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Vuoi Un Racconto? Sfidami

Sei interessato a leggere un racconto scritto per te? Questo è il posto giusto.

Dicono che uno scrittore, se è bravo, debba saper scrivere a comando.
Perciò oggi mi sento di sfidarmi, per migliorarmi.

Dato che ho sempre scritto soltanto per la mia musa vorrei sfidare la mia capacità di scrittura.
Come?
Scrivendo dei racconti brevi basati su degli indizi scelti da chi commenta questo articolo.

Eccoti le regole (che spiegano anche cosa è un indizio)

  1. Ogni persona può dare un indizio per volta.
  2. Un indizio può essere o un insieme di parole (massimo 3), o una frase (massimo 140 caratteri, spazi inclusi)
  3. Non vi sono “limiti”. le parole possono essere scollegate, collegate, etc. e la frase può essere una citazione o una frase vostra. E’ ovvio che più il tutto è interessante, più sarò interessato ad usarlo
  4. I racconti che scriverò saranno pubblici e verranno pubblicati su questo blog, citando ovviamente la fonte di “ispirazione” se necessario

Da questi indizi io trarrò spunto per scrivere dei racconti che dovranno parlare/citare le parole dell’indizio o usare/”essere ispirati da” la frase detta.

Giusto per darti un’idea eccovi due possibili indizi

  • Indizio di parole: Rugiada, sabbia, luce
  • Indizio di frase: Nel mondo non esiste il bene o il male. Ma solo qualcuno che ha fede e qualcuno che non cel’ha.

Adesso non ti resta che commentare questo articolo con il tuo indizio.
Cosa ti è venuto in mente?
Scrivilo nel box sotto ed avrai il tuo racconto, promesso.

Hai voglia di leggere? Eccoti la lista dei racconti scritti finora

  1. Il temporale
    Quando i giochi tra uomo e donna si complicano…
  2. Where is jonny
    Il mondo femminile…con un twist
  3. L’enigma
    Qual’è l’inghippo? Quand’è che un pazzo diventa sano? (e viceversa)
  4. Tic
    Il tic di Bernando è un marchio di fabbrica, ma ogni famiglia perfetta ha i suoi problemi
  5. Skyline
    Spazio. Nella più grande stazione spaziale decine di storie si intrecciano, ma non tutto è come sembra.
  6. Keep the faith
    Vi siete mai chiesti cos’è la fede? E come nasce?
  7. Nessuno
    In una città dove niente ha un nome, tutto sembra grigio e senza fine. Qua la follia è a pochi passi da te.
  8. L’altra possibilità
    Cosa significa avere una seconda possibilità? Soprattutto quando si parla dell’amore della vostra vita?
  9. Tutta una vita
    Come prende forma la vita? Partendo dall’adolescenza quando ti senti così incerto. Questa è la storia di Elisabetta e di come la sua vita l’ha cambiati
  10. La forma del colore
    Un bar particolare nei sobborghi di Milano, il sogno di due ragazze, ed i loro piccoli segreti
  11. La centrale
    Una centrale elettrica dal ronzio sinistro, un ragazzo scomparso, i suoi amici… ed un mistero irrisolvibile.
  12. L’ultima luce prima del tramonto
    Una ragazza recita preghiere su una chiesa in cima ad una scogliera, ma perchè?
  13. Nessuna zona d’ombra
    La tensione prima di scoccare l’ultimo colpo, un uomo pronto a lanciare una freccia da una finestra
  14. Il sogno più profondo
    Un rapporto padre figlia difficile, una ragazza che ha scelto la strada sbagliata.

Su di me

Sono qui. Di fronte ad un computer. E’ il mio modo di scrivere. Personale. Come tutte le cose che scrivo. Ogni scrittore, ogni persona che cerchi di gettare per terra delle parole, scrive cose personali.
Voi non lo sapete, ma loro lo sanno benissimo. C’è un momento particolare dove la mente di chi scrive fa “bip” e dentro il racconto ci finisce qualcosa di tuo.
Non si può evitare. E’ così. Alcuni autori ci sanno convivere benissimo, e se hanno la fortuna di avere delle vite divertenti da raccontare, beh, fanno racconti autobiografici.
Una doppia fortuna, c’è poco da dire. Bukowski l’ha sempre ammesso, e non credo avesse a vergognarsene. Lui, nel suo piccolo genere, era un genio.
Un uomo che ha saputo unire il romanticismo alla volgarità. Che ha dimostrato al mondo intero che all’interno della merda ci poteva essere l’amore. Di come le peggiori situazioni umane potessero comunque essere “romantiche” a modo loro.

