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Indizi – Racconto 2 – Where is Jonny

I Shall Walk Alone
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Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è anonimo, con le parole: “cadavere, squisito, bruma”


Where is Jonny

“Quarantasette?”
“Si, quarantasette. Che ha di tanto strano?”
“Nulla, solo che me ne sarei aspettate un pò meno. Non avrà esagerato?”
“E’ quello che ho pensato anche io, ma a dirla tutta non saprei. Dipende che intenzioni aveva. “
“Oddio, non hai tutti i torti. Ci possono essere tante casistiche che non stiamo considerando. Però quarantasette coltellate sono davvero troppe.”
“Già. Avrà avuto qualcosa dentro di enorme”
“Enorme? Guarda, il massimo che conoscevo io era quindici. Siamo al triplo. Mi capisci? Il triplo!”
“Non posso che darti ragione. Però, diavolo. Dove è finita?”
“Sarà andata a casa”
“Dovremmo trovarla”
“Già. Non si può fare così.”
“Quarantasette coltellate. Ancora non riesco a crederci. Questa deve farsi curare da uno bravo.”

Indizi – Racconto 1 – Il temporale

Highway to hell
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Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Eva (Le Cirque de la mode), con la frase: “Quando ho capito cosa desideravo veramente, ho cominciato ad avere paura. Avrei potuto restare senza niente.”


Il temporale

La mano di Eva poggia nell’incavo della cornice di legno che componeva la vecchia finestra del rudere. Legno pieno di schegge che potevano conficcarsi nella sua mano, così perfetta, da un momento ad un altro.
Il vetro appena appannato dal suo respiro incerto, lei guarda fuori, la radura, i campi, la distesa che fin da piccola l’ha accompagnata.
Una luce assente. Ecco quello che lei vede. Il temporale è vicino, fin troppo. Non ci sono schiarite, non ci sono ponti sotto i quali ripararsi, solo un tetto, e speriamo che basti.
“Non ci salveremo da quello, dovresti saperlo.” dice.
E lo dice non come un desidero, non come una condanna. Non lo dice neanche come un condannato a morte che ha perso le speranze.
E’ un sussurro, docile, gentile, soffice.
A Darren parte un brivido che gli fa rizzare per intero tutti i peli del corpo. Un misto incomprensibile di eccitazione e paura.
“Non è quello il nostro problema. Lo sai bene.” Continua a leggere ->

Monologhi (Parte 5 – Bed of roses)

the tunnel
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Questa è la quinta ed ultima parte del “mini-racconto” Monologhi. Cinque improvvisazioni di cinque anonimi protagonisti. Nessuno di loro ha un nome. Nessuno di loro l’avrà mai.

