Contro il fanatismo

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Rimane difficile non accennare ad un evento che fa smuovere 500mila persone.

Ed è ancor più complesso parlarne senza creare troppo scalpore.
Però non posso chiamarmi fuori dal commentare alcune cose che mi sono rimaste un bel pò indigeste di questo family day. Cose che mi hanno dato da pensare e che, in parte, mi hanno spaventato.
Anzitutto il nome : Family Day.
Qualcuno si provi ad immaginare americano/inglese/francese. E tirare su una manifestazione a San Francisco/Londra/Parigi, che smuove 500mila persone.
E il titolo della manifestazione : “Il giorno della famiglia”.
Vabbè che i francesi sono piuttosto patriottici, vabbè che gli americani e gli inglesi hanno la lingua più parlata, ma a nessuno di loro verrebbe mai in mente di usare termini stranieri per indicare una manifestazione locale.
E vabbè. Passi pure. Alla fin fine criticare il nome, il simbolo, è solo una questione di purismo. Null’altro.
Il vero problema secondo me è il fanatismo e la strumentalizzazione.
Ora, per la seconda c’è poco da fare. Qualunque manifestazione gode, suo malgrado, di un pò di strumentalizzazione. Non possiamo fare finta che non ci sia, ma neanche metterci le mani nei capelli per questo. E’ un dato di fatto che va accettato e compreso. Fa parte del gioco, diciamo così.
Il vero problema è il fanatismo.
Fanatismo che, in certe manifestazioni, è più presente che in altre. Non tanto per il tema, quanto proprio per “Lo spunto con il quale ci si muove”.
Faccio un semplice esempio : immaginate di fare una manifestazione per la mamma.
Mi pare palese che l’adesione, almeno mentale, sarebbe quantomai alta. Ora, la mia domanda è : Ha senso?
Manifestare, dal mio punto di vista, serve a far individuare dei problemi, a sottolineare questioni, giusto? Questioni che ci toccano in prima persona, direttamente. O, in altri casi, la manifestazione serve a consolidare un’idea, ma un’idea che però permetta tale consolidazione. Riprendendo l’esempio della mamma (che fa gola a molti politici) : dire “W la mamma” è far felici tutte le parti. C’è bisogno di scriverlo? Tutti lo sanno già.
Ora. Analizzando la questione del family day emergono molte questioni. Anzitutto il fatto che, molte persone non vanno al family dai “Per” ma “Contro“. Contro i dico (su, gli intervistati in tv sono fin troppo politically correct. non illudiamoci), e per affermare una concezione totalmente monolitica delle loro idee.
Sono poi sicuro che vi siano persone che andrebbero al “Mamma day” solo per dire viva la mamma. La cosa mi rende felice, mi fa sorridere, ma non mi distoglie dal problema, perchè sono altrettanto sicuro che le persone non vadano al family day solo per affermare valori a loro scontati. Ma per sostenere una questione che li intimorisce.
Negli ultimi tempi, nella politica italiana, hanno fatto capolino delle evenienze che hanno spaventato alcune classi di persone. I dico, le coppie di fatto, sono una realtà estranea alla storia (scritta) dell’italia. E pertanto creano scompiglio e timore.
Tornando un attimo indietro del discorso e riallacciandomi al contesto del coinvolgimento personale mi vengono spontanee alcune domande :
I dico, distruggono la tua visione della famiglia? I dico disgregano la tua famiglia? I dico, danneggiano la famiglia? I dico modificano il tuatuo pensiero?
Si sono fatte molte manifestazioni negli ultimi tempi. Contro la mafia (da chi la mafia l’ha subita), contro la droga, contro le morti bianche, contro le tasse, per il divorzio, per berlusconi (Da chi berlusconi l’ha apprezzato). Insomma, erano tutte manifestazioni, come ho detto, dove la gente andava perchè coinvolta in prima persona dai problemi.
Osservando invece questo family dai vedo gente che va per sostenere la negazione di diritti ad altri.
Negazione di diritti altrui.
Secondo me dovremmo soffermarci un attimo sulla rabbia che questo ci provocherebbe personalmente. Ma soprattutto, al di là di una questione individuale, ritengo assurda una manifestazione atta a negare diritti (e ribadisco. Sono consapevole di fare una generalizzazione) riguardanti cose che non ci possono influenzare direttamente (parlo dei manifestanti).
Soprattutto mi sono soffermato un attimo a pensare a come sarebbe stata interpretata una manifestazione di questo tipo, ma con tematiche diverse, se affrontata in paesi esteri.
La paura degli extracomunitari che si sta pian piano sviluppando sono sicuro porterebbe a frasi scontate, e a etichettare immeditamente tale manifestazione con cattiveria e senza pietà.
Almeno metà italia lo farebbe.
O forse 500mila

