.
A Darren parte un brivido che gli fa rizzare per intero tutti i peli del corpo. Un misto incomprensibile di eccitazione e paura.
“Non è quello il nostro problema. Lo sai bene.”“Invece no. Quel temporale è stato pronto fin da quando eravamo nati. Fin da quando io e te ci siamo per la prima volta incontrati nel mezzo all’erba di quelle colline là”
Indica fuori con un dito qualunque, ma per Darren potrebbe aver scritto AIUTO con del sangue su una parete, farebbe lo stesso.
Il punto a cui Eva fa riferimento è là. A circa un chilometro, un piccolo spiazzo poco lontano dalla casa. Ci andavano a piedi da piccoli, giocavano insieme. Tutte le santissime estati lui e lei si incontravano e giocavano. Guardie e ladri, dottori, giochi da tavolo. Tutto.
Col crescere i giochi si erano resi complicati.
Forse troppo.
Il nero del temporale nascondeva le fattezze del paesaggio che, guardato sotto altre prospettive, non avrebbe certo mancato di sollevare gli animi di chi lo osservava. Ma ora, l’albero di ciliegi che alla primavera Eva guardava con solerzia era solo un’ombra meschina illuminata dai lampi intermittenti.
Le foglie della fioritura adesso erano rami secchi, morti, senza vita, senza un briciolo di linfa che avrebbe dato loro la forza di resistere a quel vento contro cui si scontravano.
Una finestra sbatte al piano di sotto. C’è dell’ironico in tutto questo. Darren scrive film horror, e quello è il suono che probabilmente ha sentito più spesso in vita sua. Il suono della finestra che sbatte, il cigolio delle ante che si aprono.
“Hai chiuso la porta?”
“Si. L’ho chiusa. Era da pazzi non chiuderla.”
“Cos’è, Darren, hai paura?” disse fissandolo diritto negli occhi smeraldo. Sguardo immobile, come la sua determinazione.
Sguardo come a 17 anni. E forse fu lì che, guardando indietro, si innamorò di lei. Come era possibile evitarlo? Occhi iridescenti, atipici, malformazione o fortuna non sapeva dirlo, ma erano spettacolari. E se una ragazza ti fissa per più di cinque secondi hai solo una cosa da fare: baciarla.
Non certo chiederle “Cos’hai?”.
Ti bruci troppe tappe, stai a discutere su cose inutili, pensa.
Poi conobbe i suoi occhi. E non ci fu modo di sfuggire. Magari fu l’estate, magari fu che a 17 anni inizi a vedere uno squarcio della vita che ti accompagnerà poi, e quell’estate non la potrai dimenticare. Forse era quello.
“Forse un pò di paura cel’ho sai?”
“Tu? Un regista dell’horror? Ha un che di comico.”
“E non è l’unica cosa comica.”
“Anche la finestra”
“Anche la finestra”
Detto all’unisono.
Ed ancora una pausa. Una sottolineatura del filo che li legava. Ancora un tuono che rombava lontano, come un raduno di moto che si sta per avvicinare.
Il vento è forte, i fischi trapanano ogni singola fessura per entrarti fin sotto le ossa.
“Qual’è stato il primo gioco, lo ricordi?” chiese Eva
“Il primo? In assoluto?”
“Si”
“Sarei indeciso ad esser sincero. Allora avevi molti disturbi di meno”
“Disturbi? Non mi è mai e poi mai parso che per te fossero così. Li avrei chiamati piaceri della vita al più, ma non certo disturbi.”
La stanza è grigia. Proprio grigia. Legno anomalo questo, pensava sempre lui.
Qui un film dell’horror ce lo gireresti proprio bene. Già riesco ad immaginare la povera ragazza violentata o stuprata dal malvagio di turno. Un pò di sangue sulle pareti, con la giusta saturazione parrebbe quasi che il rosso sia il colore base di tutta la regia.
Cazzo che film che verrebbe.
La sedia su cui lui è seduto è situata al centro della stanza, di fronte alla porta, come la finestra. Quando entrava qui, anni fa, ricorda che c’erano tante scatole. Scatole piene dei giochi di Eva, e di sua sorella, Janie. Alla destra poi c’era quella vetrina con tutte le cose strane
“Tarocchi. Non sono cose strane bimbo mio, sono tarocchi” Diceva la mamma di lei.
“Ed a che servono?”
La luce del tramonto che scivolava sotto le coperte rendeva ogni angolo della casa speciale, anche quel legno così smorto riprendeva vita e appariva nuovo.
“Ah, con i tarocchi ci puoi fare quel che vuoi. Puoi scoprire cosa nasconde il futuro di una persona, o il cuore di una persona, o ancora puoi cercare di cambiare ciò che una persona farà.”
“Ma è incredibile! Puoi anche fare del male ai cattivi?”
La donna lo guardò, girò il volto verso la vetrina osservando la carta della morte tagliata da un raggio di sole che ne sottolineava con l’arancione il nome.
“Si. Puoi anche quello” disse
“Ma è davvero incredibile signora!”
“Ma soprattutto, la cosa più strabiliante che puoi fare sai qual’è? Nessuno la conosce ma io te la dirò”
Darren avvicinò l’orecchio.

