Justice or Freedom?

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Dove sta la giustizia? Similmente ad altri discorsi che ho già intrapreso spesso ci stupiamo delle posizione prese da altri.
Più precisamente ci riesce difficile ammettere prese di posizioni radicali.
E con radicale non intendo “o con me o contro di me”. Quella è semplicemente stupida. C’è una differenza notevole.

Per radicali intendo posizioni che non vadano bene, chessò, a nessuno dei partecipanti.
Se siamo in tre a discutere, e due pensano in modi opposti, ci si aspetta quasi sempre che il terzo si schieri o con l’uno o con l’altro. Mai “controentrambi.
Ci si dimentica che i pensieri possono avere forme e contenuti così diversi da non potersi eguagliare facilmente.
Pertanto è facile che alla fin fine se siamo in tre a parlare, il terzo la pensi ancora diversamente e tale modo di pensare sia inconciliabile con gli altri.
A volte purtroppo questo metodo non viene semplicemente interpretato come una presa di posizione.
Avere l’obiettività sufficiente da prendere una posizione contraria alla maggioranza non è mai semplice. Soprattutto quando la maggioranza è costituita da persone che conosci, rispetti, e con cui vorresti confrontarti.
Però nel momento che ti viene detto “tu non prendi posizione” eccola là, l’arma.
Il metodo per dire “O con me o contro di me, altrimenti non ti ascolto. ma se sei contro di me non ti ascolto comunque”.
Che assomiglia un pò a dire “Con me o niente.”
E’ sleale, è evidentemente sleale. Ma è normale che succeda. Perchè non è facile concepire posizioni radicali, non moderate.
Si pensa sempre che la moderazione debba appartenere al metodo espressivo. Al come vengono esposte le cose.
No.
Si può essere moderati nell’espressione e radicali nel pensiero.
Essere radicali non significa essere inconciliabili con il resto del mondo. Significa avere una visione particolarmente definita ed approfondita di una cosa. E generalmente anche poco comune.
Ma cosa succede quando un radicale sa esprimersi in maniera moderata?
Spiazzamento, dubbi. E poca credibilità.
Perchè non siamo abituati a ragionare in maniera differente. Nessuno, neanche il radicale moderato, ovviamente.

Allo stesso modo però è facile prendere posizioni quando si è al di fuori delle parti.
O parlare con il senno di poi. O vivere di supposizioni.
Che cosa fareste in questa situazione?
Facile dirlo.
Con discorsi così non esisterebbero le guerre.
Ma alla fine sono qui, a radere al suolo così tante vite che nessun seme le può far fiorire di nuovo.
Ma prendere posizione al di fuori delle parti è un male?
Se si ha la fortuna di avere vicino qualcuno capace di farlo, è davvero così spregevole?
Avere un punto di vista neutro, capace di posizionarsi con oggettività di fronte ai fatti, agli eventi.
Capace di darti ragione, ma anche di darti torto.
Di criticare ciò che fai, ciò che fate.
E’ un male?
E soprattutto : Possono le critiche essere una lesione alla libertà di un uomo?
A volte può capitare che chi viene criticato si senta in una condizione di schiavitù. Perchè le critiche sembrano dei canoni da rispettare, quand’invece sono dei consigli da valutare e considerare.
E allora qual’è la schiavitù che ti consente di renderti migliore? se esiste voglio esserci. Se qualunque tipo di schiavitù mi potesse rendere migliore, sarebbe conveniente? si.
Perchè poter ascoltare le critiche, qualunque sia la loro forma, è quello che, più di altri, ci consente di confermare chi siamo : persone, uomini e donne.
Ci consente di confermare quel teorico primato di intelligenza che qualcuno o qualcosa ci ha dato per poi fare l’unica cosa unica che ci appartiene : migliorarci.

Andrea (sdl)

Truth

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Perchè cerchiamo le nostre certezze negli altri?
Perchè chiediamo conferma agli altri del nostro operato? E’ un dubbio giustificato od una semplice richiesta di conferma.
Domandarsi se ciò che abbiamo fatto sia giusto è una cosa stupenda, qualora sia perchè ci interessa sapere se abbiamo sbagliato.
Se invece chiediamo solo per sapere di avere ragione è davvero importante?
Domande retoriche la cui risposta non cambierà il nostro modo di pensare. Di fronte alla critica fuggiremo rifiutando il parere altrui, screditandolo con ingustizie e infamia. Definendolo incorretto, ingiusto.
Perchè nell’interesse di chi domandava c’era solo il trovare conferma, non smentita. C’era quel metodo subdolo di sentirsi forti.
Come nei gruppi. Quando tutti sono violenti insieme, e singolarmente sono solo dei pulcini innocui e frignoni.
Così in alcune cose è facile chiedere non per nobiltà d’animo, ma proprio per l’esatto opposto.

