Indizi – Racconto 11 – La centrale

Thorpe Marsh power station 1
immagine appartenente al rispettivo autore (Photography King su flickr)

Questo racconto fa parte di una serie di racconti ispirati da “indizi” dettati dai commentatori del blog.
Il commentatore che ha ispirato il racconto è Spike con le parole: “Bonsai,solitudine,rinascita”

Inoltre, questo racconto è uno dei racconti più LUUUUNGHI che ho scritto.
Quindi armatevi di pazienza e godetevelo
(cliccando su “Continua a leggere, se siete in home!) 

La centrale

Di notte, quando le luci si spegnevano, nella pianura rimaneva acceso un punto. Una capocchia di spillo fatta solo da luci bianche, fintamente alogene, chimiche nella loro forma.
La pianura era vuota, e la si poteva vedere bene di notte, perchè era piatta, come l’acqua di un lago, infinita, come il mare.
E dentro quel mare di terra c’era solo un peschereccio, solitario, a pescar di notte, o forse a pescar la notte. Da dove abitavo si vedeva solo una luce. Fioca. Ma ciononostante ben distinta, di quella che al tempo chiamavamo “La donna di ferro”.
E poi c’era quel ronzio.

11 Dicembre 1999

Alle cinque del mattino ero già in piedi, faceva freddo ma in fondo non m’importava tanto. Questo era quello che mi serviva per curare il mio piccolo Boney, il bonsai che mio padre mi regalò l’anno scorso. Ultimamente aveva un’aria poco raccomandabile, come quei gangster che vedevo nei film. Un pò trasandato, un pò fuori dalle sue corde e dai tempi.
“Un bonsai è quello che ti serve per capire le dimensioni del mondo” diceva mio padre. Era il suo modo per farsi perdonare dei 20 anni che non mi aveva concesso, dell’infanzia che avevo abbandonato per lui. O forse, più semplicemente, era un banale, noiosissimo, regalo di natale.
Comunque Boney era lì, ed ora non stava per niente bene.

In quei giorni in città c’era un sacco da fare, al negozio di dischi dove lavoravo c’era un molto movimento. Tutti erano in fibrillazione per quel tremendo anno 2000. Come se questo numero a tre zeri ci avrebbe portato chissà dove, con chissà quale novità. Ma la verità era che nessuno sarebbe cambiato.
Io sarei rimasto qui con Boney, il resto della città sarebbe andato a far baldoria in qualche capannone, ad ubriacarsi ed urlare
“Benvenuto anno nuovo”.
Insomma, la stessa cosa dell’anno scorso.

Però c’era qualcosa di diverso, e quel maledetto Boney lo sapeva.

12 Dicembre 1999

“Quanto ancora ti vuoi rinchiudere in quella stanza?”
Era la voce di mia madre dal corridoio che portava in cucina. La mia camera era piccola, affrescata con colla e scotch di poster di supereroi. Il mio piccolo modo di credere che nel mondo qualcosa si potesse ancora salvare.
“Che vuoi mamma?” Urlai.
“C’è Michele giù che ti aspetta, dice che è urgente.”
“Michele?”
“Si Michele! Dai sbrigati che intanto lo faccio entrare”
Misi da parte le forbici con cui stavo tagliando a stelle la carta e mi affacciai dalla finestra di camera. Michele era giù che aspettava. Occhi spalancati, sguardo idiota, sorriso. Il solito cretino. Mi domandavo sempre cosa diavolo volesse da me quel tipo, ma forse era solo il suo modo di sentirsi meno solo.
A me, d’altronde, bastava Boney.

Aprii la porta di camera scostando i vestiti che avevo buttato a terra ieri notte ed imboccai il corridoio che portava in cucina. Mia madre era lì che stava preparando il pranzo e Michele era appena entrato dall’ingresso. Aveva dei calzoni strani quel giorno. Larghi, incredibilmente larghi. Come se durante la notte fosse diventato un ciccione lardoso ed avesse rifatto il guardaroba a sua immagine e somiglianza. La felpa poi, non si riusciva a guardarla.
Avevo capito che era natale, non c’era bisogno di usare il rosso a quel modo.