“Fu quando giocammo a carte con i tarocchi vero?”
“Diavolo, ero sicura che non te ne saresti ricordato mai”
“Qualcosa sarà pur valsa tutta questa fatica, non credi?”
“A volte, ti dirò, sono incerta. Non so se sia giusto, se sia sbagliato. Ma la prima volta che ho capito cosa desideravo, desideravo veramente intendo. Ho avuto paura.”
“Paura, tu?” Darren fa una faccia davvero buffa, inarca le sopracciglia e compie una smorfia incredibile con la bocca.
Roba da vero Clown
Eva ride.
E per un attimo. un solo attimo, sembra ci sia il sole fuori.
“Si. Paura.” dice, ricomponendosi
“E perchè tu dovresti avere paura?”
“Ma è semplice: avrei potuto restare senza niente. Ecco perchè.”
“Tutto qua?”
“Tutto qua. Cosa ti aspettavi? Confessioni di una mente pericolosa? Non sono quello che sembro, e di sicuro non sembro quello che sono”
“Pericolosa. Già.”
“Già.”

“Ehi, ti va di giocare con i tarocchi?”
“Giocare? Ovvero?”
Darren, 10 anni e non sentirli. Trovarsi di fronte quella che potrebbe essere la più bella ragazza che avrebbe conosciuto e non capirlo.
Ci dovrà essere un fottuto momento dove c’erano dei segni no?
L’aria? Normale.
L’erba? Normale. Cioè. Era erba verde come tutte le altre.
Il battito cardiaco? Normale. Stiamo parlando di un bambino di 10 anni! Sarebbe stato all’ospedale in caso contrario.
No, non c’erano avvisaglie di quel temporale. Nessun indizio che avrebbe potuto metterlo in allerta, o almeno renderlo preparato.
Pertanto “Giocare? Ovvero?” era davvero l’unica risposta che aveva potuto dare.
Un bambino di 10 anni non avrebbe mai detto “Oh, ma che ti passa per la testa?” o anche “Con i tarocchi? Ma che ti sei bevuta?”. No. La disillusione arriva sempre dopo.
Quindi fu normale. In tutto e per tutto, tarocchi a parte.
“Giocare con i tarocchi no? Vieni che t’insegno”