Rimane da domandarsi come fermare questo cerchio. Come spezzare la maledizione. Come dividere il “bene” dal “male”.
Esiste un modo? Esiste un modo per far aprire il cuore e far ascoltare agli altri le nostre parole?

Uno potrebbe tentare di andarci forte con le parole, sperando nello shock. Ma generalmente questo comportamento crea un rigetto immediato di fronte alla critica. Nessuno accetta critiche portate avanti con violenza. Solo alcuni le ascoltano. Ma comunque negheranno fino a che tutti e due i lati non si saranno calmati a sufficienza.
Usare un metodo più calmo e cauto invece a volte può far mancare il sufficiente rispetto alla propria idea. Perchè non è forte come si vorrebbe. Perchè si pretende gentilezza, ma forza. E sembra di chiedere il mare, che distrugge la terra, strappando piano piano qualche sasso, fino a creare enormi scogliere erose dal mare.
Ma non in un giorno.
Non con un pò di parole.
Il mare non parla. Il mare agisce con il dolore unico di chi non può far altro che affogare il mondo in quel’eterno blu così dannatamente stupendo.
Chiedere troppo, ecco cos’è. Perchè forse non basta come potremmo mai esporre le nostre parole. Non basta avere le parole giuste da dire.
Serve anche qualcuno che le ascolti.

Andrea (sdl)

Chi è il vero cattivo?

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Pochi giorni fa, nel viaggio dentro l’indimenticabile londra, un mio amico mi ha detto la seguente frase (a sua volta tramandatagli da altre persone) :
Al mondo non esistono persone buone o persone cattive. Ma solo persone felici e persone tristi“.
E’ un’interpretazione che ha delle lacune, sia per la semplicità d’esposizione, sia per i contenuti, ma che nasconde dentro di se molte verità.
Il male, quello vero, oggi si chiama Menefreghismo.
Non sono le streghe o i maghi. Non serve l’inquisizione a cercarlo (e comunque non lo troverebbe, d’altronde non gl’importerebbe un gran che..) e nessuno può capire quando una persona ne è affetta.
Il menefreghismo e l’insensibilità sono i veri mali di questo mondo. Questo la frase non lo dice, ma in quella tristezza c’è probabilmente inclusa l’indifferenza al mondo.
Perchè quando sei indifferente non puoi vedere le cose belle. Quindi è un pò come essere tristi.
Insensibilità è ferire senza accorgersene.
Menefreghismo è ferire senza rendersi conto del danno.
A volte, addirittura, ogni azione tesa a far comprendere il dolore, può risultare in un fallimento. Il menefreghismo annulla, devalorizza, spesso la comunicazione, rendendo inutile quello slancio positivo che è stato inventato un bel pò di tempo fa : la parola.
Non è che qualcuno ha inventato le parole per offendere, ma per esprimere quello che a gesti era difficile da esprimere. L’amore in teoria è tra le cose più silenziose, anche se oggi a volte diviene rumoroso. Il lavoro, la comunicazione, sono invece quelle determinate branche che richiedono pesantemente la parola nel suo stato più evoluto.
Ma come reagire? Come cambiare questa situazione?
Quando uso la parola “Cambiare” mi sento sempre un pò dittatore.
Cambiare le persone è profondamente sbagliato. Ma non si può essere così politically correct da pretendere di sorvolare su ciò che noi consideriamo sbagliato. Certo, il cambiamento non va imposto, ma va fatto comprendere. Se il cambiamento proposto sarà davvero giusto, una volta compreso verrà messo in atto.
Quindi è corretto far capire che il cambiamento è positivo.
E l’unico modo per contrastare questo male, quest’insofferenza quale è?
L’unico modo per far si che le ferite passate non siano state inutili, che le nostre urla e le nostre lacrime non divenissero parte del silenzio siderale, quale è?
Comunicare.
Non è la vendetta, non è la ripicca, non è il chiudersi dentro se stessi in compagnia del proprio dolore (che anche quello ci rende tristi…).
Comunicare. La cosa più semplice. Cercare di comunicare, di far capire.
Perchè se anche solo ci arrendiamo di fronte al dolore che ci ha colpiti, allora diverremo tristi. E nella tristezza, prima o poi, feriremo qualcuno, perchè saremo preoccupati maggiormente di quelle ferite che ci bruciano addosso che dell’evitare di procurarne altre a chi ci sta intorno.