“Ehi ciao” dissi “che succede?”
“Che succede? Grandi novità capo! Non riesco nemmeno a stare fermo! Su su, hai un posto dove possiamo parlare?” muoveva le dita ticchettandole su quei maledetti jeans slargati. Ogni volta che le muoveva così facevo caso a quella voglia a forma di mezzaluna che aveva sulla fronte della mano.
“Ehi, cos’è, parti per la guerra o hai trovato l’oro? Prendi fiato!”
“Fiato? Fiato? Altro che fiato, su sbrigati!”
“Ok ok, stai calmo. “ mi voltai verso mia madre “Noi mamma andiamo su, cerca di non farci disturbare ok?”
Lei sorrise ed inclinò il capo, e poi si rimise a tagliare le cipolle.
Come se niente fosse successo.

Quando Michele entrò in stanza si sbrigò subito a chiuderla a chiave, si portò alla finestra e chiuse anche le tende, poi finalmente si girò verso di me e disse
“Alice è innamorata di me!”
Sgranai gli occhi
“Ti prego Michele, dimmi che non hai fatto tutto questa scenata per questo.” mentre lo dicevo posai lo sguardo sulle forbici, la stella ritagliata fino alla terza punta e la carta. Mi avvicinai alla scrivania mentre parlavo, per poterle nascondere.
“Davvero, non me ne può fregare di meno se Alice è innamorata di te. Bene, fate una bella vita e non stressatemi l’anima. Sto benissimo anche senza”
“Ma stai scherzando? Hai idea di cosa significhi?”
“Vediamo… tu che non capisci quando e come si usa la parola urgente? Si,mi sembra effettivamente grave. Ma dovresti al più andare in un centro specializzato, non da me”
“Eddai, smettila di fare il solito cinico. Significa f-e-s-t-a di ca-po-dan-no! Lo capisci questo? Ragazze fighe, significa divertirsi. Questo 2000 ci porterà grandi cose, fidati!” disse, poggiando la mano destra, quella con la voglia, sulla mia spalla.
“Bene vacci, io che c’entro? “ spostai ulteriormente la stella di carta, nascondendola con dei cartoncini intonsi.
“Tu? Tu verrai con me che domande.”
“Io? Per capodanno? Ho già un impegno”
“Eddai su, non tirartela!”
“Tel’ho detto, ho già un impegno”
“Ok senti, vedila così. Puoi scegliere di stare sempre chiuso in casa ma per una volta, una sola volta, vieni con me. Fidati e non te ne pentirai” apriva le mani e le braccia come un pastore americano, uno di quei preti certi che Dio ci ami tutti. Che ci voglia bene, nei secoli dei secoli.
Amen.

13 Dicembre 1999

Passavano dei camion in quei periodi. Giganteschi camion grigi. Impersonali.
Non avevano scritte, non facevano scompiglio, ed avevano targhe tutte simili.
Passavano dal centro della città.
Nelle ore in cui lavoravo al negozio di dischi li vedevo bene. La vetrata d’ingresso, quella con tutti i cd disposti su di una costruzione a v rovesciata in legno, permetteva di vedere benissimo la strada alberata principale della città. Oltretutto d’inverno non c’erano le foglie quindi gli alberi non coprivano la visuale.
Passavano sempre tra le tre e le cinque del pomeriggio. Sempre almeno tre insieme. Due piccoli, uno prima ed uno dopo, ed uno grande, lungo, gigantesco per quello che io potevo considerare “un camion normale”.

Preso dalla curiosità chiesi al mio capo “Ma cosa diavolo sono?”
“Beh, sicuramente saranno trasporti speciali per la centrale”
“Ah, già, la centrale” e ritornavo nel mio silenzio.
Nessuno c’era mai stato in quella maledetta centrale nessuno sapeva cosa diavolo ci fosse.
Era un maledetto mistero.