Parte 5: Bed of roses


Bed of roses

Voi non siete qui. Io non sono qui. Il tavolo che state vedendo è la proiezione tridimensionale di qualcosa che, di certo, non è qui.
Il vostro cuore non è qui, e non c’è mai stato. La vostra mente non è qui. Vaga altrove. Tra le gambe di una donna, sulle labbra di una persona, mano nella mano, nei fogli del lavoro. La vostra mente è solo un mezzo.
Il mondo, signori miei, si è spostato. E’ andato avanti lasciando tutti voi indietro. Questa è la verità.
Io vi guardo. Voi mi guardate.
Ed in fondo tutti noi sappiamo che è vero. Pubblico pagante e non.
Potrei tentare di convincervi del contrario, ma perchè sprecarsi?
Siamo decisionalmente daltonici. Incapaci di distinguere il giusto dallo sbagliato. Tutto si confonde in un colore indefinito che per noi è semplicemente da fare, ma non capiamo mai quale sia la direzione da seguire.
E’ questo il nostro millennio. Il nuovo secolo. Siamo entrati in una nuova era che fa schifo.
E siamo i protagonisti. Noi. Solo noi. E possiamo stare qui a discuterne o cercare di raccattare i pezzi di quest’inutile baracca e costruirci qualcosa di migliore. Un parco, un giardino, una casa in campagna, un riassunto. Andrebbe tutto sicuramente meglio di questa schifezza in cui stiamo affogando.
Merda. Direbbero alcuni. Ed in fondo mi trovo a dover dar loro ragione. Questa è merda. Che piove dal cielo, che ci seppellisce e ci fa dimenticare chi siamo. Qual’era il nostro nome di battesimo, il punto di partenza della nostra vita.
Ci sarebbe bastato questo ma sappiamo che così non sarà. Il mondo sa essere crudele.
Io vi guardo e vorrei darvi una speranza. Ma guardatemi invece. Ho i capelli bianchi. Si, i capelli bianchi. La vecchiaia, i presagi di morte. Questo sono. Un biglietto di sola andata per un mondo migliore. E poi? Cosa ho indosso? Vestiti. Da povero. Non ho orologi d’oro non ho un suv come auto. Sono indebitato come voi in questa vita che continua a chiedermi il conto.
Ed io che neanche ero al dolce.
Ed in fondo faceva pure schifo il cibo.
Era sciocco.
Una volta un uomo entrò in una stanza, di fronte a tanti alunni. Loro erano il potenziale del futuro. La speranza di un paese. Erano i semi. Lui era il frutto.
Lui li osservò tutti. Avrebbe voluto farli germogliare. Disse loro: Prendete queste parole. Scriveteci qualcosa.
Erano una trentina di parole. Comuni. Come mela, pane, attraversare la luna in un’incerta transizione che di certo portava all’america, ma in fondo nessun paese è l’america. Qualcosa del genere. Erano tante parole a leggerle, ma poche quando uno doveva scriverle.
Il vero problema, però, era unirle tutte in un discorso.
L’uomo disse che avevano dieci minuti. E disse che pure lui avrebbe scritto qualcosa.
Il tempo passò. Le persone cercavano conferme, spaesate com’erano da quella richiesta. Molti cercarono di copiare, ma non avrebbe fatto la differenza.
Alla fine del tempo l’uomo fece leggere a turno le storie ai ragazzi. Erano povere, ma le ascoltò comunque. Ed infine disse la sua.
Non ricordo di cosa parlasse. Ricordo che nel sentirla capii che dalle parole si poteva costruire davvero un mondo intero, e lui c’era riuscito. Era la nostra prova vivente che con una trentina di parole si può trasformare un’aula di ragazzi. Per noi era incredibile. Per lui sarà stato probabilmente normale.
Quell’intreccio, quel mescolio di parole, fu la perfetta rappresentazione di ciò che ogni uomo desidera raggiungere prima o poi. Il giusto mix, la buona minestra, il risultato perfetto degli addendi.
Io voi, i miei vestiti schifosi, il mio fare impacciato. Prima o poi mi auguro che tutto questo si chiuda come un cerchio perfetto, e dia un senso alla confusione.
E magari, giusto per condire il piatto, facciamo che non capiti troppo tardi.


Andrea (sdl)

Monologhi (Parte 4 – Coming of age)

Luz
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Questa è la quarta parte del “mini-racconto” Monologhi. In totale saranno 5 parti. Cinque improvvisazioni di cinque anonimi protagonisti. Nessuno di loro ha un nome. Nessuno di loro l’avrà mai.

Parte 4: Coming of age


Coming of age


Vorrei raccontarvi una storia. Parla di un uomo che fu lasciato. Diceva che non c’era modo migliore di esorcizzare il dolore che con le parole. Allora partiva e scriveva. Finchè aveva fiato e forza nelle mani.
Aveva una penna stilografica. Di quelle che ormai non si vedono più tanto spesso.
Poggiata sul tavolo in mogano c’erano quella penna e un serbatoio ripieno di inchiostro.
Aveva dei fogli bianchi sulla scrivania. Fogli vuoti. Per quando il suo cuore era troppo pieno. O forse erano bianchi perchè ancora era troppo vuoto. Non saprei dirvelo.
L’uomo scriveva per salvarsi. Pensava che ci fosse solo quel modo di salvarsi.
Il sesso facile, il fumo, o altri vizi, non gli dettero mai la stessa risposta delle parole. Loro erano un’eiaculazione precoce. Un qualcosa di gustato solo in parte. Non gli permettevano di soffocare tutte quelle immagini.

La scrittura, invece, si.
Ci riusciva. E l’uomo non sapeva neanche come. Capitò svariate volte. Il modus operandi era il solito. D’un tratto l’amore spariva nello stesso modo in cui era apparso. Le avvisaglie erano sempre le solite. Aumento del raziocinio, lamentele o litigi, assenze. L’uomo veniva quindi abbandonato, gettato.
Ed alla fine del travaglio cosa gli rimaneva? Sabbia che scivola via, aria che non puoi raccogliere, tante parole soffocate nel mezzo della gola. Pronte ad uscire, ma non mature abbastanza per essere apprezzate.