Andrea (sdl)

London : Find the gap

Scrivere di Londra come un semplice viaggio sarebbe troppo semplice. Basterebbe elencare le varie cose. Descriverle e tutto finirebbe lì.
Ma non rappresenterebbe niente. E’ importante poter osservare Londra nelle piccole cose che la caratterizzano. E anche se in tre giorni non si può avere una visione precisa della città possiamo comunque delineare alcuni tratti caratteristici e particolarmente unici di questa City.
Quali? Io ne voglio guardare solo uno.
Il gap.

“Mind the gap” dice la voce della metropolitana. “Mind the gap”. Attenti al gap. Alla distanza, al vuoto, al niente ed al tutto. Nel mezzo tra tu e il tuo arrivo.
Quello è il gap. La divisione. Una voce orwelliana te lo ripete ogni volta.
Ogni volta che ti si aprono le portiere della metro davanti.
Ogni volta che fermo ad aspettare vedi le persone scorrerti attorno come ruscelli di campagna.
Ogni volta che dovrai farlo, quel passo, che salta quel gap a volte invisibile
Un gap presente ovunque. Che a volte scompare, altre riappare.
Il gap tra le razze. Un disegno di colori perfettamente integrati tra loro. Un gap così sottile che fai fatica a vederlo.
In italia vedi un marocchino, un giapponese, un thailandese, un qualunque personaggio e parlano la loro lingua.
Lì parlano tutti inglese. Non c’è distacco, non c’è gap. Tutto è mescolato con maestria tra le case originali di lontra, tra le auto e i bus rossastri che si aggirano tutto il giorno nelle strade londinesi.
Il gap è anche la distanza. Tra una parte di londra e l’altra. Infinita la città, infiniti gli universi che riesci a scorgere da là dentro o da la fuori.
Trovi una periferia che sembra uscita da un giocattolo con Barbie e Ken, oppure arrivi in città, e mille sono le architetture che giocano con la tua fantasia, che si distinguono, che si differenziano, che si distanziano.
Gap. Appunto.
Come il gap tra i piccoli negozi e quegli angoli così dannatamente uguali.
Eat. Garfunkel‘s. Angus Steak. Burger King. Cafè Nero.
Parole scritte ovunque. Ma non sono Graffiti. Non sono affreschi, non sono memoriali.
Sono commercio. Quello gigante, delle multinazionali. Che stona con tutto il resto.
Perchè vedi città diverse dentro Londra, ma vedi sempre quegli angoli così uguali con quei maledetti nomi a ricordarti che siamo ancora lì. Che c’è ancora quel terribile presentimento che un giorno tutti non avranno nomi. Che saremo solo un unico pensiero stagliato dentro questa misera vita.
E non conteremo più gli anni, non ordineremo più qualcosa al ristorante.
Perderemo tutti quei dettagli che ci rendono unici, indimenticabili, umani.
Ma per fortuna non muore di questo, la città. Non affoga in questi luoghi comuni, sebbene si senta, quel marcio tremendo a corroderla.
A volte è anche contrasto.
Come quando, dentro Harrods, senti quel tremendo odore di fritto.
Fish and Chips, dicono loro.
E il capitan findus ringrazia.
Un bastoncione findus pronto ad essere annegato da salse improbabili e a rendere irrespirabile l’aria di mezza londra. Che non è lo smog il problema. Ma il fritto.
Però anche questo non basta.
Le orde di friggitrici in ogni angolo, in ogni casa, non bastano a far dimenticare il resto. Perchè londra è davvero troppo. E’ davvero tanto.
Londra è vedere che tutti hanno le stesse possibilità. E’ vedere che nonostante le multinazionali esistono ancora piccole realtà. Esiste la forza di sognare, di cambiare. Di credere che ci possa essere qualcosa di diverso.
E qui ti senti all’estero. Ma non un estero nemico.
Perchè il gap tra ciò che è estero e ciò che ti fa sentire a casa, è davvero poco.