La sera di quel giorno Michele passò di nuovo a trovarmi. Avevo già finito il lavoro con le stelle per fortuna, e l’avevo nascosto bene sotto il letto. Sulla scrivania era rimasto solo Boney.
Mi misi sul letto disfatto e mandai uno sguardo interrogativo a lui
“Cosa succede? E non ricominciare con la storia di capodanno!”
“Eddai, su, non vorrai mica perderti la migliore occasione della tua vita? Su non puoi mancare! Devi esserci. Promettimi almeno di pensarci. Non ti chiedo tanto dai”
Non capivo il suo entusiasmo, non riuscivo a capirlo. Era un maledetto modo di infastidirmi. Chissà se notava il modo in cui stringevo i pugni. L’avrei volentieri riempito di cazzotti in quei momenti.
Io ci stavo bene nel silenzio della mia camera.
“Ci penserò, contento?”
“Oh, yeah! Certo che sono contento” sorrise fino a fare stretching con le labbra, e poi se ne andò
dalla cucina sentii solo un “Arrivederci signora” seguito da un breve “Ciao Michele”
Presi le stelle da sotto il letto ed una penna, ed iniziai a scriverci sopra.

14 Dicembre 1999

La bellezza degli innamorati stava nel loro modo di sentirsi innocenti e mai colpevoli. Puri, incontaminati. Spiagge bianche di un’isola ancora da scoprire. Scogli mai toccati dall’acqua. Montagne mai scalate.
Lo ritenevo maledettamente fastidioso come ritenevo fastidioso il modo, bisogno di esprimere il loro amore, di attaccare cartelloni, cercare di controfirmare ogni cosa, finirsi le frasi.
Era una lista piuttosto lunga a dire il vero.
E sentire canzoni violente mentre lavoravo mi aiutava a staccare da tutto quel miele.

Per questo quando Alice entrò nel negozio non ero certamente al massimo della mia felicità. Un innamorato era quasi come un lebbroso. E non ce la volevo intorno.
Si avvicinò a me con quel suo cappotto verde e mi chiese dove fosse Michele.
“Non ne ho idea, perchè me lo chiedi?”
“E’ da ieri che non lo sento, non so come mai sia scomparso”
“Beh, non sono certo sua madre, ma sicuramente starà bighellonando da qualche parte, non farti problemi.”
Glielo dissi perchè non la volevo intorno. In realtà probabilmente era a pochi negozi da noi, ma chissà come mai l’idea di vederli insieme era l’ultima cosa al mondo che avrei voluto.
Potevano benissimo amarsi lontano da me.
A casa dopo la cena mi accesi una candela e mi misi a leggere un libro. Era “Diario di un killer sentimentale”.
Avrei voluto avere la risoluzione di quel killer. La sua serenità. La chiarezza d’animo.
Era un bel libro.
Mia mamma urlò nuovamente dalla cucina.
“C’è una certa Alice”
Dovevo essermi perso il momento in cui camera mia era diventata un luogo di culto.

Alice entrò e la prima cosa su cui poggiò l’attenzione fu Boney.
“E’ un pò deperito. Lo curi bene?”
“Nell’unico modo che conosco”
Si avvicinò al bonsai e mi guardò “Posso?” disse avvicinando il dito al terriccio.
Mise un dito dentro la terra, e poi mi guardo “Ma è umidissimo! Quanta acqua gli dai?”
“Quella che gli serve”
“Ma è sicuramente troppa! Lo stai affogando! E poi guarda questi rami! Lo sai che un bonsai va curato per mantenere la sua forma? Questi rami liberi vanno tagliati perchè appaia come deve. Mia mamma diceva sempre ‘Una pianta è come un’amore. Puoi coltivarla, o lasciarla morire’”.
Forse non avrei mai capito cosa c’era di bello nell’innamorarsi, ma almeno capivo cosa trovava di bello Michele in lei.
“Ci penserò. Ma tu qui che ci fai?”
“Michele non si è ancora fatto vivo”
“Tel’ho già detto. Non stare a preoccuparti”
“Dici? E’ solo che, non so. In genere le persone non scappano quando ti dichiari no?”
“Beh, a meno che non vogliano evitarti” le dissi.
Le sue mani iniziarono un pò a tremare, impercettibilmente. Il tessuto del cappotto si contraeva sotto la sua tensione.
“Pensi sia per questo?”
“Ma cos’è un interrogatorio questo?” mi stavo maledettamente annoiando “ comunque no, non penso. Mi pareva abbastanza interessato a te”
“E quindi?”
“E quindi vattene a letto e non pensarci. Vedrai che domani verrà a romperci le balle”

15 Dicembre 1999

Michele era ufficialmente scomparso.