Sono qui, dicevo, con una candela accesa ed un pò di incenso che sparge per la casa un odore quasi di chiesa. Era l’immagine migliore che avevo, quando sono partito a scrivere. Spesso capita che inizio a scrivere un racconto e poi ho quello che molti chiamano “Il blocco dello scrittore”. Il racconto muore, e vi giuro che mi dispiace. Per me ogni piccolo racconto è una vita a se stante che vorrei portare avanti, far crescere e vivere. Ma alle volte questo non è possibile e mi devo accontentare di qualcosa di meno.
E’ così che sopravvivo al mio bisogno di buttare giù parole.
C’è chi ne fa un lavoro, ma io non ho il talento e il tempo per poterlo trasformare in qualcosa del genere.

Certo, se qualcuno di voi avesse contatti con un editore, beh, ci proverei. Ma sono sicuro che non sarebbe un’impresa facile. Vuoi per il mio italiano dozzinale, per la mia semplicità nello scrivere, o per il fatto che sono come sono e scrivo come scrivo. Non voglio diventare un secondo Federico Moccia, già non apprezzo il primo, e sebbene comprenda che debbano esistere scrittori più commerciali di altri non mi piacerebbe l’idea di divenirne uno.
Sono scelte per carità. Ma quindi, quello che io mi domando è: cosa diavolo sto scrivendo?
In verità nulla. Ero partito con un’idea, ma poi il mio dito medio l’ha cancellata. Che cosa brutta. Parlava delle cose che rimettiamo a posto, che togliamo di torno dalla nostra casa. Di come un passato si misuri anche in questo. Nelle rimanenze, nelle cicatrici.
C’è chi dice che amare lascia cicatrici, io dico che amare lascia ricordi. Siamo noi a farci le ferite e lasciarle cicatrizzare.

Andrea (sdl)

Keep holding on

Siamo tutti adolescenti. Questa è la verità. Quando cresciamo, quando le nostre dita si allungano, la nostra voce cambia, rimaniamo comunque degli infanti.
Ci diamo un contegno per adattarci agli ambienti di lavoro, nascondiamo una forte risata dietro un sorriso contenuto.
Nell’istante in cui il tempo passa cerchiamo solo di passare oltre invece che raccoglierlo a braccia aperte. Timorosi degli eventi ci lasciamo trascinare, ed in fondo alla strada, di fronte al semaforo, pioggia che cade forte sul tetto della macchina, il grigiore intorno dilaniato soltanto da una forte luce rossa, neanche lì capiamo che sta andando tutto storto.
Rimettiamo la marcia, partiamo sottotono e la nostra macchina fa fatica a partire e quando l’odore della pioggia uccide gli altri ci fermiamo per assaporare quell’odore di guerra tra il cielo e la terra. Fermi con il cielo che rischiara, il sole che tenta di dire la sua da dietro le nuvole, e forse il nostro temporale è passato, forse non passerà mai.
Forse ogni diluvio ci serve per imparare a ricordare l’odore bagnato della pioggia, la brezza del vento che sale e ci porta al naso ogni tipo di fragranza che non sentiremo mai più uguale.

Ed infine il silenzio, la pace. Il cinguettio lontano di qualche uccello, il rumore delle piccole risacche di pioggia sulle foglie che cadono a terra, si schiantano in un paracadutismo senza goffaggine fino al suolo di cemento, si frantumano in mille gocce per poi unirsi tra loro in una minuscola pozzanghera. Noi ancora lì, riflessi in uno specchio d’acqua, il cielo sempre più blu, i lampi lontani, e l’odore che ancora ci pervade l’intero olfatto.
Una macchina passa vicino, la nostra è ferma, quattro frecce per fermasi possono bastare alle volte, ma non sempre abbiamo un pulsante rosso che ci salva e dice che stiamo facendo qualcosa che non dovremmo. Fate attenzione. Basterebbe un qualcosa del genere per semplificare la vita di molti. Ma non è così semplice. Tutto quello che ci è concesso fare è di prendere un attimo il respiro, goderci questo cielo, ricordarci che il temporale è passato e che dobbiamo andare avanti.