Andrea (sdl)

La rabbia nel tempo

La mia rabbia 10 anni fa, la mia rabbia adesso.
Qualcuno dal pubblico mi conceda un pò di autobiografia e un pò di noncelata malinconia se per questa volta sarò più me e meno voi.
La mia rabbia in 10 anni. Pensavo dovesse rimanere sempre uguale. La rabbia per un padre che non ti ha mai saputo (o voluto?) ascoltare. Pensavo che quella cosa così violenta che era in me a 13 anni, come a 18, sarebbe stata lì per sempre.
Quel sentimento incontrollato e senza confini, quell’oscurità innaturale.
A 13 anni sembrava più forte di tutto. Perchè non c’erano altre cose. Una pianura, ed un albero di rabbia. Forse vale anche per il resto delle cose che vivi, in quell’età. Quando a 13 anni scorgi qualcosa di “vero” di “grande”, allora pare incredibilmente infinito. Lo guardi come se non avesse confini e come se facesse parte dell’universo in ogni sua molecola.
D’altronde, tornando ancora indietro, a 6 anni, l’erba era altissima e potevi giocare a nascondino, quindi i conti sulle dimensioni (ironia permettendo) tornano anche.
A 18 appaiono i cardini, ma ancora quella rabbia non perde d’intensità. Era forte, lo ricordo. Forte e devastante, mi scuoteva, mi faceva tremare, disintegrava ogni molecola di me per poi farmi risollevare dalle lacrime, dai dolori.
18 anni. L’età in cui ti aspetti una netta distinzione tra il prima e il dopo. Quand’invece poi scopri che la realtà vive sempre in un barlume di nebbia.
Così mi sarei aspettato quella rabbia così dirompente in tutta la mia vita.
Mi ci ero già fatto l’idea, preparato, armato e pronto a partire.
E poi, puff.
Delusione. La rabbia non c’era. 23 anni e non c’era più. C’è per altre cose, ma non più per quei “baluardi dei casini” a cui oramai ero abituato. Scomparsi, liquidati, licenziati.
Non cen’era traccia. Solo un flebile sapore d’amarezza, un pò di delusione. E poi null’altro.
Quando ho chiuso la porta c’ero sempre io, non 13, non 18, ma 23 anni. Con tutte le storie che mi hanno reso il me di adesso. Un piccolo tassello di vite e contraddizioni, di racconti che dimenticherò per strada, di pianti e risa, di errori e ingenuità.
Non ci sono miracoli nella vita di ognuno, ma ci possono essere piccole cose che ci stupiscono, ci mettono dei dubbi.
Su ciò che siamo stati, su ciò che siamo, e su ciò che saremo.

Andrea (sdl)

Le parole delle piccole intese

Quando le ascolti le riconosci subito. Sono le parole a cavallo tra destra e sinistra. Parole oramai note a chiunque e che chiunque riconosce (ma non identifica).
Quando in ogni congresso di una qualunque parte politica le senti, sai già a cosa sei di fronte. Mollica, riempimento. O nel caso migliore, un buon contorno, qualcosa tipo le patatine fritte (e rifritte nel solito olio).
Progressista.
Questa la prima parola.
La senti ovunque. Sembra che tutti i politici vogliano essere Progressisti. Che sia una qualità che tutti hanno, o che tutti ambiscono ad avere.
Progressista. Che forse un tempo un significato cel’aveva, come molte altre parole. Prima di essere affogata nel solito olio bollente di masse di persone pronte a sbandierare simboli, comprare gadget.
Un tempo non c’erano i gadget, forse c’era la politica, ma su questo ci sarebbe comunque da ridire.
Riformista.
Sempre tutto in una parola. Si prende e si impacchetta un centinaio di intenti per poi riassumerli come? una sola parola.
E’ come dire che la mamma è sempre la mamma. Sono piccole cose che vanno bene a tutti, un pò come alcuni veggenti che danno (fanno?) solo risposte che possano essere interpretabili in mille modi, così da azzeccarci sempre.
E quando sbaglia chi lo sente il lamento, tra anche solo mille persone?
La riforma, il cambiamento. Adesso non ci sono più parole come “Conservatrice”. Siamo tutti -ista qualcosa.
Tutti cerchiamo di essere -isti.
Laica ma cattolica. Altro simpatico esempio di quante cose si vendono in tutti i congressi politici.
Anche qui non c’è blu o rosso che tenga, non c’è nessun politico che eviti questa triste verità.
I laici cattolici, gli atei cattolici, ma quanta gente ci si trova quà. Una forza politica che sia così mi par quantomeno improbabile, e senonaltro dubbia.
Ma tutte son così, dai congressi della destra a quelli della sinistra. E non è qualunquismo questo che vi mostro, non è la resa, è solo una piccola modesta considerazione.
Sono un considerazionista. Faccio considerazioni perchè ritengo sia giusta la forza individualista delle persone.
No, non è vero, ma era un buon esempio giusto?