Nessuno sapeva dove fosse finito.

18 Dicembre 1999

Pensavo più del solito in quelle notti. Mi capitava di svegliarmi spesso e pensare a dove potesse essere scomparso Michele.
Una persona non scompariva. O se ne andava o veniva portata via. Ma non esisteva nel mio mondo l’idea di “Scomparire”.
Era irrazionale.
Anche se lo ritenevo fastidioso non riuscivo ad evitare di pensare a lui e cercavo di cogliere ogni possibile indizio dalle nostre conversazioni.
Quella notte, mentre guardavo Boney, mi resi conto per la prima volta del Ronzio.
C’era un ronzio, subdolo, durante la notte.
Qualcosa di impercettibile, a malapena udibile. Un concetto di suono più che un vero suono che si poteva distinguere. Era tipo il fischio che sentivi dopo essere stato tutta la sera in discoteca.
Un suono che non esisteva ma che tu sapevi c’era.
Un semplice, maledetto, ronzio.
Me ne resi conto perchè Boney pareva in un qualche modo in sintonia con lui. Le sue foglie sembravano muoversi impercettibilmente al sentire quella frequenza.
Così mi alzai, ed in pigiama andai fino al cancello di casa.

Era notte si, ma la luna era sufficientemente grande da illuminare tutta la strada. Il comune aveva disposto che, per abbassare l’inquinamento luminoso e fino all’attesa dei nuovi lampioni stradali, le luci delle strade si sarebbero spente tra le 2 e le 7 del mattino.

Faceva freddo, e la strada era totalmente deserta.
Il ronzio fuori da casa mia era più forte, sebbene di pochissimo, una punta d’ago. Una piccolissima punta d’ago di suono che s’insinuava come follia nella mia testa.
Rientrai in casa per mettermi le scarpe e presi un giubbotto e le chiavi.
Appena uscito sentii di nuovo quel ronzio ed il freddo mi faceva tremare ogni parte del corpo, caldo com’ero dopo essermi svegliato.

Camminai a piedi fino all’incrocio che portava nella strada principale. Il bello di vivere in una cittadina isolata era che potevi guardarti la pianura direttamente da lì.
Alcuni turisti, d’estate, passavano da queste parti per fotografare l’alba o il tramonto su questa vista.
Appena arrivai nella strada mi accorsi che non ero solo. Dall’altro lato della strada c’erano altre tre persone, di cui una era Alice.
Mi guardai in giro, per cercare macchine o altre persone ma non vidi niente. Le finestre delle case erano tutte sbarrate. Non c’era un fiato. Solo un rumore, un rumore di sottofondo.
Attraversai, Alice corse verso di me e sussurrando mi disse
“Lo senti?”
“Che cosa?”
“Il ronzio! Non ci credo che sei in pigiama in mezzo alla città perchè sei sonnambulo”
“E’ vero. Lo sento”
Le indicai gli altri “E loro?”
“Stessa cosa. Sentono il ronzio”
Muovendomi però capii che il ronzio aveva un’origine. Non era un suono ben distribuito.
Chiusi gli occhi “state zitti” dissi.
Iniziai a girare per capire da dove provenisse, poi finalmente orecchio destro e sinistro sentirono due suoni di potenze diverse. Non avrei mai pensato di avere un udito così acuto. Capii che il suono proveniva dalla zona dell’orecchio destro. Mi girai da quel lato ed aprii gli occhi.

