Indizi – Racconto 5 – Skyline

blue moon over manhattan
immagine appartenente al rispettivo autore

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Ortica, con le parole: “primavera, ritorno, 2010”

SkyLine


Corridoio Est, Stanza C

Albert prese il pedone e lo posiziona di fronte al precedente. La lunga processione si contorceva in un semicerchio che tentava di andare a toccare, raggiungere, o forse semplicemente deviare, il corso di una struttura più articolata sempre composta da pedoni.
Quella che stava prendendo vita di fronte a lui era una semplice partita di Dominus, versione rivisitata e corretta del domino, costruita in modo tale da permettere uno scontro tra due giocatori.
L’idea di fondo era quella di contare le pedine cadute, e sfruttare la propria processione per interrompere quella dell’altro senza però bloccare la propria. Tempo massimo per la mossa: dieci secondi. Mentre il tempo del gioco poteva essere deciso di comune accordo tra i giocatori. Il minimo era ovviamente dieci minuti.
Nient’altro. Nessun’altra regola se non il fatto che i pedoni dovevano essere consecutivi, fatta eccezione per i pedoni che “attraversavano” la processione avversaria. Tutto qua. Niente di eccezionale in effetti, ma quello era l’unico gioco che avevano a disposizione, e passare il tempo non era così semplice.
“Sta a te muovere, vediamo se stavolta sai fare di meglio”
“Ehi, Silvester, stai calmo ok? Non mettermi fretta. Ho sempre odiato i giochi psicologici di voi studiosi del cavolo”
“Uno nasce tra le chiavi inglesi e guarda come diventa” Silvester rise. Il suo volto barbuto, i suoi capelli brizzolati, erano la cornice di uno scontro verbale che desiderava ardentemente. Anche solo per ingannare l’attesa.
“Zittati” Albert fu lapidario.
Prese il proprio pedone e lo posizionò di fronte all’altro, con una leggera angolazione che avrebbe fatto nascere una deviazione.
“Che cazzo fai? Scappi?”
“Ehi, signor intelligentone. Hai scoperto le parolacce?”
Ecco cosa voleva Silvester, un pò di brio. Cosa serve nella vita se non un pò di brio.
Per non sentire freddo. Per sentirsi vivi, il sangue che scorre nelle vene.
Ecco cosa voleva sentire.
Albert era lì di fronte a lui, impassibile nella sua tuta da lavoro blu costellata di tasche. Aveva una tasca per tutto. Chiodi, cacciaviti. C’era quasi da temerlo. Quei suoi occhi neri, i suoi capelli castani, invece erano nella norma. Nulla che potesse indurre paura o quant’altro. Però c’era una bella differenza tra il suo camice da laboratorio e quella tuta da lavoro. Lo capivi già dai nomi. Un camicie sembrava sicuramente più regale, superiore. Si. Silvester pensava di essere di molto superiore a tutti loro. Piccoli vermi. Questa era la verità.
“Certo che le ho scoperte, riparatore dei miei stivali. Tu invece però ti sei fermato a quelle suppongo”
Il pugno di Albert contro il viso di Silvester fu solo una semplice constatazione, una dimostrazione, come volevasi dimostrare. Ecco, quello era il metodo per farlo incazzare.
Semplicemente questo.