Non è l’unica storia che vi potrei raccontare, è vero. Milioni di persone sono così. Per alcune è la scrittura, per altre l’alcol, per altre ancora non saprei dire cosa permette a loro di superare il buio della camera.
Ma sicuramente qualcosa riescono a trovarlo.
Quelle che non ci riescono, beh, meglio che non sappiate cosa decidono di fare.
Comunque questa era la sua vita.
E lui prendeva il suo computer, in ere passate sarebbe stato di fronte ad una macchina da scrivere o magari di fronte ad un semplicissimo foglio di carta, con una piuma da intingere in dell’inchiostro.
Ma oggi abbiamo la tecnologia che ci salva dalla fatica, per fortuna.
Iniziava a scrivere. In maniera naturale. Partiva a volte da storie semplicissime. Due persone che camminano, un ragazzo che guarda il cielo, un obiettivo nella vita. Per poi trasformarle, con quella magia di cui ogni scrittore in qualche modo è dotato.
Altre volte invece iniziava la trama come una fiaba.
“C’era una volta” diceva.
Voleva trasmettere al lettore quel senso di antico, di raro, di fanciullesco, che ogni tanto la gente dimenticava.

Dov’è, vi chiederete?
Non saprei dirvelo. L’ultima volta che lo vidi girovagava per i negozi del centro città. Il suo sguardo sembrava perso oltre una vetrina di un negozio di vestiti.
Fermo immobile, le mani che in qualche modo si aggrappavano ai suoi stessi pantaloni, li stringevano in maniera nervosa.
I suoi occhi trapassavano letteralmente i vetri per guardare oltre quei manichini.
Magari si era innamorato di nuovo, o era semplicemente invidioso di chi poteva permettersi quei vestiti.

Vi aspettavate una morale? E’ come sperare che Dio sia giusto. Non c’è una morale. Non c’è mai.
Quando qualcuno muore pensate che Dio l’abbia voluto? Se una persona è stata salvata pensate sia volontà divina?
Una volta un prete mi disse che la fede non era il contenuto di un bicchiere, ma il bicchiere stesso. Noi eravamo invece il contenuto. Per questo non c’è una morale in questa storia. Non c’è una morale in nessuna delle storie. Ciononostante non significa che dalle storie non ci sia da apprendere, ma non sempre la risposta è decisa da chi narra.
Io sono solo un giullare, un contenitore, siete voi invece che dovrete trovare un senso a tutto questo. Di più non saprei dirvi.

Andrea (sdl)

Monologhi (Parte 3 – Halleluja)

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Questa è la terza parte del “mini-racconto” Monologhi. In totale saranno 5 parti. Cinque improvvisazioni di cinque anonimi protagonisti. Nessuno di loro ha un nome. Nessuno di loro l’avrà mai.

Parte 3: Halleluja


Halleluja

Chiudete gli occhi adesso. Con le mani giunte verso il cielo immaginate l’odore della cera di una candela accesa vicino a voi. Focalizzatevi su di essa. Gli occhi della vostra mente devono sentire l’erosione di quella candela, immaginare la luce del fuoco che la uccide. I vostri occhi devono vedere il riflesso rosso della fiamma sul piccolo lago di cerca che circonda lo stoppino di tessuto imbevuto nella candela.
Dovete ricordare com’era, quando giocando agli innamorati, vi cadeva bollente sulla pelle, ed un gemito, forse un urlo, vi sfuggiva.
Mani giunte. Verso il cielo.
Lui non avrà occhi per voi, ma potrete comunque credere che, oltre quelle nuvole, vi sia un Dio per voi.
Più misericordioso di voi. Che sappia davvero dire cosa è meglio. Qual’è il bene. Com’è che si fa, questo bene.

Io non l’ho mai capito. Lo giuro.
Tutte quelle volte ci ho provato. E tutte le volte ho fallito. Nella spirale di eventi che mi ha portato qui, forse, non ho fatto la scelta giusta.
La droga non era una porta, ma una direzione.
E l’alcol di certo non era una medicina, ma una malattia.
Ho bisogno di cure. E di un Dio che possa capirmi.
O che probabilmente possa perdonarmi. Perché Padre, io ho le mani sporche dei miei peccati. E quando le lavo non vanno mai via. Mi rigiro ogni giorno le mani nel sapone Padre. E sono sempre sporche.
Sporche di me, di questa vita.
Come posso lavarmi via?

Siamo tutti pecore di un gregge. Cerchiamo una guida, il nostro pastore. Colui che ci guiderà nel buio.
Alcuni hanno la fortuna di chiamarlo Amore. E lui apre una strada di fronte a loro. Dice loro quale scelte prendere. E loro, incauti ed ignari lo seguono.
Ma quando tutto finisce, beh, siamo soli Padre. Siamo sempre soli.
Non c’è Dio Padre. Non in questa notte. In questa camera che puzza di fumo, e le coperte non lavate da settimane mi ricordano la sporcizia in cui vivo e mi sveglio. In cui faccio quello che tutti gli uomini fanno.
Mi sporco Padre. Perchè questo so fare.
Se Dio esiste e mi ha creato, perchè mi ha fatto così?

