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Contro La Solitudine Dell’Era Digitale

Joshua Tree, Sunset.  Southern California.
immagine appartenente al rispettivo autore (Randy Weiner Photography, su Flickr)

Ci sono vuoti che non siamo capaci di colmare.
Iridescenze nella notte che non siamo capaci di nascondere.
Le chiamiamo paure quando non sappiamo dare loro altro nome, ma la verità è che avremmo preferito fare diversamente, scegliere una via migliore.
Con tutti i buoni propositi di una vita ci guardiamo e ci chiediamo: Potevamo fare meglio?
Si, decisamente.
E allora salgono tutti i dubbi legittimati dalla domanda.Cosa ho sbagliato, perché.
Ci ripromettiamo di essere padri migliori, figli migliori. Facciamo fioretti per un anno migliore ed alla fine dell’anno contiamo come siamo stati incapaci, e allora abbassiamo il tiro, o lo alziamo.
In entrambi i casi alla fine d’anno successiva saremo ancora tutti qui, a dirci che avremmo potuto fare meglio.
Che nel mondo non dobbiamo arrenderci, che dobbiamo renderlo più bello, più accogliente. Ma poi alla resa dei conti, nel rush finale, ci accorgiamo di esser senza fiato. Inutili, abbandonati.” Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 11 – La centrale

Thorpe Marsh power station 1
immagine appartenente al rispettivo autore (Photography King su flickr)

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Spike con le parole: “Bonsai,solitudine,rinascita”

Inoltre, questo racconto è uno dei racconti più LUUUUNGHI che ho scritto.
Quindi armatevi di pazienza e godetevelo
(cliccando su “Continua a leggere, se siete in home!) 

La centrale

Di notte, quando le luci si spegnevano, nella pianura rimaneva acceso un punto. Una capocchia di spillo fatta solo da luci bianche, fintamente alogene, chimiche nella loro forma.
La pianura era vuota, e la si poteva vedere bene di notte, perchè era piatta, come l’acqua di un lago, infinita, come il mare.
E dentro quel mare di terra c’era solo un peschereccio, solitario, a pescar di notte, o forse a pescar la notte. Da dove abitavo si vedeva solo una luce. Fioca. Ma ciononostante ben distinta, di quella che al tempo chiamavamo “La donna di ferro”.
E poi c’era quel ronzio. Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 10 – La forma del colore

secret place.
immagine appartenente al rispettivo autore (Samchio., su Flickr)

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Sara con le parole: “cappuccino,segreto,mani”

La forma del colore

La periferia di Milano era un sobborgo fatto di nebbia, di catrame lasciato asciugare a terra, di odori forti come quella stessa pece stradale ancora fresca, così sintetica.
Quando ci arrivavi potevi solo sperare di trovare qualcos’altro ma la verità è che, spesso, quello che trovavi era quanto ti veniva concesso.
La periferia era costituita da agglomerati di case uguali. Palazzi uguali. Alti nello stesso modo, colorati con il solito cattivo gusto. Qualche albero sparuto abbandonato nel mezzo del grigio per provare a nascondere l’inconfondibile carattere della città non bastava a illudere i passanti: Si viveva in un muro di cemento.
Come vivere nel muro di Berlino, più o meno.
E tutti ad aspettarsi la grande caduta.

C’erano soltanto due modi per cui tutto questo si mescolava e si nascondeva.
La pioggia, e la notte. Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 9 – Tutta una vita

The Morning Fog / Brumes matinales
immagine appartenente al rispettivo autore (Gliderik su Flickr)

 

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog. Il commentatore che ha ispirato il racconto è Eleonora con la frase: “E pensare che un anno fa le cose che sto vivendo in questi giorni le avrei soltanto potute immaginare”

Tutta una vita

“Cosa può succedere in un anno?
Che forma prende il proprio destino?
In che modo possiamo capire qual’è la nostra direzione?
Sono queste le domande che dovremmo porci uscendo di qui. Non un semplice -Ehi, ricordo tutto!- ma un’opinione formata, che permetta al mondo di capire chi siamo, cosa vogliamo e dove vogliamo arrivare, questo vorrei. E’ chiedere troppo? Dimmelo che ridimensiono le mie aspettative a misura d’uomo, se serve”

Correva l’anno. Nel senso che proprio stava volando via. Elisabetta e Manuele erano sul prato poco fuori dalla scuola, l’erba fresca dell’estate che si inoltrava tardiva nella primavera, un albero decennale copriva i raggi forti del sole pomeridiano.
Stanno parlando da quasi un’ora. Le lezioni erano finite e rimaneva solo l’amarezza di un pomeriggio dove nessuno dei due voleva far nulla. Prima di arrivare lì camminarono sul vialetto d’ingresso dell’università, composto in pietre mischiate a cemento.
Lo stesso vialetto che d’autunno diveniva un mix di colori irripetibile, un sex on the beach come neanche il miglior barman sapeva fare.
Ma ora era quasi estate e di fronte a loro si poteva solo vedere il verde vivace delle foglie.
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Indizi – Racconto 8 – L’altra possibilità