Corridoio Est, Stanza K

“Ehi Jane, stai già dormendo?”
“No Michael, sono qui, che succede?”
“Beh, non prendevo sonno.”
“Ancora? Non è possibile che anche stavolta tu non prenda sonno”
“Non posso farci niente. E’ più forte di me.”
“E’ passato quasi un anno e ancora non ti sei abituato a quest’ambiente?”
“Non posso farci niente, ti dispiacerebbe…” la voce di Michael si fece incerta. Il suo respiro divenne più affannoso.
“… darmi una mano?” concluse.
Non potevano vedersi, quindi nessuno dei due l’avrebbe saputo, ma Michael era eccitato e Jane stava sorridendo. Non che questo avrebbe potuto cambiare le sorti delle loro scelte, anzi, ne era l’esatta spiegazione.
“E Sandy?” sussurrò lei
Michael pensava che in fondo c’era dell’eccitante nel proibito. Non era la prima volta che lo facevano lì, ma di sicuro era la prima volta che lo facevano in una stanza con la loro coinquilina.
“Se vorrà si potrà unire” disse infine Michael, ridacchiando sottovoce.
Dalla porta magnetica che chiudeva la stanza passava un filo quasi invisibile di luce. Michael fissava il pavimento per vedere quando Jane avrebbe toccato il pavimento con i suoi piedi. Il tocco di Jane fu soffice, totalmente inudibile, una completa maestria degna di una ladra.
Sebbene gli occhi non fossero abbastanza abituati al buio Michael riconobbe le forme della sua amante, le gambe, la forma del sedere, erano inconfondibili. Così fini e delicate che sembrava potessero rompersi da un momento all’altro. I capelli, ed il viso, invece erano nascosti dall’ombra. Non poteva gustare il suo sguardo dolce, i suoi occhi che lo guardavano quasi innamorati. Niente di tutto questo.
Ma d’altronde il suo problema era il sonno. E doveva resistere prima del ritorno sulla terra. Mancavano pochi mesi e cel’avrebbe fatta. Doveva soltanto resistere. Casa dolce casa, esperimento finito. Sarebbe tornato alla sua vita, da sua moglie. Jane sarebbe stata solo una memoria, un piacevole intermezzo, o forse perchè no? Magari avrebbe cambiato la sua vita.
Di sicuro, però, non prendeva sonno.
Ed ecco quindi il bacio di Jane che lo rincuorava. Le sue mani che gli passavano tra i capelli, come per prendere la sua testa e portarla via, fino a fargli sentire il battito del cuore. Lei che si intrufolava furtiva nel letto, senza dire nulla, e che con sapiente capacità lo spogliava.
Era bellissimo. Ogni volta. Ed ogni volta, dopo aver fatto sesso con lei, riusciva ad addormentarsi. Ricolmo di calma, gioia e piacere. Non era qualcosa di violento ma di infinitamente dolce.
Il bacio aggiuntivo di Sandy fu per lui qualcosa di assolutamente inaspettato. Sentire entrambe le donne, forse complici, che lo desideravano in quel tripudio di dolcezza e sensualità, era qualcosa che, in vita sua, non avrebbe mai potuto calcolare.
Come d’altronde le urla ed i rumori che provenivano da un’altra stanza nel corridoio.
Sandy, stufata, esclamò “Ma porcaccia! Proprio oggi dovevano tornare a litigare quei due?”
 Ed in tre, naturalmente, risero.

Corridoio Est, Stanza N

“Cosa c’è nel corridoio Ovest? Ve lo siete mai domandato?”
La primavera nello spazio non aveva ciliegi in fiore, alberi verdi, rose da cogliere. La primavera nello spazio era lo stesso freddo siderale dell’estate, dell’autunno. Dell’inverno.
Per questo hai bisogno di quadri, di contatto umano, di voci che ti rincuorino. Che non ti facciano sentir solo.
E’ per questo che erano tutti lì. Per non impazzire.
Certo, qualcuno di loro magari aveva mansioni di altro genere, ma lo scopo di tutto era evitare la follia. Perchè guardando fuori da quel gigante oblò potevi ammirare il solito sterminato prato di stelle. Che non cambiava se non nella forma. Mai nei contenuti però. Sempre stelle su stelle, che nessuno si sognava di cogliere.
La domanda di Rupert fu naturale. Erano ormai lì da nove mesi. Ed ancora nessun cenno del corridoio Ovest, fatta esclusione del divieto di andarci.
Tutto quello sembrava una presa in giro.
“Io sono curioso. Voi no?”
Attorno a Rupert sedevano tre persone. Un fisico, una scienziata teorica ed un cuoco.
“Forse è solo che non hanno mai finito di costruirlo?” Disse il cuoco.
“E’ l’idea più realistica. Ci avevo già pensato” disse il fisico
“Ma però perchè non dire semplicemente che l’ala ovest era incompleta?” aggiunse la scienziata.
“Forse perchè non volevano ammettere di aver sbagliato?” rispose il cuoco.
Rupert osservava. Sapeva che il lato ovest era speculare al lato est. E che un suo corrispettivo esisteva di là. Li stavano studiando, ed in corridoio avevano messo una persona come lui, per supervisionare. Ma il gusto di stimolare il discorso, era impagabile.
D’altronde lo studio era sull’evoluzione dei rapporti umani nello spazio, dati dei setup di partenza similari. L’idea finale era di riuscire a delineare uno pseudo comportamento umano che ricorre all’interno degli ambienti spaziali. Sperando di poter prevenire problematiche di tipo sociale e diminuire quella che, in quegli anni, era ormai conosciuta come La pazzia dello spazio.
Troppi astronauti erano morti suicidi ed era importante iniziare a tenerne di conto prima di spedirne altri.
“O forse “ disse Rupert “forse è tutto falso. Forse non ci siamo mai mossi dalla terra. Ve lo immaginate”
Tutti scoppiarono in una risata fragorosa che fu subito dopo interrotta dai rumori di lotta.
“Che succede?” Disse la scienziata
“Non lo so.” rispose Rupert “ma vado a vedere”
Un suicidio ora sarebbe stato veramente pessimo.