Non abbiamo ancora imparato a capire quando tutto va a farsi benedire. Non lo capiremo mai probabilmente. Negli istanti di vero pericolo rimaniamo immobili, e ci facciamo travolgere. Eppure abbiamo sempre una luce da qualche parte, un rischiararsi dell’anima.
E ci ricorda solo che dobbiamo resistere, aspettare che passi l’uragano. In alcuni casi passerà per il mondo, ma non per noi, in altri avremo qualcosa da raccontare con malinconia. Ma per tutti alla fine andremo, di nuovo, avanti.

Andrea (sdl)

La nostra paura del buio

Fear of the Dark


Mi domando com’è che sia possibile far crescere così tanta paura in una persona senza che essa se ne renda realmente conto.

Il timore del difetto. Far percepire il difetto naturale come un divario incolmabile, inseparabile, dal quale non potrai mai staccarti, o fuggire.
Mi domando come sia possibile, quali siano le strade per raggiungere tutto questo. Pur avendolo vissuto, non riesco a capacitarmene.
Qual’è il punto dove iniziamo ad avere paura di qualcosa che, in realtà, non dovrebbe farci il benchè minimo graffio?
In quel momento noi, o qualcosa di noi, dovrebbe reagire, farsi vivo, lottare per salvarci.
E invece non succede. Tutto passa e questo sembra normale, ma non lo è.
Tutto questo non è normale. Voi, me, il mondo intero.
Non siamo normali.
O lo siamo, ma sinceramente non è importato a nessuno questo.

Quand’è che la diversità, le sfaccettature che ci rendono noi, sono diventate un difetto? Quando? In quale momento.
Quando iniziamo ad avere paura del buio, pur coscienti che nel buio ci sono gli stessi mobili, e che i mobili non si muovono, non ci uccidono, non ci toccano?
E’ una sensazione strana che non sappiamo combattere.

Vorrei potervi dire che c’è una soluzione. Che si aggiusterà tutto. Vorrei davvero. Vorrei potervi dire che le persone che vi feriranno, che vi trasformeranno, lo faranno senza malignità, o senza cognizione di causa.
Ma, in verità, non è così.
Purtroppo le cose capitano perchè delle persone le fanno avvenire.
Se cambiamo, è anche perchè noi lo permettiamo. E quello che dovremmo domandarci se di nuovo il buio torna a spaventarci è: Perchè l’abbiamo permesso?
Non importano i motivi per cui ora dormiamo con una candela accesa, lo supereremo. Troveremo anche il modo di scacciare uno ad uno tutti gli incubi che ci perseguitano, il cemento che cola dal nostro soffitto, le voci dell’angolo in alto a sinistra della camera che ci annunciano la morte, il tacito silenzio di una stanza sigillata. Queste claustrofobiche paure moriranno, prima o poi, e con la loro morte noi andremo comunque avanti.
Ma quello che tutti noi, di fronte a ciò, dovremmo chiederci è: Perchè?

Il primo e l’ultimo motivo di tutto questo. Dovremmo lasciarlo succedere di nuovo?
Siamo così fragili nelle mani di altri, ed anche nelle nostre non è che siamo da meno. Siamo oggetti di cristallo, pronti a risuonare o a frantumarsi senza pietà.
Ma, per fortuna, c’è sempre un modo per rimettere a posto i cocci rotti.

A voi quindi, quest’augurio. Che ci sia sempre una candela che vi illumini la stanza, che vi permetta di vedere al di là della vostra paura. Anche se solo per un attimo, anche se solo un istante.
Perchè non saremo mai invincibili, non saremo mai uomini senza macchia o paura.
Durante questo percorso sbaglieremo, inciamperemo, avremo paura ed a volte terrore.
Ci tremeranno le gambe e vorremmo urlare, scappare, fuggire via.
Ma noi resteremo fermi. Immobili di fronte a tutto questo. Perchè questo è il nostro volere. Perchè oltre quel muro di paura c’è tanto altro. C’è un sorriso, occhi che ti guardano, una voce che ti calma, il piacere di un incontro, l’intimità. C’è la conquista dei propri sogni, la pace con se stessi.
E’ un pò come un qualunque rapporto. Non si può sperare che sia sempre rose e fiori. Ci sono le spine in ogni rosa, ma queste spine non devono impedirci di viverla ed apprezzarla.