Eliseos Nocturnos

immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog. Il commentatore che ha ispirato il racconto è Le cirque de la mode, con le parole: “Gioco al massacro”

L’altra possibilità

Cosa non farei se avessi un’altra opportunità.
Lo pensa, lo pensa davvero. Guardando indietro tutti i contorni paiono sfumati ed incerti, un’intera storia sembrava reggersi su delle palafitte di dubbia affidabilità, ed eccoli ora nel loro mare tempestoso a cercare di uscirne vivi.
Ognuno per se ovviamente.

Parigi, estate del 1995. Calda ed afosa come poche altre se ne sentivano. Loro due, stranieri in patria di stranieri, erano sul lungo cammino degli dei che i parigini avevano disegnato per dare dimostrazione delle loro capacità. Gli Champs-Élysées.
Un viale alberato di certo poco modesto li costeggia, come la strada d’altronde.
Adesso sono entrambi fermi di fronte ad una pasticceria francese, lei impugna la borsa, lui tra le mani ha solo l’ineffabile leggerezza delle proprie parole.
“Ecco, questo non l’ho mai sopportato di te. Il tuo modo di credere di sapere tutto. Pensi davvero di sapere come mi sento io? Come si sente una donna? No caro ragazzino, tu di donne non ci capisci nulla, questo è il fatto. E lo dimostra la mia crisi. Lo capisci vero? Lo capisci che sono incazzata nera con te? Lo capisci che non ce la faccio più a reggere tutta questa vita? E tu che mi chiami, e tu che vuoi sapere che faccio, e tu che mi chiedi con chi sono.
Lasciami respirare RE SPI RA RE. Non ti chiedo tanto, anzi: Non ti chiedevo tanto.”
Un fiume in piena di parole le frulla in testa. Dicono che la fine di una relazione sia solo la conseguenza di un moto messo in azione molto tempo prima. Chi lo dice non ha tutti i torti, ma di certo non si è fatto una vita migliore della loro. Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 7 – Nessuno

sleep ... tube ... work ... tube ... sleep ... tube ... work ...
immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è hysteria, con le parole: “Fenice, metropolitana, lego”

Nessuno

Un giorno come molti altri nella grande città. La pioggia cade, precipita giù senza alcun segno di temere la caduta. Si paracaduta e BUM.
Schianto a terra per poi sciogliere residui di marcio presenti ai bordi delle strade, colorarsi di un marrone sporco e scivolare via, ai lati metallici di una fognatura qualunque.
Qui le cose non hanno un nome, c’è della gente che sta camminando sull’altro lato della strada. Ci sono due tizi che litigano all’incrocio di fronte al semaforo. Ci sono alcune macchine ferme in attesa che quei due “Fottuti cretini”, a detta del tassista.
Ma niente ferma la pioggia che ancora scende e rimbalza su una pozzanghera a sua volta frantumata da una scarpa con un’intelaiatura in plastica che la metà basterebbe. I rimbalzi di gocce figlie, nate da quel sesso precoce, si disperdono nell’aria per poi scomparire anch’esse a terra, o sul fondo dei pantaloni di un qualsiasi altro passante.
Non ci sono nomi degni di nota in questa città.
Neanche il mio. Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 6 – Keep the faith


Dark Church
immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Andrea, con le parole: “Strada, Alberi, Autunno”

Keep the faith

“Cos’è la fede, se non camminare nel buio pesto con la certezza che stiamo andando nella direzione giusta? Cos’è, se non una strada invisibile che noi riusciamo a percorrere senza le indicazioni di nessuno?”
Il padre si rivolge alla chiesa, con gli occhi riesce a contare una decina di fedeli. Pochi, considerando che è domenica e che almeno fino alla settimana scorsa, pareva esserci interesse nei confronti di questo ignoto Dio.
“Io mi rivolgo a voi, pecorelle smarrite. A voi che ogni mattina vi alzate e vi chiedete perché siete qui. Qual’è il motivo che vi porta ogni giorno a volervi alzare, a voler vivere questi momenti splendidi con i vostri cari, ad affrontare tutte le difficoltà della giornata.
Voi ora siete qui per una ragione che probabilmente non verrà a voi rivelata subito, in maniera fulminea, ma vi apparirà chiara con il passare del tempo. Perché ogni persona ha uno scopo, un fine ultimo, e non ne verrete a conoscenza tramite una esperienza mistica, ma con la vita di tutti i giorni.
Bevendo un caffè, aiutando un passante, facendo una scelta diversa. Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 5 – Skyline

blue moon over manhattan
immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Ortica, con le parole: “primavera, ritorno, 2010”