C’era una luce nel fondo. Una capocchia di spillo fatta solo da luci bianche, fintamente alogene, chimiche nella loro forma. La si vedeva benissimo dalla strada principale e non c’erano deviazioni da fare per arrivarci. Soltanto andare dritto.
Nell’infinita pianura c’era solo quello. Nient’altro. Nessun campo, nessuna casa. Niente. 
Solo La Centrale.
Iniziammo a chiamarla “La donna di ferro” solo dopo averla scoperta. Donna perchè era centrale, di ferro perchè quel ronzio, quel lamento, era qualcosa di metallico. Ricordava a tutti noi quando tentavamo di smussare gli angoli di un metallo con della carta vetrata.
Ma soltanto con molta, molta, molta più delicatezza.
Una dolcezza maledetta, come solo una donna sapeva fare.

19 Dicembre 1999

Per me fu chiaro fin da subito che qualcosa c’era in quella centrale. Che tutto si sarebbe svolto lì. Che avremmo capito soltanto in quel posto cosa stava succedendo.

Quel giorno passarono altri camion. Stavolta uno era nero. E meno grande degli altri. Però nel guardarlo non potetti fare a meno di pensare che quel camion era davvero “sicuro”.
Come una cassaforte.

20 Dicembre 1999

Non ero mai stato incline a socializzare. Per me la solitudine era uno stato d’essere piuttosto comodo. Soltanto quest’anno stavo facendo qualche cambiamento. Più che altro per il famoso quieto vivere. Non c’erano altri motivi.
Ciononostante mi parve strano fare quella proposta. Farla a loro, di notte, nel centro della città.

Ogni notte ci ritrovavamo ad ascoltare il Ronzio. Era un suono davvero anomalo, per niente confortante.
Io guardavo Boney ogni volta, e ripensavo a Michele mentre vedevo le foglie tremolare lentamente. Pensavo al suo modo di fare fastidioso, alla sua esuberanza. All’essere entusiasta di ogni cosa. Alla sua voglia sulla mano destra o alla sua fretta.
Al suo affetto per Alice. Maledettamente fastidioso anch’esso.
Però poi non resistevo. Ed andavo nella via principale.
La nostra città non aveva criminalità, e se ne aveva era veramente poca. Quindi non c’erano mai pattuglie in giro.
Di notte, da noi, la gente dormiva.
E questo ci permetteva di trovarci ogni sera per parlare, di fronte a quella luce lontana, e quel rumore. Così strano.
Con Alice arrivavano sempre due tizi. Alessandro e Remo. Non li conoscevo di persona ma sapevo che anche loro conoscevano Michele.

Per questo quando aprii bocca, mi stupii.
“Dobbiamo andare là.”
Follia. Pura follia.
“Là? Nella centrale? Ma non sappiamo neanche se tutto questo è vero o ci stiamo sognando ogni cosa”.
“Quattro persone sentono un rumore Alice. E’ maledettamente certo che ci sia qualcosa. Ma perchè solo noi quattro? Che cosa abbiamo fatto?” Più ci pensavo, meno avevo le risposte.
Alessandro mi aggiunse “Io non so neanche perchè vengo qua. Non è che Michele fosse chissà quale amico per me. Ma di sicuro non ci vengo in quel posto”.
Indicò oltre la fine della strada, oltre l’immenso mare di terra che era la pianura.
Indicò il puntino, la donna di ferro, la centrale.
Ed in quel momento la luce si spense.
Tutti eravamo ghiacciati. Il ronzio era finito tutto d’un tratto. Rimaneva solo il fantasma dei nostri cervelli a ricordarci com’era fatto, un’illusione lontana e mal definita.
Poi, riecco la luce e con lei il ronzio.

“Io non ho dubbi. Lì c’è qualcosa che dobbiamo sapere”
Alessandro si tirò fuori “Ragazzi, io non ci voglio entrare. A parte che mi sto pisciando addosso dalla paura e dal freddo, ma poi sembra di essere nel solito film dove un gruppo di ragazzi vanno a fare gli eroi. Questo non è un film. E lì probabilmente non c’è niente. O finiamo male, o facciamo la figura degli idioti. In entrambi i casi non ci voglio entrare”.
Si girò e se ne andò volteggiando la mano nell’aria. Non c’era niente di spettacolare in questo. Solo una scelta.
Io non dissi niente. Aspettai che girasse l’angolo della strada per parlare a bassa voce.
“E tu Remo? Che fai”
“Io? Io posso accompagnarvi. Ma nulla di più. Sono curioso ma anche io ho paura. Non voglio finire nei guai.”
“Quindi ci metti la macchina?”
“Si, ma starò almeno a duecento metri di distanza da quell’affare. Se a te sta bene”
“Ok, affare fatto. E tu Alice?”
Era una domanda maledettamente scontata.