Corridoio Est

Rupert corse fuori dalla propria stanza, ed iniziò a percorrere l’intera lunghezza del corridoio. Ogni tanto dalle porte sbucavano volti che riconosceva.
Volontario 138,
Volontario 24
e così via dicendo. Tutti hanno un numero nella vita, solo che non lo conoscono sempre.
Lui aveva la fortuna di conoscere il proprio.
Volontario 17.
Un bel numero tutto sommato. Lo soddisfava.
Mentre correva nel corridoio dalla stanza K vide uscire la Volontaria 152, Sandy, poca vestita e sicuramente attraente che guardando un pò impaurita fuori chiese “Va tutto bene Rupert?”
“Si Sandy, non preoccuparti, vado a vedere”
“Ah ok.” disse lei. Rintanandosi di nuovo nella stanza.
Rupert non fece in tempo a notare il sorriso di soddisfazione che si disegnava sul volto di lei mentre la porta a scorrimento magnetica la nascondeva nuovamente al mondo, per riportarla nella sua piccola cava di metallo.
I rumori si avvicinavano, era la Stanza C.
Passò la tessera sulla serratura e la porta magnetica si aprì.
Per terra identificò istantaneamente le duemiladieci pedine del dominus sparse in maniera caotica sul pavimento.
Assieme a loro c’erano anche Albert e Silvester. Impietosamente sanguinanti ed intrecciati quasi come il loro precedente combattimento nel gioco del dominus.
“Albert! Silvester! Ma che vi prende”
I due si risvegliarono come da un coma e lo fissarono.
“Ehi? Ci siete?” Rupert intervenne per separarli e contro la sua aspettativa non incontrò opposizione. Si staccarono con la stessa semplicità con cui avevano iniziato a picchiarsi. Ecco tutto.

Corridoio Nord, Stanza A

Nessuno sa che c’è un corridoio Nord. Nemmeno Io.
Quando me lo dissero io pensai, “ehi, è una balla”
Perchè, d’altronde, a che poteva mai servire un corridoio nord?
Ma la vera domanda che mi posi al tempo fu: Come ci si arriva?
Esistono solo due corridoi visibili. E poi ci sono le strade che portano alle cucine ed agli spazi comuni. Non c’è altro. Non c’è nessun corridoio nord, mi dissi.
Eppure, mi dissero, noi abbiamo costruito un corridoio nord.
“Vuoi entrarci?”
Chi non vorrebbe? Voi non vorreste? Io volevo. Certo che volevo. In fondo tutta questa segretezza nessuno l’ha capita mai. Siamo in una comune stazione orbitante. Niente di così stratosferico no? Orbitiamo per semplici leggi fisiche. Non siamo così lontani dalla terra. Magari non ci orbitiamo intorno, ok, ma comunque prima o poi ci torneremo.
Quindi qual’è il punto di fare tutti questi corridoi? Che senso avrebbe?
Nessuno, dissi.
“Ne sei sicuro?”
Ecco, di fronte a quella domanda fui incerto. Che cazzo, anche voi sareste curiosi no?
Per questo accettai di partecipare. Ero il primo dei primi. Io: Silvester Bonne.
Eccomi qua, il primo abitante del Corridoio Nord. L’unico a conoscere la sua vera ubicazione. Perchè qui, soltanto qui, ci stanno i migliori. Quelli che controllano davvero tutto.
“Te lo meriti dopotutto” fu quello che mi dissero. Ed era vero no? Lo meritavo. Quei vermi non potevano capire la mia intelligenza, proprio no.

La piccola fessura nella porta sigillata si aprì. Una scodella chiusa con all’interno del cibo fu passata attraverso quella apertura, e poi tutto si richiuse. Era ora di pranzo.

Rupert guardò Silvester con occhi dolenti. Certo che l’esperimento era tristemente riuscito. Silvester rappresentava in tutto e per tutto quello che volevano evitare. Ora avevano centinaia di ore da riguardarsi, da studiare, per capire cosa era andato storto. Quando era nata quella deviazione. Quando Silvester si era trasformato dal semplice Dottore ad una mente contorta, manipolabile. Questo era il prezzo da pagare per chi supervisionava.
Ma ogni volta che Rupert portava il cibo a Silvester e poi si chiudeva dietro il passaggio nascosto del corridoio nord gli veniva spontaneo chiedersi
“E se impazzissi anch’io? Ci sarebbe qualcuno che mi rinchiuderebbe qui?”
E da lì valutava chi tra le persone del corridoio est poteva essere un secondo controllore, o se ci fosse mai stata un’altra struttura superiore di controllo.
Il passo di lì alla follia, era dopotutto più labile di quanto lo stesso Rupert potesse immaginare.


Andrea (sdl)

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