I riassunti servono, e lo sappiamo. Le sintesi pure. Ma è davvero giusto spogliare la parola di ogni sua caratteristica? E’ davvero giusto inneggiare i loghi, le singole parole. Gasarsi quando senti “Riformista” che ti sembra chissà quale novità, chissà quale cambiamento. E trovarsi tutti uguali, con le spillette attaccate di fronte al grande schermo, fede cieca nel fratello, in Lui?

Non so. Le domande si accavallano. Ma il bello dei congressi sono che le domande che senti sono quelle comode, mai quelle vere. Nei congressi non vedrete incertezze o dubbi. Il congresso è, per così dire, “La registrazione in studio dei politici“. Così non scoprireste mai che Avril Lavigne alle volte canta da far schifo in live, come non scoprirete mai che tutti quei gadget, tutte le sintesi che vi hanno fornito, forse, non erano altro che una stupenda carota.

Andrea (sdl)

Per concludere, come post-scriptum esterno, mi permetto di aggiungere un pezzo di una canzone di Guccini (Addio) :

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,
a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
o sceglie a caso per i tiramenti del momento
curando però sempre di riempirsi la pancia
e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni ed ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati,
al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore,
a chi si dichiara di sinistra e democratico
però è amico di tutti perché non si sa mai,
e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico
ed è anche fondamentalista per evitare guai
a questo orizzonte di affaristi e d’imbroglioni
fatto di nebbia, pieno di sembrare,
ricolmo di nani, ballerine e canzoni,
di lotterie, l’unica fede il cui sperare…


Training della mente

Ho già fatto un discorso sul credere (pur non essendo cattolico o ateo). Ma è bene metterlo in forma meno “poetica” e più realistica.
Credere fa bene. Non importa davvero in cosa crediamo, purchè faccia “bene”.
Il credere dà forza, energia, determinazione. E’ un Allenamento mentale che funziona. Pone delle basi salde nella nostra vita, e ci permette di camminare su di esse.
Può essere una fede, un Dio, un’idea. Il credo non ha forma, ma è quello che distingue i falliti da chi invece riesce nella vita (e non parlo del lavoro).
Permette di superare le difficoltà, perchè non si è mai davvero soli.
La mente grazie alla sua forza ne esce più chiara, più diretta, meno indecisa.
Credere non è fanatismo però.
E’ una linea guida, non un’imposizione. Si crede perchè il cuore ci indica una strada. E noi dobbiamo vogliamo desideriamo seguirla.
E’ come tracciare una retta e provare a vederne la fine.

Contrapposto al credere c’è la depressione.
Sembra strano ma è così.
La depressione è il “Credere di non potere“. Esatto contrasto del “Credere di potere”. Mentre il primo toglie il secondo dà.
La depressione è l’assenza di credo, di forza, di energia.
Quando il mondo sembra già deciso da altri, quando ti sembra di non essere capace a far nulla.
E’ solo perchè non riesci e non vuoi credere.
Perchè tutto è già pronto, immutabile, perchè si inizia a delineare la realtà come qualcosa di statico, e anche le persone entrano in questo girone dannato.
E’ facile cadere nella depressione.
Quando tutto diviene nebbia e non si ha nessuna luce.
Per questo è importante credere.
Per trovare la fine della retta, o quel punto, oltre l’orizzonte, dove due rette (timidamente) si baciano.

