Indizi – Racconto 10 – La forma del colore

secret place.
immagine appartenente al rispettivo autore (Samchio., su Flickr)

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Sara con le parole: “cappuccino,segreto,mani”

La forma del colore

La periferia di Milano era un sobborgo fatto di nebbia, di catrame lasciato asciugare a terra, di odori forti come quella stessa pece stradale ancora fresca, così sintetica.
Quando ci arrivavi potevi solo sperare di trovare qualcos’altro ma la verità è che, spesso, quello che trovavi era quanto ti veniva concesso.
La periferia era costituita da agglomerati di case uguali. Palazzi uguali. Alti nello stesso modo, colorati con il solito cattivo gusto. Qualche albero sparuto abbandonato nel mezzo del grigio per provare a nascondere l’inconfondibile carattere della città non bastava a illudere i passanti: Si viveva in un muro di cemento.
Come vivere nel muro di Berlino, più o meno.
E tutti ad aspettarsi la grande caduta.

C’erano soltanto due modi per cui tutto questo si mescolava e si nascondeva.
La pioggia, e la notte.
La pioggia perchè quando pioveva l’asfalto ribolliva e sentivi l’odore nuovo. Il vento portava via lo smog e c’erano meno persone fuori. La pioggia permetteva a tutti noi di stare meglio, di respirare davvero. Ci dava quella speranza che spesso ci mandava avanti. Ed è per questo che capitava più e più volte di guardare il meteo ed esultare di fronte alle pessime previsioni per il finesettimana. Era la nostra tregua.

La notte, invece, nascondeva le cose e non gli odori. Ti evitava il grigiore, ti mostrava in un variegato quadro, i colori delle tende delle case, illuminate a giorno dal loro bisogno di luce.
La notte permetteva di camminare per le strade senza portare alcuna maschera, alcun volto. Poter essere se stessi, incondizionatamente, senza vincoli o remore, senza la paura che la prima impressione sia la prima cicatrice.
Senza che ci siano cose da perdonarsi.
Ed infatti era di notte che io vivevo.

“Mi passi il caramello?” disse Arianna
“Certo, eccotelo qua” risposi.
“Incredibile quante persone ci sono stasera vero? In genere il mercoledì la situazione è molto più calma”
Nel dire “molto” Arianna allungava sempre la prima o. Per darle un tono infantile, forse giocoso.
“E poi “ continuava “ il capo potrebbe anche darci un aiuto di tanto in tanto. Assumere qualche extra per evitare tuuuutti questi casini”
“Beh, come hai detto te: Non c’è questo casino il giovedì”
“Giovedi? E’ mercoledì oggi! Svegliaaaa” allungò di nuovo la vocale, e poi via. Continuammo a preparare i nostri macchiati, i nostri shakerati.
Il locale aveva un nome ed uno orario piuttosto originale.
“Cappuccino” era il nome, e lo schedule era “Solo di notte”, tanto che sotto il nome del locale c’erano stampate a chiare lettere di color marrone “Per chi la notte la vive”.
Neon accesi, luce soffusa, eccoci qua. Chi entrava si trovava davanti un locale modesto, tavoli quadrati in legno scuro bassi, sedie semplici ma dal design ricercato e minimalista. L’arredamento era caldo e fatto principalmente da elementi a base di tessuto. Il nostro capo ripudiava ogni forma di minimalismo freddo. Per questo nelle pareti non c’erano quadri, ma delle bellissime tessiture indiane di color arancio e rosso, a volte marroni, ma mai blu.
Per le parti dove il locale non aveva ai muri nessun tipo di arredamento si era scelto di scriverci il menu, senza però specificare i prezzi. Due volte l’anno ci preoccupavamo di riscrivere per intero il menu, ma l’effetto finale era strabiliante e ci evitava tutti i problemi di dover portare o lasciare i fogli del menu a giro per la clientela.
I prezzi invece, li avevamo tolti circa tre anni fa. Quando in base ad una bizzarra ma efficace intuizione il nostro capo pensò che le persone non dovevano venire qui e pensare a quanto spendere, ma piuttosto a cosa volere. All’ingresso però, per tranquillizzare tutti, aveva appeso un piccolo riquadro scritto a mano con su disegnata la frase “State tranquilli! Non spenderete mai più di dieci euro”. Ed era vero. I prezzi erano onesti e la qualità delle cose molto buona. Dopotutto c’eravamo noi dietro il banco.