Andrea (sdl)

Facebook e i cambiamenti

immagine appartenente al rispettivo autore

Se fosse davvero così facile, lo sarebbe. Questo è il vero punto.

Non confondiamo il nostro desiderio di diffondere e condividere uno stato d’animo, un sentimento, con quello più profondo del cambiamento. Un cambiamento non si raggiunge così. Soprattutto a livello mondiale. E spesso non con le buone maniere.

Guardo Facebook, e rifletto sui gruppi e le pagine “Da condividere”.

Per salvare cani, persone, politici.

Ma questa è pura e semplice ingenuità. Facebook è una moda, un modo di vestire. La sua propagazione, il suo modo di entrare in maniera radicata nella vita delle persone è solo a livello informativo, mai costruttivo.

Facebook non detiene un potere sugli altri, lo detiene su di noi. E c’è una enorme differenza in tutto questo. Non è che con facebook noi possiamo costringere un mafioso a fare dei cambiamenti, a smetterla.

O trasformare un drogato in una persona qualunque.

Non è possibile perchè facebook non ha potere su di lui o sugli eventi coinvolti.

Condividere un qualcosa per evitare che stragi di foche, maltrattamenti di animali, vengano perpetrati non acuirà la coscienza globale perchè nella maggiorparte dei casi la nostra coscienza è frutto stesso di dolore, non di condivisione.

Di fronte ad un sopruso ci sentiamo attaccati, ma senza averlo vissuto, o senza una forte sensibilità non percepiremmo niente.

Inoltre Facebook e con lui molti altri social network, non sono altro che un modo per far sapere al mondo cosa siamo.

Ma è appunto informativo. Non agiamo sul mondo, non lo modifichiamo, non lo alteriamo.

E’ ingenuo pensare che questo sia possibile unicamente per mezzo di uno strumento che non ha attitudini fisiche e non coinvolge direttamente le parti chiamate in causa.

Con facebook non condanneremo nessuno, non riusciremo a salvare nessuno.

Per queste cose dobbiamo alzarci, uscire di casa, e far sentire la nostra voce. Una cosa che con l’avvento dell’era digitale è passata un pò di moda.

Andrea (sdl)

What we are

Ero lì. Ma nessuno avrebbe notato il modo in cui cercavo una dimostrazione negli altri. Ero lì, come altre decine di persone. Immobile, a tratti.
Come un protagonista al rallentatore osservavo i volti degli altri, i movimenti degli zigomi, le guance.
Vedevo gioia, vuoto, tristezza, piacere, dubbio, rabbia.
E tutti lì, nel buio psichedelico.
E tutti lì, nel rumore senza forma.

Ci sono sempre state cose per cui mi sono sentito disposto a combattere. Compromessi che non volevo accettare. E’ naturale che sia così. Si chiama gioventù. Quando sai che il tuo è un prezzo non barattabile. Con la crescita tutto acquisisce un valore. Il tuo amore, la tua casa, le patatine del bar, il sesso.
Tutto ha un prezzo. Tutto è commercializzabile.
Non hanno venduto l’amore nei sacchetti di patatine solo perché non hanno trovato una buona idea di marketing. Non perché sia impossibile.

C’erano persone che rappresentavano il compromesso stesso. A cavallo tra ciò che potresti chiamare gioventù e quella che inevitabilmente è la maturità.
Si dice gioventù bruciata. Forse perché i giovanissimi sono impulsivi.
Ma a me viene da dire che siamo tutti in un incendio, che qui sta bruciando tutto. La casa è in fiamme e gli inquilini rimangono impassibili al suo interno.
Certi compromessi hanno un prezzo che nessuno di noi comprende. Noi paghiamo, ma il conto ci verrà portato troppo tardi per correggere l’errore.
Ed eccoli quindi. Loro.
Gli occhi pieni di desiderio. Come chi cerca di affogare i dolori nell’alcol c’è chi affoga la solitudine nel sesso.
Come se fosse davvero possibile sentirsi meno soli con degli sconosciuti.