Il temporale era ormai questione di minuti. Il vento ormai era questione di attimi, sarebbe entrato in casa ed avrebbe iniziato a svaligiarla di tutta l’aria che c’era dentro.
Darren, legato alla sedia, Eva, con un coltello sanguinante in mano.
Perchè in fondo la loro metafora era questa. Una malattia strana. Di quelle che i dottori trovano i sintomi ma che, a dirla tutta, non sanno come curarla.
Si può andare per tentativi. Provare qualche cura alternativa, sperimentare.
O lasciare che la malattia faccia il suo corso, sperando magari che il corpo impari a reagire.
Ecco, loro erano lì. Abbandonati a se stessi.
“Ancora ricordo il morso. Strano modo di rendere i tarocchi interessanti.”
“Al tempo un morso mi bastava. Per una bambina andava anche bene no?”
“Quanto bastava per non farti sembrare pazza.”
Pazza per chi? Chi decide la pazzia? Un pazzo sa dare del pazzo ad un pazzo? Qualcosa non torna. Non è mai tornato. Il sangue della piccola ferita sul braccio destro di Darren cola sulla poggiabraccio della sedia, lo sente coprire lo spazio tra l’avambraccio e la copertura in pelle. Sente freddo, rumori dal piano di sotto lasciano intuire che il vento è entrato, ed il freddo è solo uno dei segnali che ancora una volta ha ignorato.
“Mi ami?” Disse Eva fissandolo ancora negli occhi e dando le spalle alla finestra
“Non pensi che sarebbe meglio aspettare la fine del temporale per scoprirlo?”
Darren “vide” l’avanguardia di quel temporale travolgere la finestra, frantumarla in mille pezzi che si scheggiarono su di lei, strappandole la veste di seta chiara, intingendola si piccole gocce di sangue fino ad arrivare al viso di lui. Chiuse gli occhi d’istinto, per paura di perdere la vista. Eva non urlò, non cedette, ma anzi si avvicino a lui, leccando il sangue che colava dal braccio destro. Senti le labbra chiudersi sulla ferita e succhiare, non come un vampiro per rubare del sangue, quanto come un sommelier, per gustarsi quel gioco proibito. La finestra ancora più horror sbatteva copiosa contro le pareti di legno che stavolta scricchiolavano insieme alla debole struttura che ormai stava cedendo. La mano destra di Eva andò a bloccare l’ondeggiare della sedia facendo peso sul lato opposto e, incidentalmente, incrociando la mano di lui.
Il fatto che la strinse, o che le dita si incrociarono, fu una cosa piuttosto normale, visto il resto. Quasi non se ne accorsero. Ma fu in quell’incrocio che aprì gli occhi.
E lì si fissarono. Prima del crollo delle travi che sorreggevano il secondo piano della casa.

Darren, 21 anni. Eva, 19 anni.
Sanno quasi di età proibite. Lo puoi gustare nella pronuncia. Ventuno. Diciannove.
Come due numeri collegati. E’ estate. Ma questo si sapeva già.
E’ sempre estate nella loro memoria. Si vedono sempre solo qualche settimana all’anno. Lasciano qualche ferita nell’anima dell’altro e poi scompaiono. Nel nulla. Senza lasciare alcuna traccia.
Lui non cerca lei. Lei non cerca lui.
Ma fu in quell’estate che i due misero la prima pietra che poi li avrebbe condotti al temporale, cinque anni dopo.
Darren è seduto su una sedia nel mezzo ad un prato. Eva lo sta osservando con una tela di fronte a se.
“Cosa vuoi farci con quella tela?”
“Mi sono sempre domandata perchè gli artisti hanno bisogno di ‘usare’ una tela. Ma poi non la usano davvero.”
“Perchè sento che quello che intendi per ‘usare’ è qualcosa che agli artisti non è venuto proprio in mente”
“Perchè è vero. Non c’è niente da fare. Che senso ha usare della pittura se possiamo usare i tagli?”
Eva prende un trincetto e traccia delle linee sul quadro. Dalla distanza di Darren, che è sulla sedia con le mani incrociate a mò di modello, lui non riesce a capire quale sarà il risultato.
Poi lei lo gira e lo mette in modo tale che il sole lo “trapassi” lasciando come una scia di colore a disegnarle le forme.
“Eccotela. Prospettiva delle assenze, che te ne pare?”
“Qualcosa di strabiliante direi.”
“Ed ora ti sorprenderò ancora di più mostrandoti cosa voglio veramente, ma soprattutto: rubandolo”
Eva è tutta su di giri, si guarda intorno e trova una seconda tela. Poi prende nuovamente il trincetto ed inizia a ritagliare una figura all’interno del quadro. Quando il trincetto tocca il punto di partenza Eva lo poggia accanto a se ed allontana la tela. All’interno del quadro c’era solo Darren.
“Ecco. Ora ti ho rubato. Ed ora ti svelerò uno dei miei segreti più malati e più intimi.”
“Dopo quello che abbiamo fatto l’estate scorsa, Eva, non credo che potrà preoccuparmi più.”
Ci si domanda sempre come nasce un carattere, cosa ti fa prendere una strada piuttosto che un’altra. Magari fu in quei periodi che Darren conobbe l’horror, lo trovò piacevole, intrigante. Magari Darren viveva la sua vita in un Horror romantico, da cui non avrebbe voluto svegliarsi mai.
Eva poggia gli occhi su di lui. E poggiare è davvero il termine migliore.
“Voglio legarti, ferirti per succhiare via il tuo sangue. E poi voglio fare l’amore con te mentre rischiamo la vita.”