21 dicembre 1999

Non c’erano buoni propositi per l’anno nuovo. Solo cartavetrata che smussava gli angoli dei nostri metalli a perdere. Non c’era un futuro nel nostro 2000. Questo pensavo.
Nella macchina di Remo c’era un forte odore di Arbre Magique al pino. Un tanfo pestilenziale.
Alice era assolutamente concentrata di fronte a se mentre io tenevo il finestrino leggermente abbassato per sentire sempre il Ronzio.
Non tenevamo la radio accesa per continuare a sentire il resto dei rumori.

La pianura era infinita. Guardandola in quella notte, con la luna quasi al culmine, si poteva vedere come rasentasse il deserto. Una distesa infinita di nulla, di terra abbandonata dai contadini, di aratri persi nel buio della notte.
Da quanto esisteva quella centrale? Da sempre per quanto mi riguardava. E non c’erano mai stati questi momenti di panico. Non era mia scomparso nessuno.
Quindi perchè ora dovrebbe essere stato così?
La mia più grande paura era di arrivare lì e scoprire che ci eravamo illusi. Che tutto questo era un inganno. Che non c’era niente da raccontare.
Forse, più della sfida, mi spaventava l’idea che il ronzio fosse tutto nella mia testa, o che fosse una semplice lampada neon difettosa.
Mancava poco. Remo aveva rallentato il passo della macchina ed andavamo poco più che a passo d’uomo. Il finestrino totalmente abbassato mi faceva sentire ogni sasso calpestato dalle gomme dell’auto, ogni ramo rotto sotto il nostro passaggio.
Il ronzio era più forte, ma non assordante. Mi sarei aspettato un suono molto più violento ma nonostante fossimo a meno di mezzo chilometro il suono non mi creava disturbo ed allo stesso tempo non riuscivo a decifrarlo.
Ed infine ci fermammo e lei era lì. Gigantesca e mastodontica.
Io e Alice scendemmo dall’auto e prendemmo i pochi attrezzi che avevamo rubato ai nostri genitori. Qualche tenaglia, delle pinze, e poco altro.
“Remo, non ci abbandonare. Resta qui almeno un’ora ok?”
Lui fece cenno con il capo. “Puoi allontanarti un poco se hai paura” aggiunsi “ma cerca di stare attento e di passare a prenderci se ci vedi tornare”.

Cosa sono duecento metri? Ci vogliono pochi minuti per percorrerli. Ma per noi fu come camminare su di un ponte tremolante. Quel ronzio ci scombussolava. Ci spostava l’equilibro dell’anima. Ci faceva sentire sbagliati, persone sbagliate in posti sbagliati.
Per un attimo non avrei mai voluto esser nato, e per quanto fossi maledettamente nichilista, non era da me.
Alice teneva in una mano gli attrezzi e nell’altra stringeva la mia. Sentivo la sua mano sudata, il suo sangue battere e pulsare nel suo cuore attraverso le piccole vene del polso. Sentivo il suo respiro affannoso che cercava di controllare e rendere silenzioso. Ogni passo era per noi lento, era come superare un’altra trave di legno su di un precipizio in cui potevamo morire.
Finalmente eravamo sotto di Lei.