Figliolo. Figliolo. Non è stato Dio a crearti. Ma tua Madre.
Dio ha creato il resto. Dio ha permesso che il resto potesse essere lì. Ma non concederti questo dubbio. Dio non decide le azioni di nessuno. Non può dire a nessuno di evitare di uccidere altri uomini. Dio non può salvarti in questo modo. Se potesse, non avresti la cosa che più vanti di avere: Il libero arbitrio.
Dio non è la soluzione alla stupidità umana Figliolo. Dio, nel peggiore dei casi, potrebbe esserne stato la causa. Ma anche lì ci sarebbe da vedere cos’altro ha creato.
Non solo stupidità.
Figlolo. Mani giunte verso il cielo. Lo vedi quell’immenso blu?
Se non Dio, chi altri lo potrebbe mai aver immaginato un blu così splendido?

Ora vai. Non girarti. Non voltarti. Questa chiesa non scomparirà. Io forse un giorno ti abbandonerò e tu sarai solo, come sei sempre stato.
Ma sappi, ricorda. Dio c’è e ci sarà sempre. Ti ascolterà quando vorrai. E ti perdonerà se ti sentirai colpevole. Anche se tutto questo non è il suo lavoro.
I piani di Dio non possiamo saperli. Ma della sua gentilezza son sicuro. Vai in pace.

Andrea (sdl)

Monologhi (Parte 2 – All you need is love)

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Questa è la seconda parte del “mini-racconto” Monologhi. In totale saranno 5 parti. Cinque improvvisazioni di cinque anonimi protagonisti. Nessuno di loro ha un nome. Nessuno di loro l’avrà mai.

Parte 2: All you need is love


All you need is love

Voi non vi sentite soli? Io si. Fottutamente sola. Torno a casa ogni sera, ed ogni sera mi metto a piangere. Sapete cosa significa? Piangere ogni sera intendo. E’ fottutamente triste. Entrare in casa e lasciarsi andare al pianto. Incondizionatamente. Perchè, che altro dovrei fare?


Potresti combattere, no?

Combattere contro cosa? Contro il mondo intero? Ho già passato la mia fase rivoluzionaria direi.

Ma non puoi neanche continuare così!

Certo che posso. Cosa ti credi? Pensi di essere migliore di me? Solo perchè sono debole.
Ecco, l’ho detto. Sono debole. Debole come una foglia d’autunno.

E perchè piangi?

Perchè piango? Dovrei partire da Adamo ed Eva per spiegartelo.

Beh, inizia. Chi era Adamo?

Qualcuno che mi ha ferita.

Ed Eva?

Sai fare meglio di così.

Ok. Allora dimmi. Cosa ti ha fatto Adamo?

Nulla. Ecco il punto. Non mi ha fatto nulla. Ed io che avrei voluto. Avrei sperato che lui potesse fare qualcosa. Cambiare, cambiarmi, cambiarsi. E invece no. Hai visto? Il solito grande fallimento della mia vita. Solo uomini incapaci di capirmi.

O forse tu incapace di capire loro?

Ma io sono semplice! Come possono non capirlo? Ogni donna lo è. Ogni donna desidera due o tre cose.

Diamanti a parte, immagino.

Diamanti a parte. Già. Ma perchè deve sempre finire così? Perchè trovo solo uomini stronzi, insensibili?

Il tuo bisogno d’amare forse è diverso. Forse non li trovi, forse li cerchi. E le poche volte che erano diversi? Cosa è successo?

La solita cosa. Non mi andavano bene. Ed ora torno ogni sera in casa a piangere. Ti rendi conto? Una come me che piange. Riesci ad immaginarlo? Mio dio. Neanche ci credo. Ma forse è giusto così. Giusto che io mi senta sola. Perchè magari me lo sono meritato.

Io penso che tu stia semplificando sai?

Semplificando cosa? Come ti permetti tu che non sai nulla di me?

Forse so più di te che non vuoi accettare i limiti tuoi e degli altri. Perchè in fondo, la persona giusta qual’è? Quella che vuoi? Quella che desideri? O quella che semplicemente E’ giusta? Facile dire “Non mi comprende”, o dire “Non vai bene”. Facile trovare errori negli altri senza fare un pò di autocritica. Invece di cercare soluzioni, di cambiare le persone, perchè non migliorarsi?