Andrea (sdl)

Respect

Il rispetto non è una moneta. Non ci si può acquistare nulla. Non esiste commercio di rispetto. Nè così lo si può usare. Il rispetto non è neanche un qualcosa da scambiare con altro.
Il rispetto, il valore del rispetto è ascoltare chi subisce. Tendere l’orecchio a quella silenziosa passività e darle valore.
Questo è il rispetto. Rispettare significa saper ascoltare le parole che non vorremmo sentire. E non solo ascoltarle, ma dare loro il valore che gli spetta.
Anche se non vorremmo, anche se magari preferiremmo fare altro.
Il rispetto è importante, quasi necessario. Il rispetto uccide l’ipocrisia, le bugie, le paure. Esserne capaci ci rende migliori. Perchè ci dà la possibilità di riscattare gli errori. Di comprenderli e non ripeterli.
Chi non sa rispettare non sa ammettere di sbagliare.
Chi non sa ammettere di sbagliare in genere è incapace di rispettare.
Il rispetto non è lasciar parlare. Ma ascoltare.
Il rispetto non è evitare di lamentarsi. Nè Evitare di andare contro qualcuno.
Il rispetto è porre avanti le parole altrui prima delle nostre. Perchè hanno entrambe valore, ma le nostre parole le possiamo sentire a tutte le ore del giorno, quelle altrui no.


Andrea (sdl)

Come cambiano le cose

E’ strano guardare indietro in una vita diversa dalla tua. E’ strano voltarsi e vedere (tramite occhi altrui) quel “com’eravamo“. E domandarsi fuori dal tuo corpo le solite cose, per finire con la solita, poco eclatante, esclamazione : Come cambiano le cose.
Cambiano a volte senza un perchè, ma principalmente cambiano per un motivo.
Spesso quel motivo è il dolore. E’ la barca che affonda e i topi che scappano via. Troppo tardi te ne rendi conto e tutte le volte devi ricordarti come si nuota.
Strano ma vero, il dolore fa meglio di mille sorrisi, se si è capaci ad affrontarlo.
Mentre lo sguardo è ancora fisso nell’esclamazione tornano alla memoria tutte quelle contraddizioni tra presente e passato. Chi prima credeva nell’amore, chi non ci crede più. Chi prima cercava storie facili chi ora non le vuole più.
Perchè ci si rende conto piano piano di qualcosa. E’ come se una conoscenza aliena si insidiasse e piano piano mettesse radici. Fermenta, come per creare chissà quale sorpresa.
Talvolta questa conoscenza ci porta a sapere cose più vicine alla verità. Cose che ci porteranno del bene. Che faranno bene.
Altre volte invece saremo di nuovo con i topi che fuggono (che affondano) che scappano (che ridono) che piangono (che si domandano) che ballano (che muoiono) che si perdono
nelle profondità del mare (della notte) della quiete (della terra) del silenzio (delle bugie) delle parole (del contrasto) della paura che continua incontestabile a richiedere il suo dazio, ferma di fronte alla porta (al tuo cuore).
Come cambiano le cose. Parlare e rendersi conto (“Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là”) delle trasformazioni che abbiamo subito, quasi per magia. Nemmeno un anno, e tutto sembra così diverso, la tela ha cambiato colore, è invecchiata o migliorata. Ancora non sappiamo se saremo aceto o vino, se saremo bugia o verità. Ancora guardandoci, impersonificandoci, non sappiamo chi o cosa diventermo. E’ troppo presto per quello.
Ma non è mai troppo presto per voltarsi, guardare la strada percorsa ed esclamare le solite parole di stupore.
Che la strada che percorri sembra sempre così tanta,
solo perchè non riesci mai a vedere quella che potrai percorrere ancora.