La centrale era un gigantesco ammasso di tubi di metallo, illuminata da centinaia di luci a neon ed alogene bianche. I tubi si intrecciavano tra di loro come a creare un gigantesco labirinto. Ai quattro angoli del quadrato che costituiva il perimetro della centrale c’erano dei tombini da cui usciva del fumo bianco.
Il ronzio, lì, sembrava onnipresente. Un suono fermo, costante, definito ma non chiaro.
Le luci a neon erano poste praticamente tutte in verticale quasi fossero delle stille di ghiaccio. Illuminavano tutte degli angoli o delle porte di metallo presenti all’interno del recinto. Quelle alogene invece avevano lo scopo di delinearne la forma, cubica, e lampeggiavano ad intermittenza come i segnalatori degli aerei.
C’era poi una torre, centrale rispetto al quadrato, tutta interamente circondata da tubi che la sostenevano. In punta alla torre di metallo c’erano dei vetri, come una parete intera di vetro. E lì una luce era accesa.
Il recinto era una comunissima recinzione in ferro, senza filo spinato.
Ma la cosa più strabiliante era che la porta del recinto era aperta.
Maledettamente aperta.

Entrammo, non sembrava esserci anima viva, e dei camion che vedevo passare non c’era nessuna traccia. 
Dentro il recinto il ronzio non aveva una direzione precisa. Sembrava provenisse da tutti e quattro gli angoli.
Il terreno era bagnato, nonostante non piovesse da giorni.
Mi avvicinai ad uno dei tubi, portando la mia mano vicina a sufficienza per capire se era caldo o freddo.
“Beh?” disse Alice
“Sembra freddo”
Appena lo toccai sentii quanto freddo era. Un freddo gelido, profondo. E poi una vampata di caldo lo attraversò. Così violenta che iniziai a sudare.
“Che cazzo!” esclamai sottovoce mettendomi una mano alla bocca per limitare il rumore
“Che succede? Che succede?!”
“Non lo so. Era gelido, davvero gelido. E poi è diventato bollente. Troppo gelido e troppo bollente!”
“Stai bene?” chiese
“Si, non preoccuparti.”
“Ed ora che facciamo?”
“Cerchiamo di capire dove dobbiamo andare.”
Mi guardai intorno. Tutte le porte erano porte di metallo trasandato, arrugginito. Sembrava in disuso da anni quel posto.
Per me l’unico modo era andare nella torre o sottoterra. Non c’erano altre vie. Ogni altra strada era fasulla.
“O torre o sottoterra. Non credo ci siano tante scelte.”
“Ok.” Tutti e due guardammo verso la base in tubi della torre. Era una base grande.
Ci avvicinammo per scoprire che, dietro di essa c’era una di queste porte.
Alice la aprì lentamente. Il rumore classico di una porta arrugginita ci dette il benvenuto in quello che sembrava un lunghissimo corridoio in tubi.
Ma c’era qualcosa che non tornava. La base della torre non era così lunga. Non era possibile che un corridoio così lungo potesse essere lì.
Guardai oltre la porta e poi la lunghezza della base.
Niente, non combaciavano.
“Hai visto Alice?”
“Si. Troppo, troppo lungo”
“Maledettamente lungo”

Entrammo. Per illuminare il corridoio erano stati usati sempre dei neon disposti verticalmente.
I neon erano disposti a svariati metri di distanza l’uno dall’altro e creavano nel corridoio un sacco di zone di buio. L’illuminazione non era mai fatta per bene. Ed anche quando attraversavi la zona dove due neon si specchiavano tra di loro, ai lati del corridoio, quello che riuscivi a vedere era solo la loro luce biancastra ed accecante. Nient’altro.
Era un corridoio terrificante.
Alice stringeva la mia mano sempre più forte. In quel lungo tratto di strada il rumore era fastidioso, come Michele, che non sapevamo dove fosse.
Oltretutto non stavamo andando nè in alto nè in basso anche se lo sforzo che sentivo sulle gambe mi dava l’idea che il piano fosse inclinato e stessimo salendo.