Ogni tre ore di lavoro ci venivano concessi quindici minuti di pausa, dove il capo spiegava che per fornire questo servizio serviva che chi ci lavorava fosse al massimo della sua forma.
“Ehi ragazze, andate a farvi la pausa su. Non importa quante persone ci sono, le regole son regole”.
Era cordiale quando lo diceva, e non sembrava mai volercelo imporre, ma se lavoravi di notte iniziavi a capire che cose come questa erano veri tesori, che fuori faceva freddo e noi qui, con lui, avevamo un camino con un fuoco acceso che poteva scaldarci.
Arianna mi prese per mano e mi accompagnò nel retro del locale.
“Fiuuu, stasera sto veramente per dare di matto! Penso sia la prima volta che lavoriamo così tanto, ma che è preso a tutti”
“Ah non so.”
“mmm. Monosillabi. Devo preoccuparmi?”
“No Ary, sto bene. Sono solo un pò confusa ultimamente. Non è che sia particolarmente felice di abitare qua. Il lavoro, paradossalmente, è l’unica cosa che mi tiene in piedi”
Arianna rise di gusto, come se ci fosse qualcosa di maledettamente comico in questo.
Eravamo nel retro della cucina e potevo sentire gli odori dei dolci in preparazione dai pasticceri, immaginavo il sapore della crema, il gusto della cioccolata.
Avrei voluto imbrattarmi per sapere che ero sporca anche io.
“Beh, quindi? La vuoi smettere di ridere” dissi un pò irritata
“Ma daiiiii! Te la prendi per così pooooco. Sono solo divertita. Sai, tu sei una tipa divertentissima. Mi domando come tu possa preoccuparti così tanto della tua vita. Cosa ti manca?”
Cosa mi manca? Pensai tra me e me quali erano i pezzi del lego che avevo in mano, cosa avrei potuto costruire. Questo locale, in fondo, era solo un pezzo di tempo a scadenza, un qualcosa su cui prima o poi la crisi o semplicemente la moda, sarebbe ricaduta per farlo scomparire.
Quindi cosa mi rimaneva? In questa solitudine ero in cerca della mia casa in montagna della mia pace. Qualcosa per sopravvivere in pace, perchè io del grigio ne avevo abbastanza.
“Beh, direi che mi mancano i colori.”
“I colori? Ma che ti fumi? Te lo dico io cosa ti manca”
“Su, ecco la saputella, cosa pensi che mi manca a me?”
“I segreti. Ecco cosa ti manca. Sei troooooppo trasparente. Sei troooooopo chiara.”
“E cosa c’è di male in tutto questo? Non ho mai sentito nessuno lamentarsi per i pochi segreti.”
“Dici? Perchè tu pensi al segreto soltanto come a qualcosa di sbagliato o che non puoi confessare. Un segreto può essere moooolto più di questo. Pensa ad un segreto come…”
iniziò a guardare in alto, sopra di noi il soffitto era ambrato, le luci ancor più soffuse nascondevano ogni tipo di imperfezione del viso di Arianna, e i suoi vestiti da cameriera apparivano quasi come un’abito da sposa. Il nero che si sposava sul bianco.
Amavo la notte.

Arianna si riprese dallo stato in cui era e aggiunse
“pensalo come ad una moneta d’oro, ecco! Un segreto è una merce di scambio. Il bello non è soltanto averli per nasconderli, ma averli per condividerli”
“Mi prendi in giro?”
“Nooooooo”
“Dai, Ary, sii seria” dissi dando un certo tono autoritario
“Ti giuuuro che lo sono!”
“Ma che segreti sono se poi li condividi”
“Beh, mica li condividi con tutti! Non è che se un passante ti chiede il tuo segreto tu glielo dici. Sono cose che concedi, un pò cooooome la verginità. Ci sono persone che si meritano di averla. O il primo bacio e così via dicendo. Solo che con i segreti puoi andare avanti tutta la vita. Un segreto non si consuma. I segreti brutti possono consumarti, ma un segreto è quello che è. Al piiiiiiiiiiù puoi farlo scomparire, ma non perde mai la sua forma.”
“Ehi ragazze! I quindici minuti sono scaduti, back to work”

Quella notte fu la notte più faticosa di tutte. Dentro il nostro piccolo covo avevamo fatto il nostro meglio. Per dare a tutte quelle coppie o quei gruppi di amici qualcosa con cui tornare a casa felici. La loro rosa nel deserto, il loro caffè caldo d’inverno, il loro abbraccio al ritorno.
Era questo quello che almeno io volevo concedere in questo lavoro. Anche se non sapevo quanto sarebbe durato era il mio modo di dare colore. Di vivere nel colore ed ignorare tutto il grigio dormendo di giorno.
Per me andava bene, era un buon compromesso.

Mentre stavo facendo la chiusura della cassa il mio capo si avvicinò a me e mi dette una pacca sulla spalla.
Quando faceva così era perchè avevamo fatto un ottimo lavoro, infatti poco dopo disse
“Brava. Insieme ad Arianna avete fatto un lavoro eccezionale. Complimenti.”
Prese la mia mano che era appoggiata sulla cassa e la strinse con entrambe le sue mani.
Erano giganti ed erano calde, sentivo il loro calore e percepivo la pelle ruvida di lui, segnata dagli anni di lavoro, dalla gavetta per arrivare ad avere gli spiccioli necessari per inseguire un sogno.
Lui mi guardò come se fossi davvero trasparente, come se ci fosse un qualcosa di tremendamente brillante oltre tutto quello che ero. Sentii quel calore su ogni millimetro della pelle della mia mano.
Con la destra andai a chiudere quella stretta e per qualche secondo rimanemmo immobili.
Poi lui si staccò, mi fece un piccolo pizzicotto sulla guancia e se ne andò sorridendo.
Chissà se è così che nasce un segreto, pensai.

Andrea (sdl)

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