Andrea (sdl)

E se

E se il tg non fornisse notizie?
E se non tutti i condannati fossero colpevoli?
E se esistesse qualche politico serio?
E se l’esibizionismo ipoculturale che afflige i giovani nelle classi, e gli adulti nei reportage fotografici fosse un effetto e non una causa?
E se esistessero forme di amore differenti?
E se a volte la scusa fosse la soluzione?
E se a volte chiedere scusa fosse la soluzione?
E se la tv profumasse di vernel?
E se le parole non fossero uno strumento?
E se i soldi non fossero un mezzo?
E se nessuno sapesse parlare?
E se nessuno sapesse scrivere?
E se ci fossero destra e sinistra?
E se la destra fosse la sinistra?
E se il centro fosse l’estremismo e non la moderazione?
E se la proibizione fosse paura?
E se l’ignoranza fosse paura?
E se
e se
e se…

Andrea (sdl)

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Pensieri

Sorrisi esteri

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In una società dove sempre di più siamo costretti ad affrontare la follia xenofoba di noi stessi (per chi non avesse chiaro il punto : uno teme il male perchè sa che lui e’ capace di commettere quel male) penso sia giusto cercare di sviare questi luoghi comuni, questi timori.
Anzitutto guardiamola dal lato inverso. Ovvero : come vengono visti gli italiani?
Male. Ricordo ancora quando in un viaggio all’estero ero in una profumeria famosa. A quel tempo venivo controllato a vista da almeno 2 commesse (e non scherzo). Purtroppo molti italiani che vanno all’estero si divertono a sgraffignare roba. Da cui questa simpatica fama che abbiamo. (Mafia e mandolino. olè).
Molti argomenteranno “Ma non tutti fanno così”. Beh, ma questo vale anche per gli esteri.
Comprendo che per chiunque sia più facile fingere del patriottismo solo per nascondere la propria colpevolezza, ma siamo alle solite. Bisogna fare distinzioni e non considerare dei casi una regola.
Ma non è proprio di questo che voglio parlare.
Vorrei raccontare di quelle cose che “l’italiano medio”, quello che affoga nei tg e nelle parole di verissimo. Quello che prende per vera ogni cosa che legge sul proprio quotidiano o nel proprio tg. Quello che tira facilmente la conclusione “Rapina effettuata da stranieri”-> “Stranieri ladri” dimenticandosi che, ad esempio, le violenze sessuali su donne sono perlopiù commesse da mariti e fidanzati italiani. Dimenticandosi che la mentalità sessocentrica e stupida degli scherzi maschili italiani autorizza poi a sfociare in violenze come queste da un punto di vista subdolamente psicologico.
Ecco, vorrei far vedere un paio di esempi. Semplici e puliti.
Non e’ mia intenzione prendere le parti, solo riportare (nel mio piccolo) l’ago di quella bilancia laddove esso nacque : al centro (che, vabbè. in italia meno centro abbiamo meglio è. ma almeno qui no)
Delle due cose che voglio dire una è una storia, un’altra invece è un insieme di cose viste e vissute.
La storia parla di un’albanese.
Firenze 2006 – Viale canova (nei dintorni dell’esselunga).
C’ero io, fermo sotto il palo dell’1a/b. Fermo nel freddo. Fermo nella postsessione di lezioni di canto (che fa un pò lezioni di piano, ma con meno sesso e più difficoltà).
E non pensavo a niente che non fossi io, chiuso nella mia centricità.
Poi un signore albanese mi chiede tra quanto passasse l’1, perchè aspettava la sua fidanzata.
Odorava di alcol, ma non era ubriaco. Lo si vedeva facilmente.
E in quella sua richiesta, così strana e dolce, c’era qualcosa che all’inizio faticai a vedere. Inizialmente pensai anche io che in fondo aveva bevuto troppo, ma una risposta ad una domanda gentile non la si nega mai.
In realtà poi i fatti volsero che non tutto fosse come previsto. La ragazza comparve non dall’1a (storico pioniere fiorentino. 100 anni di servizio sulle strade di quella città), ma dal 5.
Poco importa se non dovevo salire lì e se l’1a (che invece io dovevo prendere) era in ritardo.
Perchè fu lo sguardo, quel gioco di occhi e sorrisi.
E’ tremendo quando vedi l’amore negli altri. Tremendo perchè emana una felicità così tremenda che non sai cosa farci.
E quei due mi fecero quest’effetto qui. Amore, dolcezza, serenità.
L’impressione di una carezza.
Scene che si vedono poco negli italiani stessi e quando le vedi in gente estera, beh, ti viene davvero da sorridere.
Qui la storia finisce.
Senza morale e senza perchè.
L’altra cosa invece riguarda i sorrisi. Sorrisi di cui già in queste righe digitali ho parlato.
Sorrisi esteri.
I sorrisi che non ti aspetti. Guardando le persone estere vediamo spesso facce cupe, o comunque pensierose. (Lo sarebbero anche gli italiani, ma gli extracomunitari hanno il difetto di saltare all’occhio più facilmente).
La realtà è che però, sotto quei volti coperti da nuvole, ci sono dei sorrisi disarmanti. Incredibili.
Ricordo ancora un signore di colore che apri quei 42 denti bianchissimi in un sorriso spettacolare, o ancora il gestore indiano dell’albergo a londra, che sorrideva e ti faceva venir voglia di sorridere, o ancora il venditore di kebab, o ancora il cinese o il giapponese, o ancora l’albanese innamorato.
E così via, tante le volte che, per fortuna, i sorrisi altrui mi hanno visto come spettatore. E vorrei che nessuno temesse mai la loro esistenza.
Ci sono, sono lì, pronti a stupirvi, pronti a farvi credere che non ci sono davvero linee, a parte le lingue, che ci separano. Ci sono culture diverse, ma non contrastanti (a parte casi paradossali, ovvio, ma anche lì ci sono dei punti di contatto), ci sono sogni e soprattutto sorrisi.
Sorrisi infiniti che aspettano solo di poter essere scoperti.