“Forse non l’abbiamo fatto a dovere, che ne dici? Ci sei Eva?”
Eva è distesa su un cumulo di travi di legno cadute, frantumate. E neanche lei sa come fa ad essere lì, ma questo non le importa. C’è Darren, e questo le basta.
“Già. Ora ti recupero e facciamo l’amore su queste travi ok?”
“Ok, ma credo che avrò bisogno di una mano per uscire”
Ed il vento è finito, l’uragano passato. Eva si rimbocca le maniche di seta ormai sfasciata, pezzi del suo corpo nudo che si mostrano impunemente. All’orizzonte la solita pianura che da sempre li accompagna.
E’ estate. Ma questo si sapeva già.


Andrea (sdl)

11 thoughts on “Indizi – Racconto 1 – Il temporale

  1. Grazie Giulia! Fa piacere saperlo 🙂

    Una precisazione per chi legge questo (ed i prossimi) racconto (racconti).

    In linea di massima sono tutte "prime bozze". Non ho fatto correzioni ed il racconto è stato scritto in un'unica tirata. Senza "pensarci". Da qui ne possono derivare tantissime cose tra cui, vista la mia incompetenza, svariati errori qua e la. Spero mi perdonerete, ma ho voluto correre il rischio di passare da ignorante per scrivere un pò di più 🙂

    Andrea (sdl)

  2. @LeCirque: Il tema non è mio. Ma ho deciso di rinfrescarla in attesa del passaggio finale che farò verso luglio.

    @Ilaria: Talento per gli errori 😀 ahahaha. Comunque è uno dei migliori racconti che ho scritto. Non ti aspettare che gli altri siano su questo livello o rimarrai delusa 😉

  3. alò spirt! Sei quasi al mio livello di disistima personale!

    sei bravo, punto! Gli errori sono decorazioni 🙂

    oggi troppo cazzeggio, mi rimetto al lavoro!

    :-p
    bu

  4. Ahahah Ilaria. Non è mancanza di stima, ma so di essere ancora molto acerbo nella scrittura. Sono capace, ma sono anche lontano da certe altezze 😉

  5. Scrivi bene (ma questo si vede anche dagli altri post!!)
    Più che un racconto mi sembra un film e in effetti, forse, su un libro i salti temporali sono più difficili da seguire rispetto a una pellicola.
    Cmq mi è piaciuta l'idea, mi piace come descrivi i dettagli… forse ancora un po' acerbo è vero, ma è il rischio che si corre scrivendo di getto senza correzioni!! mmm o sarà una tua subp? 😀

    Mi ricordi gli scrittori minimalisti… tipo Carver, non so se l'hai mai letto.

    Marvi

  6. Grazie! Anzitutto 🙂
    In effetti i salti temporali sono duri da descrivere, avrei potuto fare distinzioni sul testo (italico o no) ma alla fine ho preferito lasciarlo così. 🙂
    Sullo scrivere di getto è vero, scrivo sempre e solo di getto, è il mio "modo" per ora. Finchè ovviamente non trovo come migliorarmi, quindi potresti pure aver ragione 😀

    e concludiamo con un barattolo d'ignoranza: Non ho idea di chi sia Carver 😀

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