SkyLine


Corridoio Est, Stanza C

Albert prese il pedone e lo posiziona di fronte al precedente. La lunga processione si contorceva in un semicerchio che tentava di andare a toccare, raggiungere, o forse semplicemente deviare, il corso di una struttura più articolata sempre composta da pedoni.
Quella che stava prendendo vita di fronte a lui era una semplice partita di Dominus, versione rivisitata e corretta del domino, costruita in modo tale da permettere uno scontro tra due giocatori.
L’idea di fondo era quella di contare le pedine cadute, e sfruttare la propria processione per interrompere quella dell’altro senza però bloccare la propria. Tempo massimo per la mossa: dieci secondi. Mentre il tempo del gioco poteva essere deciso di comune accordo tra i giocatori. Il minimo era ovviamente dieci minuti.
Nient’altro. Nessun’altra regola se non il fatto che i pedoni dovevano essere consecutivi, fatta eccezione per i pedoni che “attraversavano” la processione avversaria. Tutto qua. Niente di eccezionale in effetti, ma quello era l’unico gioco che avevano a disposizione, e passare il tempo non era così semplice.
“Sta a te muovere, vediamo se stavolta sai fare di meglio”
“Ehi, Silvester, stai calmo ok? Non mettermi fretta. Ho sempre odiato i giochi psicologici di voi studiosi del cavolo”
“Uno nasce tra le chiavi inglesi e guarda come diventa” Silvester rise. Il suo volto barbuto, i suoi capelli brizzolati, erano la cornice di uno scontro verbale che desiderava ardentemente. Anche solo per ingannare l’attesa. Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 4 – Tic

Cherry Blossom
immagine appartenente al rispettivo autore


Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Ilaria, con le parole: “Giapponese, Microfono, Vocabolario”

Tic

Bernando Umiretti non si poteva descrivere facilmente. Già il suo nome era qualcosa di originale, allo stesso tempo unico ma non memorizzabile. Non era raro vedere gente che fermava Bernardo e gli diceva “Ehi ciao” per poi cadere in un silenzio plateale, quasi imbarazzante.
Il momento della verità, dal suo punto di vista, era sempre e solo quando pronunciavano il suo nome. Se ci riuscivano, beh, allora sicuramente avevano un forte legame affettivo o un grande interesse.
Riuscire a definirsi una strada da quel punto in poi fu piuttosto naturale per lui. Nonostante la difficile adolescenza che formò il suo carattere in maniera bizzarra, quasi isterica si potrebbe dire, a venticinque anni sapeva distinguere con perfezione e senza problemi le persone che erano interessate a lui, quelle che gli volevano bene, quelle che volevano qualcosa da lui e quelle che lo ignoravano.
Qualcuno potrebbe argomentare: Sai che roba.
Ma in fondo la capacità, sicura e con altissime percentuali, di distinguere tutto ciò era tutt’altro che scontata. Anzi. Bernardo riusciva a fregare chiunque. Continua a leggere ->

Indizi – Racconto 3 – L’enigma

sigurd lewerentz, florist, 1969
immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Hugh Hefner (soprannome.), con la frase: “Devo cercare di dividere il sogno dalla realtà altrimenti non risolverò l’enigma…”

L’enigma

Buio. Nero fottuto buio. Di nuovo.
Buio. Fottuto. L’avevo detto? Maledetto. Di sicuro maledetto.
Questo è quello che sto vedendo, nient’altro. 360° di buio 100%. Qualità svizzera.
Dove cazzo è finita la luce? Tasto intorno, sento qualcosa di morbido. Coperte? Non dovrebbero essercene. A meno che… No. Non può essere. La mia mano è lì, sul muro ruvido, ne sento tutte le piccole frammentature, ed ecco finalmente quello che voglio: L’interruttore.
Che fatica però, lo premo. La luce è forte. Troppo. Da quanto sono nel buio? Giorni? Ore?
“Giulia? Ci sei? GIULIA? DOVE CAZZO SEI GIULIA? TI HO DETTO CHE NON TE NE DEVI MAI ANDARE. LO CAPISCI O NO? LO RIESCI A CAPIRE QUESTO?”
Giulia non risponde. Vai a capire dove è andata a finire quella puttana. Sarà a scoparsi il primo che capita nel solito bar pieno di merda. Ecco cosa succede ad essere me. Cammini nella merda, ma non ci finisci mai. Bel modo di vivere.
“GIULIA? SE MI SENTI MUOVI QUEL TUO CULONE, CAPITO?”
Trentanove.
Che diavolo mi viene in mente? Un numero? Trentanove.
Deve significare qualcosa.
Solo ora mi rendo conto della stanza. C’è qualcosa di anomalo. La prima cosa è che: dovrei davvero essere qui io? La seconda è che la finestra è una finestra di legno, di quelle che si aprono e cigolano. Legno colorato verde. Adesso è chiusa, e visto il resto o è murata, o è notte. Continua a leggere ->