E noi, che dovremmo imparare da tutto questo. Noi, la gioventù a cui manca poco per quella meta. Quella del compromesso. Cosa dovremmo imparare?
Qual’è il significato dietro tutto questo?
Ogni ragazzo, ogni bambino, da piccolo ha detto: Io non sarò come lui.
Che fosse un padre, un amico, un parente.
E poi, senza che fosse evitabile, la vita lo ha catapultato in quel mondo. Dove siamo tutti comprabili. Dove non esistono gli eroi.
Ed anche lui è diventato come loro.
Anche lui è stato corrotto, compromesso, cambiato.
Cosa dovremmo imparare?
Cosa dovremmo imparare da chi si tradisce, cosa dovremmo imparare da chi ha lasciato lontano il cuore per dimenticarsene, cosa dovremmo imparare da tutto questo?

Non penso che ci siano insegnamenti. Come non credo che sia possibile evitare certi cambiamenti. Semplicemente succederanno, per la strada. Un giorno ci volteremo ed il paesaggio che ci eravamo lasciati alle spalle sarà diverso. Cambiato.
Come noi.
Ed allora, senza nemmeno saperlo, saremo altri. Diversi.
Forse addirittura odiosi rispetto a quello che volevamo diventare.
E nonostante il nostro impegno per non essere così, eccocì lì, nella bordeline della nostra destinazione.
Viene da pensare che l’affanno, il sudore, per essere persone diverse, migliori, non sia altro che l’arma usata dal destino per portarci esattamente dal punto che volevamo fuggire.

Siamo sfortunati.
Questa è la verità.
Le luci saltano, le ombre cadono a terra senza rumore. Gli sguardi, oh si, gli sguardi, sanno parlare. Ci possono provare a raccontare un mondo intero.
Mentre fissavo tutti quei volti, pensavo che ognuno di loro avrebbe avuto una storia da raccontare, che tutte le loro vite erano in qualche modo speciali, ma che io da solo e soprattutto in quel momento, in questa vita, non avrei potuto mai sentirle scoprirle.
Dobbiamo scegliere di quale sogno morire, perché non possiamo vivere di quelli degli altri.

Andrea (sdl)

Fotografie (Ricordati di me)

una piccola nota: in questo testo descrivo foto che non mi ritraggono.

Ricordati di me. Prima che giunga la fine. Ricordati di me prima che tutto il rumore del mondo si spenga. Ed anche noi, soltanto noi, diverremo un suono lontano, distante.
Ricordati di tutto questo. Guardando una cornice, in riquadro con dentro un pezzo della vita di qualcuno.
Quando lo fisserai, che sia luce o buio, che ti senta triste o felice, allora ricordati di me.

Siamo sempre statuari. Inquadrati all’interno di una realtà che ci ritrae in un momento, un istante. Uno spaccato della nostra vita. Queste sono le foto. Sezioni verticali della nostra vita che si riempie di cose che non vorremmo dimenticare.

La prima foto è arancio. Perchè quel colore è il predominante. Lo sfondo, le arcate. Eccolì tutti e due, con quel sorriso prima della catastrofe. Non c’è nessun may day che li informa dell’atterraggio di emergenza. Solo qualche sordo avvertimento che però non li consola.
I due guardano verso di me. L’obiettivo. Lei sorride. Tiene tra le mani quello che, almeno allora, era la sua raison d’etre. Il suo momento magico, il suo sogno.
Anche se alle volte i sogni ti fanno male. Lei era comunque lì. Un sorriso. Forse per dimenticare, forse perchè davvero c’era un senso di felicità che ci capita poche volte nella vita.
Anche lui è lì. I contorni delle sue labbra accennano un sorriso. Forse allora era già troppo tardi, o forse tutto sarebbe morto poco dopo. Nessuno avrà mai la vera risposta ad una domanda così. Eppure lì sembra tutto normale. Tutto così coerente, sorridente.
Le due persone sembrano collegate. Unite. Suturate da qualcosa che per noi spettatori è invisibile. La chirurgia dell’innamoramento. Che un cattivo medico non saprà far durare per sempre. Eccolì lì. Nel loro spettacolo arancione. Un tramonto prima di dirsi addio.
Attorno a loro le persone. Sedute, in piedi. Nascoste sotto gli archi. Volti neri che si mescolano nell’immagine come zucchero in un cocktail. I loro volti sono indistinguibili. Solo i due protagonisti, ed un amico, sono lì.

Silenzio in sala. Grazie.