Andrea (sdl)

Malta : Il contrasto sul filo della lama

Commentare Malta non è facile. Soprattutto se l’hai vista solo per 3 notti e 4 giorni.
Anche se è una piccola isola il tempo a disposizione non è sufficiente per esprimere una considerazione definitiva, ma di sicuro consente di tracciare un piccolo schizzo, un’improvvisazione di ciò che malta può essere o rappresentare.

Malta, e lo dico per i meno informati, è tra le locazioni con la maggiore densità di popolazione al mondo. 400mila abitanti sulla punta di un unghia circondata dal mare.
Dall’alto, di notte, si vede come la concentrazione delle case sia solo in alcuni punti dell’isola, mentre il resto è vuoto. Nulla. Verde.
Uno scende dall’aereo e si aspetta grattacieli epocali, o comunque un barlume di evoluzione urbanistica verso l’alto.
Invece no. Facendo un paragone con il mondo dell’informatica Malta rappresenta un file compresso. Invece di cercare spazio altrove hanno ben pensato di comprimere il precedente.
E’ per questo che alcune città dell’isola hanno un inquinamento fuori dalla norma, e sicuramente fuori da quanto uno potrebbe aspettarsi da un’isola.
Ma Malta non è solo questo. Malta è uno squarcio tra epoche e parole. Detto così saprebbe pure di romantico, ed in fondo un filo di miele nella storia ci sarebbe, ma forse non basta a rendere meno amare altre verità.

Malta è anzitutto mischia. Intesa come mescolanza di elementi. A partire dalla lingua, una donna figlia di troppe madri. Così che quando senti parlare il maltese ci senti l’italiano, il tedesco, il francese, l’inglese. E alla fine non ci capisci nulla uguale anche se come assonanza ricorda qualche dialetto del sud italia. Per fortuna che la seconda lingua ufficiale è l’inglese, che un pò aiuta.
Ma non è quella l’unica cosa che viene evocata. I paesaggi cittatini sono figli di arabi e pugliesi. Ci vedi la bianca ostuni e le bianche città di altri lidi. Eppure quando ci passi dentro trovi tutt’altro. Trovi l’economia, le pubblicità dietetiche (unica grande importazione americana : l’obesità), trovi la mescolanza etnica ma quella tel’aspettavi.
Ma più che questo trovi il contrasto. Un contrasto eterogeneo che non armonizza.
Come una costruzione avveniristica che si staglia sopra case abbandonate o in decadimento.
Alle volte, quando svolti un angolo di strada ti trovi davante case con design avanzato, altre invece sono sempre le solite case pronte a cadere, memoria di un passato oramai lontano.
E questa evidente dissonanza la si trova ovunque : nei bus, alcuni usciti freschi dagli anni 60, altri moderni (ma tutti con l’obbligo della “Porta aperta“. Ovvero di tenere la porta aperta dell’autobus durante il viaggio).
O ancora il divertimento. Quello l’hanno rinchiuso in un quartiere : Paceville. A metà tra superman e ghandi il nome, a metà tra il tutto e il niente, il fatto. Un quartiere per un isola intera il sabato si riempie di tutto e di tutti. Le folle accalcate, le ragazze svestite (il clima fa da padrone, non dimentichiamolo), la polizia a circoscrivere quel rumore assordante di voglia desiderio fuga.
Poi svolti nuovamente l’angolo ed il rumore pare meno forte, guardi di fronte a te e vedi una strada vuota.
Torni indietro e sei di nuovo in quel casino assordante.
Ti rigiri e nulla. Come nel miglior trucco di magia non c’è inganno. E’ davvero così.
Così come le chiese chiuse di domenica o dopo mezzogiorno, nell’isola più vicina al cristianesimo.
Come la strada principale della capitale deserta la domenica pomeriggio.
Come le persone rinchiuse a guardare il panorama in auto. Tutte in fila, come le formiche, a portarsi il loro tempo sulle spalle e guardarlo morire sulle scogliere.

E appena esci un pò da questi ammassi di vita morte e miracoli di petrolio uno trova paesaggi da nuovo mondo. Immacolate distese di verde pronte solo ad essere amate.

Questa è Malta. Il contrasto. Teso a metà tra la lama dei cavalieri e quella dei turisti.
E alla fine quando ti accorgi di allontanarti dall’isola ti rendi conto che non ti sei sentito troppo straniero, non ti sei sentito all’estero e neanche troppo lontano da casa. Così in te non rimane quella strana sensazione di scoperta che accompagna ogni viaggio.
Rimane forse un contrasto, l’ultimo.
Tra quello che ti aspettavi, e tra quello che hai trovato.