Facile anche criticare mi pare. Cosa ne sai tu di tutto questo?

Ne so come ne sai tu. Credi di essere l’unica che ha passato tutto questo? Credi di essere speciale? Di aver vissuto qualcosa di unico? No. E’ tutto normale. L’amore, l’innamoramento, e la sua fine. E’ tutto naturale, come quando fiorisce un fiore, o appassisce. Eppure tu non lo capisci. Non capisci che è così che va il mondo. Le cose vanno, e vengono. A volte ritornano, altre invece ci lasciano per sempre. E noi dobbiamo lasciarle andare.

Ma io non voglio lasciarla andare! Non voglio.

Lo supererai. Non sei diversa da nessuno di noi, nè da me. Siamo tutti nella stessa barca. E non ti credere che io sappia meglio di te dov’è che dobbiamo andare per smetterla di soffrire. O di piangere.

Ehm, tu hai mai pianto tornando a casa?

Si. A volte. E probabilmente più di quante tu riesca ad immaginare.

E si smette prima o poi?

Prima o poi tutto finisce. Anche se non sai mai capire se questo sia un bene oppure no.

Andrea (sdl)

Monologhi (Prefazione e Parte 1 – Somewhere over the rainbow)

monologue
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Questo è un “mini-racconto” che suddividerò per convenienza in più post su questo blog. In totale saranno 5 parti. Cinque improvvisazioni di cinque anonimi protagonisti. Nessuno di loro ha un nome. Nessuno di loro l’avrà mai.

Alessandro prende tra le mani il foglio. Su di esso svariati nomi si stendono nero su bianco. Il foglio è carta semplice, fine, senza qualità.
Alessandro siede su una sedia come tante, di quelle che non ricordi mai, le famose sedie ripiegabili. Al suo lato ci sono Giulia, Riccardo, Stefano ed a completare il cerchio Sandra.
I cinque giudici. Perchè loro, tra tutti, dovranno trovare la persona speciale. Le indicazioni sono chiare. Qualcuno capace di fare la differenza, che abbia quel fattore speciale, quella cosa unica che rimarrà nei cuori del popolo.

E loro cinque sono qui per ascoltarli, ciascuno dovrà dire loro qualcosa. Ed il primo sulla lista sta entrando ora sul palco del teatro. Pronto a dire ciò che pensa.

Somewhere over the rainbow

Chiudo gli occhi ed immagino un mondo diverso. Capita sempre così quando lo faccio. Quando mi lascio cullare da un’idea, una speranza. Che la guerra finisca, o che ci sia un futuro migliore per noi.
Chiudo gli occhi e so che potremo farcela. E’ questa la mia speranza.
Come quando raccontiamo le fiabe, e sappiamo che il bene trionferà leggiadro su tutto il male del mondo. Questa è la nostra speranza, la nostra voglia di fare. Di essere, di vivere.

Eppure mi guardo, e guardo voi. E capisco che c’è una gerarchia da rispettare, un capo a cui fare rapporto, i conti da pagare a fine mese. So bene che tutto questo non si può ignorare perchè così è fatto il nostro mondo. Intrecci. Rapporti, situazioni.
Il bacio, la conquista, sono le ultime cose romantiche che ci vengono concesse. Niente cavalieri, nè draghi, nè principesse in cima ad un castello.
Siamo alla costante ricerca di emozioni forti, nei film, o nelle vacanze d’avventura.
I più onesti accettano l’abitudine. Il solito caffè, la solita sveglia, il solito profumo. Perchè in fondo l’abitudine è più romantica di quanto tutti noi crediamo. L’odore del pane appena fatto, l’odore del caffè, l’inverno, l’autunno. Queste sono cose abitudinarie, che ritornano, cicliche come la nostra stessa vita. Eppure non mancano mai di stringerci il cuore e di farci pensare che sì, in fondo non era poi così male.

Poi torniamo nel nostro flusso, anestetizzati dalla tv, da internet, dall’assenza di vero e sincero contatto umano. Quando tutti balliamo inutilmente in una discoteca, urlando, sbraitando, provandoci, bevendo per dimenticare, eccoci nel nostro zenit autodistruttivo. Vorremmo forse fare qualcosa di migliore di questo? E perchè questo migliore non può essere un ritorno alle origini. A cosa significava dire “Mi piaci”. Quando ancora sapevamo arrossire. Quando tutto questo era più ingenuo, quando il sesso era mistero e non trasgressione. Quando svegliarsi al mattino era un inizio e non una nuova fine.