Oro.
Questo è il colore della foto. Pane ovunque che ne potresti sentire l’odore. Ed assieme a lei un’altra foto. Grigio argento. La nebbia del mattino che lentamente mangia l’orizzonte della città. I monumenti che giocano a nascondino e tu che cerchi di indovinare quali siano. Vedi i raggi delle strade perdersi all’infinito senza mai baciarsi. Vedi le case, i quadrati ripetuti delle finestre, vedi in lontananza un tentativo dell’uomo di assomigliare a Dio. La Tour Eiffel nello sfondo. Trovata. Il gioco per lei è finito. Non si può nascondere più.
Ed il pane. Che probabilmente appartiene ad un qualche piccolo negozio della città. Magari proprio in uno di quei due raggi che si vedono. Con le macchine disordinate a terra da un misterioso bambino che ci gioca.
Magari cammini per la città. La nebbia che ancora non ti fa passare il sonno. Ti volti e vedi una porta a vetro, ed oltre l’oro del pane. L’odore che ti invade e ti mette quel pò di fame. Anche se avevi già mangiato. Il pane fresco. Come quando lo senti la notte e cammini in una città per ritrovarlo. Giri seguendo l’olfatto, ignorando i segnali stradali. Come una piccola caccia al tesoro.

Silenzio in sala. Grazie.

Eccovi. Con un sorriso che la metà basterebbe. Lei abbronzata. Lui splendidamente bianco. Sembrano una coppia della ringo ma forse sono davvero meglio. I capelli riccioli di lei le cadono sulle spalle, il suo sorriso sembra cercare di arrivare oltre l’obiettivo. Cerco di ricordarmi com’era averli fotografati, perchè sembrano davvero troppo felici. I capelli di lui sono ritti, il suo sguardo sorridente. Le loro mani il loro contatto è un abbraccio invisibile. Loro ci sono e sempre ci saranno. Il colore è il lilla. Perchè è il colore più vivo ed è la camicia di lui. Il tramonto nasconde il resto dei colori. Non c’è un re nè una regina. Solo una foto. Immagine immortale di un momento di felicità. Nessuno di noi saprà se sarà per sempre. Ma chiunque veda questa foto ci giurerebbe sopra che così sarà.
Il vetro di una finestra rispecchia le nuvole ed i loro contorni bruciati dal sole. La strada è vuota. Il pavimento di mattonelle rosse e grigie invisibili agli occhi di chi la guarda.
Il flash ha colto solo loro due. Il resto, per quanto definito, è un contorno. Un paesaggio a cui nessuno farà caso.

Silenzio in sala. Grazie.

Ultima foto.
Ritratto di una vacanza passata. Come spesso accade nelle foto in notturna ecco tornare l’arancione come primo colore. Sembrano tutti dei personaggi lego. I volti troppo colorati, lo sfondo è un dettaglio invisibile in quanto tutti loro riempiono l’immagine. I loro vestiti nascondono un pò la presenza di arancione. Il più grande ha un vestito a righe, lei il solito vestito nero, la coppia una t-shirt beige e una canotta verde. Dietro di loro un altro amico vestito di nero.
E’ altrove che siamo. Io che cercavo di salvare il salvabile, loro che erano semplicemente in vacanza.
Com’è che alle volte siamo tutti insieme e tutti noi guardiamo in direzioni diverse?
Il più grande ha un sopracciglio inarcato e l’altro che si abbassa. Un volto dubbioso, incerto, ma scherzoso.
In questa foto esistono tantissimi volti. Tantissime espressioni che è difficile spiegare.
Dietro di loro l’altro amico ha un volto che rasenta quello di un morto. Gli angoli della bocca sono freddi, lo sguardo stanco. La sigaretta poggiata sull’orecchio indica che tra poco fumerà. Forse per distrarsi. Forse perchè sta solo cercando di stare sveglio.
Il ragazzo al centro abbraccia le ragazze con fare di Casanova, ma senza malizia. Nelle sue mani si notano distinte le sue vene. Sembrano mani di un altra persona. Il suo corpo, il suo volto, sono giovani. Ma le mani sono di un uomo forte che può prendere al volo qualunque difficoltà.
La sua ragazza è una via di mezzo tra un sorriso vero ed uno finto. Forse uno sforzo. La stanchezza anche su di lei ha avuto effetto. Ma c’è il braccio di lui che la tiene a ricordarle che tutto va bene. Che tra poco saremo riposati.
Ed infine lei. Il vestito nero con sotto un top bianco. Un sorriso che non so decifrare.