Andrea (sdl)

Il mio ritorno e l’arte.


Finalmente posso ritornare a vivere. Ho messo in pausa la scrittura per un pò, privilegiando un esame che, per fortuna, è andato bene.
Tornando al resto :
Ieri ho riflettuto ad un famoso luogo comune : l’arte è morta e sepolta.
Quanti di voi l’hanno pensato? Facendo il raffronto con le arti “magiche” del passato ci sentiamo così piccoli, insignificanti, minuscoli.
Prima di noi è passato il barocco, il gotico, sono passati gli impressionisti, etc…
Un’infinità di costruzioni, quadri, astrazioni.
Oggi invece diciamo che l’arte è morta e sepolta. Cosa ce lo fa pensare?
Rispetto a prima di sicuro abbiamo una certezza che non rappresenta un luogo comune : quanti “desiderano” l’arte?
Prima i ricconi del tempo quasi forzavano la creazione di queste opere e gli “artisti” potevano guadagnarsi da vivere con il loro talento.
Oggi l’arte si va pian piano spegnendo, così dicono. Dicono sia scomparsa.
E se invece l’arte di oggi fosse semplicemente diversa?. Se invece si nascondesse dietro qualcosa e noi non siamo capaci di distinguerla?
Penso che ci siano molti tipi di arte in giro. La fotografia, la scrittura, l’architettura umana (quella che pensa a te e non a ciò che vedrai), il design, la programmazione umana (qualcosa tipo l’architettura umana, ma applicata a siti ed applicazioni), ed in fondo anche un pò la musica.
Certo, queste arti ora sono molto meno “ricche” di un tempo. Ma un’arte non è fatta dalla ricchezza. Bensì da ciò che sai trasmettere. La vera differenza è che ora in alcune arti si è smesso di cercare quel senso ostentato del barocco per andare a ricercare una delle cose che ci rendono unici : le emozioni.
Così un fotografo riuscirà a fotografare l’ombra dell’amore, un architetto ti farà sentire davvero a casa ed un libro saprà farti piangere.

Alla fin fine l’arte non è morta. Semplicemente cambiata, come anche la società che la ospita. (oggi di arte difficilmente vivi.)

Andrea (sdl)

Le fondamenta di una discussione


Le fondamenta di una discussione sono simili alle fondamenta di un rapporto. Entrambe infatti vivono di regole non scritte, che però dobbiamo rispettare. Perchè altrimenti falliremo in entrambe le cose.
C’è prima di tutto l’ascolto. Chiunque, in qualunque discussione a cui desideri partecipare, deve ascoltare. Chi non ascolta ha già fallito in partenza perchè non potrà mai realmente capire cosa gli altri avranno da dire. E soprattutto, quando proverà a porre il suo pensiero, sarà fuori luogo o surclassato. Il motivo? Non sa di cosa si sta parlando realmente.
La seconda cosa è il rispetto. Questa è una regola molto particolare. Non si tratta solo di rispettare una persona. Quello è sicuramente il primo passo, ma non basta.
Non basta perchè le idee non sono persone (e leggetevi “V. per Vendetta” se volete capire quanto le idee siano invincibili. E parlo del fumetto. non del film, anche se il secondo non è così malaccio) e mentre puoi rispettare una persona puoi anche giocare sporco per svalutare le sue idee così da avvalorare le tue. E’ un trucco facile e tutti almeno una volta l’abbiamo usato.
In sostanza basta trovare un qualcosa che ti porti a dire “non puoi dire questo perchè…“. E’ facile.
Puoi dire che una persona è profondamente incoerente, e quindi smetterla di considerare le sue parole. Ma l’incoerenza la mostri a volte, non sempre.
Puoi dire che il discorso non c’entra nulla. Quando magari invece sei tu a non capire.
Puoi dire non sei disposto ad ascoltare cose dette in un certo modo. E quindi fuggire.
I modi sono tantissimi. Ognuno farà svalutare, nella propria mente, il valore del discorso prodotto dalla persona di fronte a noi. Così, inizieremo a crederci anche superiori in alcuni casi. Dimenticandoci il valore del rispetto. Rispetto significa cercare di capire gli altri, e dubitare per un attimo di noi. Rispetto significa evitare una crociata.
La terza cosa è l’ammissione. I veri discorsi ti devono portare ad umiliarti un pò. Perchè questa è la sensazione che ognuno sentirà dentro. Umiliazione. Quando sbaglia e tenterà di correggere la rotta, quando approssimerà diversamente. Etc. Per portare avanti un discorso bisogna saper ammettere gli errori ed accettare quest’umiliazione temporanea.
La quarta cosa è la sincerità. Non bisogna mai scendere a patti con il diavolo per avere ragione. Mai.
La quinta ed ultima è il sorriso. Nessuna discussione svaluta le persone. Nessun discorso deve intaccare rapporti. se saputo tenere. Ovviamente i discorsi ATTINENTI ai rapporti non fanno proprio testo, ma per gli altri la regola vale. Bisogna sempre saper uscire da una discussione con un sorriso. Sia che alla fine abbiamo ragione noi.
Sia che abbiano ragione gli altri.
O anche se ci accorgiamo che, in due, le stavamo sparando belle.