Quando abbiamo smesso di sognare? Non è la morte di Babbo Natale ad avercelo insegnato. Ma forse è stato il mondo. Non il lavoro, non la scuola, non i parenti.
Ad un certo punto della nostra vita ci siamo semplicemente fermati. E da lì in poi abbiamo cercato di muoverci, di allontanarci disperatamente da questo mondo, fuggendo in paesi esteri, tagliando contatti, traversando mari, allontanandoci, cambiando numero di telefono, cambiando amicizie. Cambiando pure i partner.

E non ci siamo mossi di un millimetro. Quella paura ancora ci affonda. Siamo in mare aperto signori. Ed il capitano sta dicendo solo una cosa: Abbandonare la nave.
Abbandonare la nave.


Le altre parti del racconto:

Prefazione e Parte 1: Somewhere over the rainbow

Andrea (sdl)

Follia marina

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Non potevamo fare altro. Seduti sul molo, guardando le onde schiantarsi impietosamente sugli scogli. Morire squartate, divise tra due orizzonti.

Non potevamo far altro che guardare, imperterriti, la fine di tutto.
Il mare in tempesta sembrava lui stesso una discussione. Mentre sbraitavo, urlavo. Ed il mondo non avrebbe potuto ascoltare, e come mai avrebbe avuto tale udito?
In quel rumore che intorpidiva i sensi, schianti violenti interrompevano ogni frase. Dividevano me e loro, me e gli altri. Me e questa schiera di imperterriti inseguitori che non ho saputo fuggire.
Il mare.
Un molo.
Le barche che ondeggiano.
Io.
Loro.
Ancora mi volto. Ancora cerco uno sguardo. Una conferma che questa è la direzione. Capitano, è quella la stella polare? Capitano, capitano. Dove devo andare? Uno spruzzo violento d’acqua mi fa quasi affogare ma la mia mano resta ferma immobile. Indica là.
Dove, là?
Là. Non lo vedete. E’ quello il nostro orizzonte.
La gente incredula si guarda tra di loro. Sguardi storti. Le parole confuse si incrociano per domandarsi se tutto questo sia giusto. Se abbia un senso.
I più temerari, indicato il lato opposto dicono: Non l’altro?
No. E’ per di qua la strada.
Il mare non conosce bugie. Ti prende, ti porta a destinazione, se lo vuole. E poi finisce lì. Te lo ricordi per il rumore la notte. Essere cullato dalle onde è qualcosa di unico, di magico, quasi ti auguri di morirci, con quel suono.
Se non sei in mare.
Se non sei su un molo.
E le barche ondeggiano.
Loro. Mi guardano.
Io, indico.
Capitano? Ma cosa dobbiamo fare ora?
Se avessi davvero saputo qualcosa, avrei risposto. Vi risponderei, lo giuro. Ma quello che posso fare è guardarvi. Non c’è altro che io possa fare. Sono un semplice capitano. Mica un veliero.
Io sul mare non ci cammino. Alle volte ci nuoto.
E con un mare così, in genere, ci affogo.
Essere in balia dei venti. Delle azioni, del mondo.
Per cambiare, per andare oltre, serve sempre qualcosa.
Una nave, una zattera, un gruppo di persone stupide o pazze a sufficienza da seguirti.
E se stesse mentendo? Non mente. E’ il nostro capitano.
E se non fosse il nostro capitano? Ma non lo vedi? E’ lui.
Lui chi? Io? Ma io passavo di qua, ero in giro a far compere cosa vi credete.
Per andare oltre bisogna superare il credibile. Ma tutto questo come sempre ha un prezzo.
Andare oltre, oltre quel limite consentito, ha sempre un costo. Qualcosa che rischi. La tua posta.
Gli sguardi non si incrociano se non all’infinito. La gente si volta del tutto e se ne va.
Non c’è nessun capitano senza una ciurma.
Non c’è nessuna nave senza un capitano.
Ed anche un folle, senza un seguito, non è altro che un folle.
Il sipario si chiude, ed il pubblico ringrazia.


Andrea (sdl)

La scelta giusta

“E se non esistesse una scelta giusta?

Se fosse tutta una collisione d’eventi, un’incompleta gestione d’errori. Se fosse un intero fraintendimento?

Tutto questo, me, te, noi. Se fossimo solo una goccia tra le tante che non sa distinguersi. Salata come le altre, blu come le altre, indefinita come le altre. Guardandoci dall’alto, qualcuno potrebbe mai dire “Eccoli!”? Ci potrebbe mai identificare tra tanti?