Ecco. Ora l’ago è nel mezzo.

Andrea (sdl)

L’ultima parola

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L’ultima parola è il tocco finale. La ciliegina che manca sempre in ogni torta. L’ultima parola è il bloody mary fatto male, o quel che conta poco. L’ultima parola, in una qualunque discussione, è quella che “chiude il sipario“. Tecnicamente ognuno può averla. Ma è davvero complicato riuscire a usarla correttamente.
Spesso, nelle discussioni che coinvolgono le persone o che comunque richiedono un certo ardore nell’esposizione, l’ultima parola rappresenta lo scacco matto. O quello che ci potrebbe assomigliare.
Molte persone però la usano in queste discussioni per dimostrare (involontariamente) la loro infantilità. Per loro l’ultima parola è il segno di grandezza, di superiorità. E’ una frase vuota, senza contenuti, piena solo di una segreta rabbia e furia che neanche gli dei potrebbero comprendere.
E’ incredibile vedere come anche se cerchi di evitare di porre il tuo interlocutore in una situazione così umiliante, esso ci finisca sempre. Pare inevitabile.
Perchè fa sentire grandi poter dire l’ultima. Fa sentire completi.
Ecco il problema dell’ultima parola : E’ l’ambizione accessibile a tutti. Tutti possono averla, ma pochi possono usarla senza scadere nello squallido.
Poi vabbè, ci sarebbe anche la parola che è davvero l’ultima parola. Ma quella meno la usiamo meglio è : Addio.

Andrea (sdl)

Quando il nome arriva prima dei fatti.

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C’è poco da fare. I soprannomi per certi versi sono una manna dal cielo, per altri una dannazione. Un soprannome è una sintesi, volente o nolente, di ciò che sei, di ciò che dovresti essere o rappresentare.
Un soprannome è il riassunto della vita che gli altri si immaginano tu abbia.
E forse anche la tua faccia assomiglia a quel riassunto. Altrimenti perchè darti un soprannome?
Il vero problema dei soprannomi, seri o scherzosi che siano, è solo uno : la tua fama arriva prima di te.
Come Casanova, come Silvio (non è proprio un soprannome…), come molti personaggi.
Uno può gioirne, ma il vero problema è che, qualunque siano i fatti, tu sei stato marchiato, a fuoco.
I fatti non importeranno più, e soprattutto, le tue parole non avranno valore, a seconda del soprannome.
A volte può sembrare un’ingrandimento del problema, ed effettivamente in alcuni casi è così. Ma in altre il problema è vero, reale, e soprattutto difficile da affrontare. Perchè quando il soprannome passa da nomignolo a luogo comune puoi alzare bandiera bianca. Fine delle partite, tutti a casa, ognuno per la sua strada.
Ma non si può facilmente invertire la tendenza di un luogo comune, ad esclusione di un metodo : Stupire.
Stupire qualcuno significa prenderlo in contropiede, fare qualcosa che non si sarebbe aspettato, e soprattutto fare qualcosa che venga riconosciuto ed accettato.
Questo è stupire.
Qualcosa come una magia.
Senza luci
nè rumori.
Solo tu, in mezzo a un palco che per la prima volta concludi il numero.

Andrea (sdl)