Andrea (sdl)

Campioni del tondo…


Qual’è il vero problema della politica odierna?
Ci ho riflettuto casualmente oggi.
Non è tanto il fatto che sembra per certi versi un branco di prostitute (mi si passi l’affermazione un pò forte). Non è neanche per le violente ripetute agonizzanti strumentalizzazioni di parole pensieri intenzioni.
No. Il vero problema secondo me è che, ad oggi, in italia ha preso piede un tipo di politica differente : La politica “Ad Personam“.
La politica non ruota più intorno ad ideali, ma a persone. E’ la persona, con il suo vigore, le sue contestazioni a vincere.
Da qui derivano tutti gli squilibri che vediamo altrove, prima fra tutte il fatto che la politica stia cadendo in qualunque argomento di questo mondo.
Un tizio vuole che gli si stacchi la spina?
Non è un problema umano, è un problema politico.
Un tizio vuole farsi appiccicare un peacemaker per stare meglio, e non andare nel proprio paese (ehi… la sanità odierna è derivante anche dai suoi 5 anni di governo…non si fida?…) ma in america?
Non è un problema del’individio. E’ un problema politico. Talmente politico da meritare la prima pagina dei giornali.
Ne volete altri? Gli esempi si trovano in tutti i campi e per tutti i gusti. Con la politica che sposta il suo centro dalle idee alla persona, adesso ogni persona che appartiene alla politica “E’ politica”.
Questo è il vero problema.
Ovviamente ha una seria ripercussione sui voti e su quant’altro ci sia. Ma il problema di fondo è questo.

E questo forse deriva da un altro grosso problema italiano.
Non tanto l’essere un pò tonni, no, questo si sapeva, quanto semmai avere questa visione calcistica della politica.
si “tifa” per un politico.
Ci si incazza se perde. Anche se perde giustamente.
Si chiede lo spareggio, i riconteggi (…), si pretende anche la serie A e B.
Così alla fine penso sia anche normale domandarsi :
A quando la champions league?
E immaginare un grande prato verde (dove muoiono speranze…) con Prodi e Berlusconi come portieri. Fini come punta destra, schifani chicchitto in difesa, bondi come raccattapalle (…), e dall’altro lato un fassino come centravanti, insieme a d’alema e rutelli, mentre in difesa un mastella (…) e un dipietro.
Magari come arbitro Beppe Grillo.

Sarebbe almeno divertente…

Andrea (sdl)

Dentro il tunnel

Qual’è il trucco del vero divertimento?
Per me divertirsi significa lasciarmi andare. Ma senza alcolici. E’ giusto imparare a tirar fuori sorrisi senza aiuti esterni. Soprattutto senza incasinarsi la vita.
Non è mai semplice farcela da soli. Maggiormente quando qualcosa sembra non divertire. Il vero problema di certi divertimenti è che bisogna trovare quella scintilla che fa scattare il resto, come nella commedia. Generalmente il ridere è un crescendo, ma una volta iniziato, non hai bisogno di tenere le battute su quel livello. Un conto è riscaldare il pubblico, un conto è tenerlo caldo.
La parte più difficile è dar fuoco al camino. Fatto quello, fatto tutto.