Cosa fa una scelta giusta? E’ solo il poi, il dopo. La conseguenza delle nostre azioni. E’ vivere e saper convivere. Soprattutto con i risultati. Ecco cos’è. Non è una verità universale, non è un qualcosa che si può trovare scritto. Il bene, il male, il giusto, lo sbagliato. Sono definizioni così, fatte a mano. La vera definizione è questa: La verità è ciò che rimane quando tutto il resto è scemato. Nulla di più, nulla di meno. E la verità è anche la cosa giusta in questo caso, quella di cui non ti pentirai.”

Sandy è così, su due piedi indecisa, su quattro note sospesa, su cinque accordi adiacente. Non che sapesse definire bene il tutto, anzi. Era pensieri sconnessi, staccati dal mondo, cotone impagliato, rumore di prateria. Il gallo che canta al mattino e ti sveglia di notte. Incoerenze. Ecco. Nulla di più.
Ector invece impugna la sua sigaretta, anche se forse impugnare non è il termine adatto. Si potrebbe dire che la stringe, la tiene ostaggio di una volontà che anche lui fatica a chiarire. Combattere? Arrendersi? Qual’è la vera differenza tra i due? Solo un bivio. Nient’altro che un bivio.

Sandy cerca la forza per ribattere

“Ma cosa diavolo stai dicendo? Vuoi riassumere tutto in questo? Sei diventato stupido in cinque minuti o mi sono persa il momento in cui sei tornato nel tuo bozzolo? Ti sembra il momento di dire cose come questa? Ma soprattutto, perchè? Dico, perchè?

Verità? Bene, male, giusto sbagliato? Ma che diavolo importa.

Perchè senti il fottuto bisogno di dare una definizione a tutto?”

Ector riprese quel fare teatrale. Era lui e forse non era più lui. Altrove, un volto, una maschera, una parola che neanche pensa ma che prende vita.

Per amore, forse. Perchè guardandoti negli occhi ho visto centinaia di prati dove correvamo. Ho visto me e te, ed un bouquet di fiori lanciati in cielo, ed il tuo vestito bianco che cadeva a terra. Ho visto tutto questo ed altro ancora, ho visto un figlio, una casa in campagna. Ho visto il caffè al mattino e tutte le parole che ci diremo sfiorandoci la notte.

Perchè, perchè perchè. Mi domandi così tanti perchè e sembra sia tu quella assetata di verità.

Io voglio solo definire spazi, dire cosa è bianco cosa è nero. Cosa è amore, cosa odio.

Cosa voglio, e cosa non voglio”.

“E cosa vuoi Ector, dimmelo. Cosa vuoi?

Cipolle. Pensò.

Vorrei delle cipolle. Condite bene, con olio aceto sale e pepe.

Si, le vorrei proprio. In fondo cosa c’è di male nelle cipolle. Quel gusto acre, forte, deciso, che non ti abbandona. Come l’odore del sesso. Così forte, così sporco da sembrare proibito. Sporcarsi in una fanghiglia indefinita. Mischiare i propri fluidi fino a ottenere un nuovo cocktail. Per dire finalmente: Ecco, siamo noi.

“Bere. Vorrei solo bere”.

Sandy squadra gli occhi

“Stai scherzando spero!”

Ma guardandolo realizza, non sta scherzando. E’ tutto vero. A partire dal bere.

“Vorrei davvero non aver iniziato tutto questo Sandy”

“Ed ora che fai? Lanci il sasso e nascondi la mano? Pensi sia possibile farlo”

“A volte si. A volte si sceglie una strada e solo dopo ci si rende conto di cosa desideravamo.

Forse non è il bene, o il male. Forse non è la direzione. E’ solo un fatto di comprensione, di sensibilità.

Capire le cose in tempo. Afferrarle prima che sia troppo tardi, o con il giusto anticipo.

Forse saper costruire non è mettere dei mattoni, ma mettere delle fondamenta. Forse tutto questo è un castello di carte. Me, te noi. Siamo solo delle carte, niente di più. Ce la possiamo giocare la nostra partita, ma alla fine vince sempre il banco”

Destino beffardo. Vogliamo arrenderci così? Sandy è stanca.

Stanca dei litigi, delle lotte. Di combattere per qualcosa che non nasce, che continua a morire. Un eterno parto cesario, con sangue a terra, e morti, e morti e morti. E tutto che finisce e ricomincia, e loro ancora lì, a combattere una guerra nel nome di nessuno.

“Smettiamola Ector.

Cosa è rimasto di noi? Dimmelo, cosa è rimasto?”

E fu lì, in quell’istante, che Ector, fuori dal palco, dalla teatralità, da tutto quello che poteva costruire. Dalla finzione, maschere chiuse nei cassetti, uscì una verità.