Silenzio in sala. Che lo spettacolo è finito. Che in ogni foto ciascuno vede ciò che vuole vedere. Gioia, amore, infelicità. Le foto sono un’illusione. Ci lasciano illudere o credere che qualcosa sia come ce lo aspettiamo.
Ma guardando in ogni foto possiamo vedere tutti i sentimenti. I volti, i volti. Ci ingannano. Anzi, siamo noi ad ingannarci. E le foto sono solo uno spaccato di cui però non ricorderemo mai nulla.
E’ il nostro tentativo di non dimenticare. Ricordati di me. Quando tutto sarà finito, quand’anche l’ultimo granello di sabbia volerà via, trainato da questo vento di sfortuna. Allora ricordati di me, di noi. Di tutto quest’inferno. Chiunque tu sia.

Andrea (sdl)

When we were beautiful

Non abbiamo più quindici anni. I capelli che ci cadono sulla fronte e ci danno noia. Li spostavamo con le mani. Come avremmo spostato un fil di vento, se mai fosse stato possibile. Non ce li abbiamo più. Sono passati, volati via. I nostri quindici anni erano così. Sabbia che prima o poi sapevamo si sarebbe mescolata ad altra indistinguibile marea. Nient’altro. Era semplice.
Non abbiamo più le magliette corte, i vestiti impacciati. Ora li scegliamo noi. Con il nostro buono o cattivo gusto. Cerchiamo di dare un senso a quello che vedranno gli altri. Com’è che siamo. Qual’è la prima immagine che si materializzerà di fronte a loro. La nostra immagine. Ci abbiamo messo del tempo per costruirla. Ed ogni mattina con un filo d’incertezza alziamo i vestiti per metterceli addosso. Certi che il mondo percepirà quelli come primo elemento visibile della nostra esistenza.

Non abbiamo più la voce femminile. Eravamo tutte donne prima. Poi con gli ormoni, la crescita, qualcosa si è perso per strada. Le donne sono diventate più, beh, donne. E noi siamo diventati qualcos’altro. Non abbiamo più il tempo di correre via, né chiediamo i soldi ai genitori per comprarci le patatine al bar.
Prima non avevamo età. Nessuno di noi l’aveva. Eravamo tutti lì, insieme. E l’età non era davvero importante. E per alcuni neanche adesso lo è. Ma allora era davvero diverso. Non c’era nemmeno il pensiero che l’età fosse qualcosa di diverso da un numero. Non c’era il concetto di “maturità” perché eravamo tutti immaturi e nessuno poteva comprendere cosa poteva dire.
Avevamo quegli occhi che vedevano tutto in maniera chiara e distinta, ma che non avrebbero mai differenziato i grigi che sarebbero apparsi nei comportamenti, gli sguardi incerti, le labbra che si richiudevano per trattenere un segreto.

Un tempo avevamo quest’idea. L’idea di cosa saremmo diventati. Cosa volevamo essere da grandi. Tutti cel’abbiamo avuta. E’ la società a farci credere che, a quindici, dodici, cinque anni si debba già immaginare dove ci proietteremo. Quale sarà l’ombra che ci seguirà imperscrutabile nel cammino.
Ma anche questo. Con il tempo, si è sciolto in un bicchier d’acqua senza farci passare la febbre. A venticinque, trenta, quarant’anni. Questa nostra illusione scompare. Ci rimangono le scelte. Che continuano a portarci acqua ad un mulino che non stiamo più guidando noi. Non ci riusciamo proprio, a recuperare quell’immagine. Quel bambino o quella bambina che un tempo correva e cadeva a terra. E piangeva per il dolore, non perché sulla gamba ci poteva essere una crosta. Non ci interessava allora, ma ci interessa adesso. Se il vestito era strappato bastava una toppa, il cerotto dei vestiti. Ora lo ricompreremmo, o invani proveremmo a ripararlo in qualche negozio specializzato.

Siamo cresciuti. Ammettiamolo. Non c’è niente di male.
Abbiamo visto e vissuto. E ancora vivremo e vedremo.
Avevamo qualcosa prima, che ora non abbiamo. Ed in tutto questo ora abbiamo qualcosa che prima non ci saremmo mai sognati. Ora pensiamo in grande, ma non così in grande. Prima immaginavamo in grande. Molto in grande.
E’ così la proporzione della nostra vita.