Per questo il divertimento a volte è una così brutta bestia, perchè ha troppe regole.
Non può piacere ballare, non può piacere questo o quest’altro. Esistono chilometri di generi di divertimento, ognuno bello, con una sua scintilla che scatta e fa prendere fuoco a tutto.
Eppure a volte è facile pietrificarsi.
Capita che la causa sia la paura di giudizi altrui, o la vergogna di se stesso, oppure semplicemente la propria incapacità.

Il vero problema però del divertimento è il famoso Tunnel.
Il tunnel che caparezza citava in una sua canzone, diventata un must (e per questo odiata dallo stesso autore per ciò che aveva creato…).
Già. Perchè non c’è cosa peggiore del “Divertimento“.
Cosa vuoi fare?
“Divertirmi”
Che in se e per se non significa nulla. E proprio nella sua risoluzione rappresenta il vuoto assoluto. Perchè quel divertimento è quello vuoto. Senza obiettivi, senza nulla. Non c’è vita in quello.
Divertirsi è una bella prerogativa per vivere, ma non deve essere un obbligo. Il divertimento è il condimento a tutto il resto. Se esistesse solo quello, tutto sarebbe più vuoto, perchè scomparirebbe quel lato dove noi ci conosciamo, dove le persone iniziano a legarsi.
Per questo quando “Sono fuori dal tunnel” divenne una canzone da discoteca caparezza si arrabbiò, perchè era diventata la cosa che voleva esorcizzare.
Così il maledetto demone del Divertimento distrusse anche quello.
Perchè bisogna divertirsi, ma prima di tutto bisogna poter vivere, solo allora sarà divertimento, quello vero.

Andrea (sdl)

L’insostenibile leggerezza di noi stessi

Ammettere gli errori è una cosa incredibile. Richiede veramente uno sforzo sovrumano per la maggior parte delle persone. Non tanto perchè non sappiamo distinguere giusto da sbagliato. Quanto per ammettere la nostra fallibilità.
Se c’è una cosa che non vorremmo mai dimostrare è che sbagliamo. Ci piacerebbe avere quella forza e quella certezza che non sbaglieremo, ma non è così.
E’ incredibile ma vero. Preferiremmo denudarci piuttosto che ammettere un errore. A meno che l’ammissione non sia di per se poco importante.
Quando servirà, cercheremo in tutti i modi di fuggire dalle nostre responsabilità. Nessuno escluso. E non c’è buon proposito che regga. Falliremo e basta.
Il vero problema è che ci fa paura il modo in cui quell’apertura verrà usata. Ammettere un errore somiglia molto all’abbassare le difese. Anzi. Ne è l’essenza.
E’ la resa consapevole. Una delle poche rese ben accette dalla mia piccola mente malata.
Ma in quell’attimo noi siamo vulnerabili ad ogni accanimento. Per questo ci spaventa. Come ci può spaventare il fatto che, avendo sbagliato, la nostra reputazione venga a mancare.
Venga a mancare, cioè, quel castello di carte che gli altri hanno costruito a immagine e poca somiglianza della nostra persona con tutto lo spirito santo che si trovavano per le mani.
Che di per se sarebbe anche un pò assurdo che ci preoccupiamo di disilludere un’illusione. Ma alla fine questo è quello che capita.
Ma poi, se uno ci fa caso, si rende conto che ammettere apertamente lo sbaglio (apertamente è ben diverso da passivamente.) ci farà stare tra l’altro meglio.
Non c’è assolutamente niente di male. Non dobbiamo confermare la nostra purezza d’animo ogni istante. Nè le nostre teorie eccessive sull’universo. Nè la nostra competenza. Siamo noi, possiamo sbagliare ed è giusto ammetterlo.

Perchè saper ammettere gli errori è la prima parte di un qualunque rapporto. Sia esso di amicizia o di amore. L’errore rappresenta la nostra bellezza. Farà sorridere a volte, indiavolare altre. E’ ciò che ci rende umani (beh, sotto questo punto di vista allora Windows è il sistema operativo più umano della storia…) e che ci rende stupendi.
Quella parte di noi che cade e dice “cavoli, non so ancora camminare” e che si rialza di volta in volta. Quella parte che impara e impara e impara. Perchè sa di non essere ancora dove vorrebbe.
Ogni nostra crescita parte dai nostri errori, e prima ancora da noi stessi.
Ma se non facciamo errori allora non potremmo mai crescere. Per questo è importante ammetterli senza preoccuparsi.
Anche per pensare a tutto il resto.
Dopotutto la vita non è fatta di errori.

Andrea (sdl)