D’un tratto, il rumore.
Tubo contro tubo. Qualcuno stava toccando un tubo contro un altro tubo. Anzi, lo stava trascinando.
Appena sentito eravamo in una zona di cecità. I neon ai lati ci impedivano di vedere correttamente di fronte a noi
“Fai tre passi indietro, molto lentamente” dissi ad Alice e poi aggiunsi “Non-Avere-Paura”
Le strinsi la mano forte. Come a dirle che non c’era niente da temere, ma la verità era che in quel momento avrei voluto correre via più veloce possibile.
Non avevo neanche il coraggio di girarmi e guardare indietro, ero sicuro che la nostra porta fosse scomparsa dietro di noi, abbandonata, persa.
Primo passo. La mano di Alice era sudata, madida, fradicia. Tremava vistosamente e sentivo il suo respiro che ormai era quasi un lamento
Secondo passo. Le mie mani tremavano quanto le sue.
Con la coda dell’occhio compresi che chiunque fosse la persona di fronte stava strisciando il tubo che aveva in mano nell’incanalatura ai lati del pavimento, dove i tubi sono totalmente scoperti, come tutto il resto del soffitto e delle parti laterali del corridoio.
Terzo passo, avevo paura. Una paura maledettamente fottuta. Mentre la mia faccia si allontanava dalla zona di cecità cercavo di abituarmi al piccolo buio per vedere cosa avevamo di fronte a noi, cercando di scorgere chiunque fosse là.
Vidi degli stivali, un camice bianco aperto, un tubo che toccava terra.
Erano lontani, fottutamente lontani, ma appena avevamo finito il terzo passo quel rumore metallico si intensificò divenne più veloce e vidi il camice spostarsi e scomparire ed infine apparire, illuminato totalmente dai neon bianchi. Lui in quel momento non poteva vederci, ma noi avevamo visto perfettamente chi era lui.
Avevo il tempo di mezzo secondo per fare qualcosa.
“Buttati giù e fidati” dissi a lei. “faccia a terra, copriti la testa con i tuoi capelli.”

24 Dicembre 1999

Non potevamo raccontare. Questa era la verità. L’unica maledetta verità.
Il resto erano tutte bugie.
Tutto divenne edulcolorato, incerto. Tanto incerto che ad un certo punto io stesso dubitavo delle cose che avevo visto e vissuto.
A tenermi lontano dalla pazzia c’era solo lo sguardo che avevo con Alice. Quello, a volte, mi ricordava che era tutto vero. Che non c’erano sogni in quello che avevamo vissuto.

Michele ritornò pochi giorni dopo la nostra visita alla centrale. La sua frase fu “Volevo vedere com’era il mondo”. Per tutti fu sufficiente, a parte che per sua madre che lo riempì di ceffoni fino a che la guancia destra non era rossa.
E solo allora riempì di ceffoni anche alla sinistra.

Mentre tiravo fuori da sotto il letto le stelle con i regali pensavo a tutto quello che avevo visto. Alla paura, all’orrore. Alle cose che non potevo dire.
Pensavo a quanto era semplice tirare su un bonsai, a quanto era stupida la solitudine, a quanto poco bastava per far morire un bonsai.
Su ognuna delle stelle c’era un nome. Per ogni persona, quell’anno, feci un regalo. Ma mai come allora mi sentii così solo.
La centrale era sempre lì. Il ronzio invece a volte andava a volte tornava. Quando tornava guardavo Boney, e gli tagliavo i rami nuovi. Per mantenergli la forma. Era il mio modo di esorcizzare la paura.
Alle volte la notte Alice mi chiamava per sapere se ero vivo, se tutto era ok. Ed altre invece la chiamavo io.
Per sentirmi meno folle.
Perchè dopo tutto questo mi era rimasta solo una terribile certezza: La caratteristica voglia a forma di mezzaluna che Michele aveva sulla mano, adesso, era scomparsa.

Andrea (sdl)

5 pensieri su “Indizi – Racconto 11 – La centrale

  1. Sarò il primo a commentare, anche se effettivamente è scontato…ma chissene!!
    Il racconto mi è piaciuto molto, grazie Andrea, hai accontentato la mia richiesta di un racconto in maniera piacevole e interessante…tanto che adesso vorrei poter leggere il seguito, capire tante cose della storia che mi sfuggono.
    Bellissima la descrizione del suono "…quel lamento, era qualcosa di metallico. Ricordava a tutti noi quando tentavamo di smussare gli angoli di un metallo con della carta vetrata…"

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