Una, ma sufficiente a mettere fine a tutto questo.

Ector la guardò. Intensamente.

E con un fil di voce, rimesso ma non remissivo disse

“Noi due, non basta?”

Andrea (sdl)

La rivoluzione digitale

“Ci sono vuoti che non siamo capaci di colmare. Iridescenze nella notte che non siamo capaci di nascondere. Le chiamiamo paure quando non sappiamo dare loro altro nome. Ma la verità è che avremmo preferito fare diversamente, scegliere una via migliore. Con tutti i buoni propositi di una vita ci guardiamo e ci chiediamo: Potevamo fare meglio?
Si, decisamente. E allora salgono tutti i dubbi legittimati dalla domanda. Cosa ho sbagliato, perché. Ci ripromettiamo di essere padri migliori, figli migliori. Facciamo fioretti per un anno migliore ed alla fine dell’anno contiamo come siamo stati incapaci, e allora abbassiamo il tiro, o lo alziamo. In entrambi i casi alla fine d’anno successiva saremo ancora tutti qui, a dirci che avremmo potuto fare meglio.
Che nel mondo non dobbiamo arrenderci, che dobbiamo renderlo più bello, più accogliente. Ma poi alla resa dei conti, nel rush finale, ci accorgiamo di esser senza fiato. Inutili, abbandonati.”
Desmond, 51 anni, guarda il foglio con evidente malinconia. Il suo respiro è sicuro, le sue mani si aggrappano al foglio come alla verità di questo mondo, i suoi occhi non si staccano da ogni lettera.
“Guardo i miei figli. E guardo mio padre. Ed infine guardo me. Capisco che c’è qualcosa di malato in tutto questo. Cosa ci rende così incapaci di superarci? Di evitare che la storia si ripeta? Le guerre, i morti, la fame nel mondo. Tra altri cinquant’anni forse saremo ancora qui, ed un ignoto Desmond Duprè verrà a raccontarvi la sua verità, di fronte ad una platea simile a quella che voi rappresentate. E tutto questo parlare saranno parole al vento, come questa tecnologia che non ci lascia niente. Questi social network di oggi, che ormai sono solo un modo di vestirsi e non di comunicare.”
Prende una pausa, fa un grosso respiro. E’ importante che capiscano, pensa. Che comprendano il valore di quest’affermazione. Vestirsi. Esatto. E’ questo che ho detto. Ragionate. Tutti questi Facebook, twitter, cosa sono diventati adesso se non un modo di vestire? Tu come ti vesti? Io “Ci tengo agli animali”, “Viva il duce”, “Fuori i clandestiti”, “Evviva il comunismo”, “Quelli che non c’hanno capito nulla”. Sono tutti vestiti.
Guarda di fronte a se, il bordo delle sue labbra si increspa leggermente quasi ad accennare un sorriso.
“Abbiamo perso il bisogno di condividere, di comunicare. Ormai siamo solo abbandonati, senza una direzione, una strada da seguire. Sentiamo il bisogno di identificarci in una società che, grazie ai mezzi come internet, ci fa sciogliere come zucchero nell’acqua. Ci nasconde, ci fa scomparire.
Chi è Desmond Duprè? Un pazzo, un visionario?
Nessuno di questi. Sono solo una persona che sta cercando di nuovo la propria identità, come anche voi dovreste fare. Smetterla con tutto questo digitale, non si digitalizza un sentimento, non si trasmette l’amore attraverso bit o internet. Il mio calore non lo sentirete mai, e la mia voce, non vi arriverà mai così calda, attraverso un qualunque strumento multimediale.
Riconquistiamo questa terra, prima che sia troppo tardi”
Le rivoluzioni, raccontava Duprè, non si fanno in cinque minuti. Ci sono dei bisogni che le fanno nascere.
Che permettono a persone diverse di aggregarsi in base ad una necessità.
“Ecco signori, io penso che noi dovremmo iniziare a farla questa rivoluzione. Necessità di sentimenti, di vivere, di sentire tutto questo mondo, il sole, il vento, il sapore della pasta, l’odore dell’autunno, il calore delle mani.
Voglio combattere contro la solitudine di quest’era digitale, assieme a voi.”
Desmond chiude gli occhi. Poi li riapre.
Trecento posti di fronte a lui lo osservano. Trecento posti vuoti.
Desmond ripiega il foglio in quattro, poi si toglie gli occhiali e li poggia nel taschino.
Il sorriso è scomparso. La fievole luce che lo illumina si spegne con un secco tic.
Nessun applauso, nessun ringraziamento. Lo spettacolo è finito.

Andrea (sdl)