Andrea (sdl)

Due tramonti (In loving memory of…)

Capita, alle volte, con un amarezza inconciliabile, che alcune persone si allontanino per sempre da noi. Che vadano in altri lidi, si spera migliori, per non tornare mai più.

Capita tutti i giorni, noi non lo vediamo, a volte qualche notizia apparente ci rende noto l’evento, ma noi siamo lì, finchè non veniamo coinvolti.
Quando una persona scompare, lascia una traccia, come una piccola lumaca. Lascia una traccia visibile in ogni persona che ha conosciuto, in ogni posto che ha toccato, in ogni parola che ha scritto.
Anche se non potrà dire altro, anche se non potrà scrivere ancora, anche se non avrà altro da fare, ha lasciato una traccia indelebile nel mondo.
Possiamo fare tante cose quando questo succede, il nostro corpo e con lui la nostra mente cercheranno spiegazioni, o faranno naufragare i nostri pensieri nell’angoscia della colpa. Perché ci dobbiamo sentire colpevoli. Perché vogliamo anche noi portare un po’ di quel peso.
Ma forse, riflettendoci, questo non è il nostro compito.
Se questa persona ci ha lasciato qualcosa, forse noi dovremmo semplicemente ricordarcene, non dimenticarlo mai. Forse dovremmo richiamare tutti i ricordi, tristi e felici, e piangere su di essi, commemorarli, imprimerli perché non svaniscano mai, affinché siano un costante prato fiorito nella nostra mente.
E una volta che quest’immensa prateria sarà coltivata, allora, solo allora, continuare la nostra strada. Non con indifferenza, non con freddezza, e non subito con un sorriso, ma con una ferma forza di volontà.
Non dobbiamo arrenderci o accontentarci del dolore. Non è questo che vorrebbero.
Quando qualcuno scompare così non vorrebbe altro che la felicità delle persone attorno. E se questo qualcuno fosse anche un parente, beh, l’ultima cosa che vorrebbe è che venga distrutta con del dolore la sua opera più bella: noi.
Quindi, se mai accadrà, dovremo tener duro. Non dimenticare, mai.
Piangere, ogni volta che vorremo.
Sorridere alla vita, ed a tutto quello che ci riserverà.
E guardare avanti, senza dimenticare tutto quello che è stato. Tutto quello che ci ha portati qui, ad essere quel che siamo. Incomparabili ed imperfetti esseri prodotti da una somma infinita di sentimenti, di amori, a volte complicati, a volte non voluti. Siamo tutti una sommatoria di persone. Che partono dai nostri genitori, ed arrivano ai nostri antenati. E noi non dobbiamo tradirli.
Perché loro vivono in noi, perché ci hanno trasmesso tutto quello che avevano: il loro amore. E tanto basta.
Andrea (sdl)

Come ogni domenica

Ed arriva la domenica. Con i suoi suoni, i suoi odori.

Quando tutte le città suonano diverse. Senti le campane in lontananza, a milano sembrano in un digitale scassato, a montevarchi senti i rintocchi definiti del metallo che riecheggia. E le macchine che non passano. Quel silenzio innaturale della gente che riposa.

Eravamo centomila, adesso siamo solo noi.

Qui, alla finestra, ad ascoltare il rumore della domenica.

La gente che si alza tardi, e gli odori degli arrosti che vengono cucinati.

In alcuni periodi mi mettevo fuori ad ascoltare come “suona” la domenica. Perché quel giorno è un giorno diverso. Non è come tutti gli altri. Sarà l’aria, ma ogni domenica senti il distacco che c’è tra quello ed un qualunque altro giorno.

Nella mia memoria rimangono impresse tantissime domeniche. Ognuna con un suo significato. Ricordo i suoni, gli animi, le cose che feci. Contrariamente alla mia pessima memoria esse rimangono tutte lì. I cibi, le parole, c’è tutto, in un cassetto dimenticato. Come se la domenica fosse una scatola malinconica da riaprire quando uno se la sente.

Ed ogni settimana ritorna, ed io come molti altri apro le finestre e ascolto, inalo tutta questa domenica che c’è, tutta la linfa che ha da offrirmi, e poi la rinchiudo in quel piccolo cassetto.

Andrea (sdl)